Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, insegna Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza.

Ci vuoi raccontare la storia di questa rivista dedicata alle donne, che usciva insieme all’Osservatore Romano, e che è stata chiusa d’imperio? Tu la dirigevi.
La rivista ha una storia lunga. Da tanti anni avevo voglia di fare una rivista per le donne perché a mio avviso mancava.
C’erano quelle che possiamo chiamare “raccoglitrici di pubblicità”, quelle che dicono che si deve girare sempre con la sottoveste di pizzo o che ci si deve fare un amante se si è di cattivo umore, riviste molto consumiste e false emancipazioniste, direi io; poi ci sono state, ora quasi non più, riviste femministe molto ideologicizzate che si occupano di temi politici, poco, e molto di piccole questioni. Sono mancate, invece, delle riviste in cui si potesse discutere veramente di questioni che interessano alle donne. Questa per me è sempre stata una lacuna grave e per anni ho sognato di farne una insieme alle amiche con cui collaboravo. Ogni tanto facevo dei progetti, li proponevo a qualcuno, ma tutti dicevano che le riviste per donne si reggono sulla pubblicità e la pubblicità deve essere diretta a un certo tipo di donne. Quindi con le nostre idee eravamo fuori da ogni mercato.
Come mai l’Osservatore Romano?
Perché avevo cominciato a collaborare con l’Osservatore Romano quando era diventato direttore Giovanni Maria Vian, che era stato mio collega alla Sapienza ed era un amico. Avevamo collaborato diverse volte, tra l’altro eravamo gli unici due cattolici di un grande dipartimento o, almeno, gli unici due che lo dicevano. Così, quando è diventato direttore, mi sono detta che forse il momento per fare questa rivista era arrivato. Io però la pensavo non strettamente cattolica, ma credevo anche che il mondo cattolico fosse un buon punto di partenza per fare una rivista anticonformista.
Ma tu sei cattolica?
Io ho avuto un’educazione cattolica molto banale, alla periferia di Torino, con un catechismo in parrocchia, molto tradizionale, e però l’avevo presa molto sul serio. Avevo un padre massone, una madre credente, praticante più che credente, a casa mia non c’era un fervore spirituale. Andando al catechismo io invece avevo dei momenti di intenso fervore, volevo fare dei fioretti, cose così, ma in casa mi guardavano con l’occhio sbarrato e ho smesso subito. Poi quando sono arrivata all’università, avevo 18-19 anni, mi sono scontrata col ’68, una bufera in cui mi sono sentita molto coinvolta.
Ero alla Statale di Milano, e ovviamente ho messo in discussione la famiglia e la Chiesa, che erano strettamente collegate. Agli occhi di mia madre, avrei dovuto frequentare la chiesa perché questo garantiva la mia moralità sessuale, aveva fatto un asse totale tra devozione e moralità sessuale, cosa che mi mandava in bestia e quindi ho lasciato tutto e per una decina d’anni non ho più avuto nulla a che fare con la Chiesa. Certo ogni tanto vedevo dei cattolici anche nel movimento studentesco, ma così, senza alcun interesse.
Mi sono rioccupata della religione quando come storica ho cominciato a interessarmi di donne, perché le donne religiose, soprattutto le sante, o le monache, erano le uniche di cui esistevano dei documenti, le uniche che nella storia dell’Occidente si erano distinte, che avevano scritto qualcosa. Molte delle storiche delle donne negli anni Ottanta hanno cominciato a scoprire le donne religiose e sante soprattutto come materiale di studio. Ma perché lì almeno c’era del materiale, lì potevamo trovare qualche cosa. E abbiamo trovato una miniera. Perché queste donne sapevano di essere donne, hanno scritto delle cose straordinarie sul fatto di essere donne e questo in un mondo di uomini, un mondo maschile. Ho letto tutto quello che loro hanno scritto e quando sono arrivata a Teresa D’Avila ho sentito una profonda affinità interiore con queste sante. Diciamo che mi hanno convertita da lontano. Così ho pensato di ritornare a frequentare... Sono andata dal parroco del mio quartiere a Roma che mi ha accolta a braccia aperte senza neanche fare troppe domande e ho ricominciato a fare la comunione e, quindi, a interessarmi a tutto quello che succedeva nella Chiesa anche se all’inizio non ci capivo molto. E ho continuato a occuparmi della storia delle religiose. Sono andata negli archivi di una congregazione che per me è stata decisiva, quella delle missionarie del Sacro Cuore fondata da Francesca Cabrini. Lì ho conosciuto delle religiose fantastiche, alcune viventi. Di Francesca Cabrini, donna viaggiatrice, intelligente, autonoma, ironica, mi sono innamorata all’istante (ne ho scritto poi una biografia) ma anche le religiose che incontravo, vive e vegete, erano donne avventurosissime, intelligenti, autonome, libere, che nella loro vita avevano fatto cose fantastiche. Ecco, la scoperta che esisteva, separato dalla Chiesa, un mondo di donne con una forte autonomia interna, sia spirituale che organizzativa, direi politica, intendendo per politica la loro progettualità e i loro rapporti con le istituzioni, mi ha molto colpita e cambiata. Ho capito che c’era un enorme serbatoio di donne fortemente motivate a intervenire nel mondo.
Poi, certo, c’erano anche congregazioni molto più modeste, di suorine, come spesso le chiamiamo, certamente con meno autonomia, ma molto disponibili a raccontarmi le loro storie e a riscoprire le radici della loro esistenza; disponibili a che scrivessi di loro, a darmi i loro materiali, tutte in grande e buona fede, anche le più semplici. Accettavano di confrontarsi con me quando facevo loro delle domande, ponevo loro dei problemi, con una sincerità e un coraggio che non ho mai riscontrato nel clero. Mai. Erano vere. Non so come dire, trovavo un’apertura mentale, anche nelle suore meno provvedute intellettualmente, che non mi aspettavo.
Sono state tutte esperienze che, quando sono arrivata all’Osservatore Romano mi hanno fatto pensare a un mensile che desse voce a queste donne, per far capire che queste donne tengono in piedi la Chiesa con un lavoro costante di testimonianza cristiana che viene ignorato, che non viene mai raccontato.
Raccontiamolo! Raccontiamo le loro idee, la loro cattività, i loro dubbi. Ecco, con un gruppo di donne, due, tre persone, che erano in sintonia con me, ne abbiamo parlato col direttore dell’Osservatore, il quale ha detto: “Va bene, fate un progetto, e però sarebbe meglio portarlo direttamente al Papa perché se noi partiamo prima viene fermato”. Il Papa era Benedetto XVI.
Così la rivista è partita.
Come era fatta?
L’abbiamo fatta immediatamente aperta, rivolta a tutte le donne che erano interessate a riflettere sul loro ruolo nella società di oggi. Abbiamo inventato un modello molto breve, in tutto quattro facciate molto grandi, ma curate benissimo. Per esempio, in copertina c’era sempre un grande disegno fatto da una nostra amica artista secondo il tema del numero. Quindi una serie di opere prime. Poi cercavamo con grandissima cura le fotografie e all’inizio avevamo anche una vignetta, sempre nella prima pagina, fatta da una suora che raccontava le sue avventure, per esempio che mentre stirava, lavava, si sentiva dire che non avendo famiglia aveva meno da fare, insomma battute del genere.
La vignetta, però, dopo cinque o sei numeri è stata tolta, ma non per l’intervento, almeno apparentemente, di cardinali o vescovi, ma per la protesta di una suora che occupava un posto importante in Vaticano, che riteneva questo “un prendere in giro le suore”. Invece era molto carina, con un’ironia dolce e garbatissima delle suore su se stesse e su cosa si pensava di loro.
Per tutto il resto non abbiamo mai avuto problemi. Facevamo una lunga intervista nella prima pagina a una donna che noi ritenevamo significativa nella Chiesa di oggi, che poteva essere o molto famosa o anche non conosciuta da nessuno. Ad esempio, la prima intervista l’abbiamo fatta a Maria Voce, che è la donna più importante del mondo cattolico, anche se pochissimi la conoscono. È la presidente dei Focolari, un movimento cattolico che conta milioni di aderenti in tutto il mondo e che per statuto può essere presieduto solo da una donna. A Maria Voce abbiamo chiesto appunto della sua storia, della sua vita, e anche se veniva mai consultata da papi, da cardinali. E lei ha detto di no, mai. Ora, il fatto che una donna a capo di un movimento così importante, che gira il mondo continuamente e quindi ha il polso di tante situazioni complesse, non venga mai consultata fa pensare a un grande spreco. Perché non la si consulta? Semplice, perché non è un sacerdote, è un avvocato, una laica.
Poi abbiamo fatto tante interviste a persone più o meno note, per esempio a una suora, che poi è diventata una nostra redattrice, che lavorava come serva al Capranica, un antico palazzo di Roma, bellissimo, dove vengono mandati i preti migliori del mondo per fare dottorati; questi sacerdoti o seminaristi vengono trattati coi guanti, aiutati negli studi in tutti i modi, mentre le suore cucinano e lavano i piatti, puliscono per loro. Una di queste suore, congolese, suor Rita, si era dottorata mentre doveva svolgere un lavoro pazzesco, cucinare, lavare piatti e fare le pulizie per tutti questi maschi. Poi, in seguito, di queste suore intellettuali, che oggi insegnano nelle università pontificie, che si sono laureate e dottorate pur dovendo far le serve per i preti, ne ho conosciute altre. Tutto questo l’abbiamo raccontato.
Nella seconda pagina mettevamo vicende che riguardavano donne passate alla storia. Poi c’era un articolo sulle donne nelle altre religioni, ebraismo, confessioni riformate, ortodossi. In terza abbiamo cercato di fare sempre un’inchiesta d’attualità su un’esperienza di donne nella Chiesa; abbiamo cominciato con quella di Talitha Kum, una rete internazionale di donne consacrate con lo scopo di combattere la tratta delle donne. In questa rete di congregazioni femminili, che adesso ha dieci anni e si è allargata nel mondo, le suore, scambiandosi informazioni, indicazioni, ascoltando le loro storie, hanno imparato a scoprire le trame attraverso cui queste donne vengono irretite. Questo è stato di enorme importanza per loro ed è servito a salvare un numero di vite molto alto. Ebbene questa associazione dopo dieci anni ha ricevuto dagli Stati Uniti d’America un premio dedicato a chi combatte per i diritti umani nel mondo, una cosa importantissima, un riconoscimento mondiale.
Beh, non è comparsa notizia di questo premio, né sull’Osservatore Romano, né sulla nuova “Donna Chiesa Mondo”. Io non c’ero più, ma gli avrei dedicato una paginona grande come una casa. Si dà notizia se qualsiasi cardinale o vescovo piglia una laurea honoris causa e si non fa neanche un cenno a un premio così prestigioso? Questo per dare l’idea di come vivano clandestinamente le donne nella chiesa.
Poi, in ultima, uno scrittore, non necessariamente credente, doveva raccontare a modo suo la vita di una santa. Devo dire che le vite più belle le hanno scritte degli scrittori che, appunto, non si dichiaravano credenti. Hanno accettato di collaborare scrittori molto importanti e i racconti sono poi stati raccolti in un libro.
Insomma, non mi devo vantare ma era un giornale molto carino.
Mi dicevi che avete avuto successo…
Sì, e dopo cinque anni ci siamo sentite abbastanza forti per tramutarci in un magazine, sempre molto curato graficamente, in particolare per le immagini. Siccome ricevevamo tantissime lettere dalle suore di tutto il mondo che non solo ci ringraziavano, ma ci mandavano il racconto delle loro esperienze. Noi li pubblicavano, in certi casi, come articoli, in altri, quando le suore non scrivevano abbastanza bene, come interviste. Per esempio, c’era una suora, in Thailandia, che tutti i giorni, per andare dalla sua casa alla scuola dove lavorava, si sedeva sulla seggiolina accanto al guidatore e, avendo imparato il tailandese, chiacchierava con l’autista buddista scambiandosi pareri sulle rispettive religioni. Noi abbiamo pubblicato il dialogo, un dialogo profondo e semplicissimo al tempo stesso. Altre suore ci hanno raccontato di come, prigioniere dei guerriglieri africani, noti per non essere particolarmente teneri con le suore, cercavano di mantenere il loro ritmo di preghiere e di meditazione, riuscendo così a ricostruire, nonostante tutto, un’oasi di pace; tant’è che, a un certo punto, i soldati senza dire niente si mettevano vicino a loro, per godere un poco di questa pace. Sono testimonianze fantastiche, alcune veramente toccanti. E poi l’inventiva di queste donne, le cui iniziative poi diventavano progetti per tutta la congregazione.
Queste suore si lamentavano di non essere considerate. Vivendo in una zona dove i preti erano pochissimi e venivano una volta ogni tanto, la Chiesa restava in piedi grazie a loro, erano loro a fare anche la pastorale, a leggere il Vangelo, a dare la comunione, battezzare, sposare, aiutare a morire; in qualche modo, confessavano anche, perché la gente andava a parlare con loro; non sarà stata una confessione sacramentale ma era una confessione.
Ecco, si lamentavano che poi, quando si doveva scegliere un vescovo per quel distretto, che in genere è scelto dai sacerdoti della zona, non veniva mai chiesto il loro parere. Lo si chiedeva solo ai sacerdoti, i quali poi, fra di loro, hanno rivalità e problemi, mentre le suore, non essendo in lizza per diventare vescovo, avrebbero sicuramente dato pareri più sensati.
Dicevi di problemi anche più gravi…
Le suore ci hanno parlato dello stato di servitù a cui erano costrette. Ci sono congregazioni, esistono ancora, nate solo per fare le serve dei preti, tutte fondate da un prete, mai da una suora; raccolgono suore nelle zone più povere, persone che si sarebbero sentite già promosse ad andare a fare le serve a casa del prete. Ci hanno raccontato di queste suore che vivono con i preti in zone un po’ separate, sempre a loro disposizione, spesso senza mai una vacanza, salvo ogni tanto essere mandate al loro monastero per esercizi spirituali di una settimana; non vengono pagate, forse il prete fa qualche donazione al loro monastero; sono come schiave. Non mangiano mai a tavola con i preti; questo l’ho potuto constatare anche nella mia parrocchia a Roma. Sono andata a fare una conferenza e dopo mi hanno invitato a cena. Come ho detto, a Roma ci sono tanti preti perché vengono per fare un dottorato, non fanno capo a una parrocchia ma danno una mano, aiutano. Così mi sono trovata a tavola con cinque preti e il parroco e con le suore che ci servivano. Ho detto: “No, scusate, io voglio che le suore siano a tavola con noi”, e loro: “Ah, no, no, loro non vogliono”, così sono andata in cucina a chiedere che per favore venissero a sedere con noi. Insomma, non si sono volute sedere e i preti mi hanno detto: “Però il giorno di Natale mangiamo tutti insieme”. Li avrei ammazzati. Gliene ho dette di tutti i colori! E questo mi è capitato in vari posti. Io sempre chiedo: “Dove sono le suore?”, e vado in cucina a cercarle.
Ma ci sono anche abusi sessuali?
La situazione è drammatica, anche perché in alcuni contesti, da noi un po’ meno, ma in paesi come l’Africa e l’Asia molto di più, queste suore non sono solo delle serve, ma anche delle prostitute, costrette a rapporti sessuali dal prete. Parlando con loro siamo venute a conoscenza di storie terribili di abusi commessi da preti che sanno bene di poter contare su un potere immenso, perché, intanto, sono loro a confessarle e ad assolverle, perché in genere sono preti legati alla loro congregazione, e le suore sanno che, se parlano, la congregazione dirà che non è possibile: “Il nostro prete amato, quello che ci aiuta, cosa dici, ci stai rovinando”… Le suore non hanno quasi contatto con l’esterno; a differenza dei preti che conoscono molti laici dai quali vanno a pranzo e a cena e così via, le suore fanno una vita segregata. Non hanno punti di riferimento esterni. Quindi non sanno neanche come possono denunciare alla giustizia civile un abuso. E poi, se anche lo denunciassero, cosa ne sarebbe di loro? Magari non hanno un diploma, non avrebbero  modo di lavorare fuori del monastero, spesso hanno tagliato i rapporti con la loro famiglia, a cui non saprebbero come dire che sono dovute andare via. Insomma, sarebbero completamente perdute. Quindi i preti sanno benissimo di poter abusare di loro in totale impunità. E infatti lo fanno. Questo è quello che abbiamo imparato facendo il nostro giornale.
Però non vi occupavate solo delle donne e la Chiesa...
No, assolutamente. Ci siamo occupate anche di discutere più in generale dei problemi delle donne oggi, ma in modo non ideologico, e ci è capitato di dire cose che non diceva nessuno. Per esempio, siamo state le prime a dire che le medicine vengono testate solo sugli uomini e quindi le donne ricevono sempre dei farmaci sovradosati, perché in genere sono di struttura fisica inferiore. Perché non sono testate sulle donne? Perché il ciclo mensile altera la reazione al farmaco e in più, in caso di gravidanza, si potrebbe danneggiare il feto creando gravi problemi alla casa farmaceutica. Le donne quindi sono scomode. Siamo state il primo giornale in Italia a dare questa notizia.
Oppure abbiamo intervistato una scienziata che a Losanna sta dirigendo una grande ricerca sul tumore al seno che stabilisce un rapporto fra l’aumento dei casi e la grande dispersione di ormoni nelle acque delle nostre società. Ormai noi li usiamo per l’agricoltura, per gli animali, ci sono nella pillola anticoncezionale usata da moltissime donne, e tutti questi ormoni finiscono ovviamente nelle acque di scarico, un’acqua che poi ritorna nel ciclo. Ecco, questi ormoni modificano gli esseri umani. Noi l’abbiamo intervistata.
Poi abbiamo molto discusso sulla maternità, che è una grande vocazione della donna ed è anche la sua prigione. Le femministe l’hanno considerata soprattutto la sua prigione. Noi ci siamo rifiutate di considerarla tale, però ne abbiamo discusso molto intervistando anche femministe, soprattutto all’estero, che avevano scritto libri di riflessione su questo. La nostra posizione è stata quella di affermare che sì, certo, siamo state educate a essere più oblative degli uomini, a occuparci più degli altri, ma che non ci sembra un male e che invece di educare le donne come gli uomini, dovremmo educare gli uomini a essere più oblativi, imparando dall’educazione ricevuta dalle donne. Abbiamo fatto moltissime discussioni di questo genere. Insomma, abbiamo reso la rivista un luogo di dibattito sul femminismo oggi.
Poi quando è scoppiato il problema della pedofilia abbiamo iniziato a riflettere su quale potesse essere il ruolo delle donne nella Chiesa dopo un tale scandalo. Abbiamo dedicato dei numeri a questo, e lì abbiamo cominciato a sentire un po’ di nervosismo.
Ci siamo occupati a lungo di migranti e, molto, di stupro. In questo ci sono stati molto utili i Cavalieri del Santo Sepolcro, che, forse non è noto, su tutte le motovedette italiane hanno costituito una task force di medici e infermiere per accogliere i migranti. Abbiamo incontrato questi medici, spesso donne, e le infermiere, e sono state loro a raccontarci che le donne arrivano quasi tutte incinte, ma che non lo erano quando si sono messe in viaggio. Sono state tutte stuprate e tutte sono  sconvolte. Per esempio i Cavalieri del Santo Sepolcro hanno costituito in Germania, dove i migranti arrivavano via terra, delle case per aiutare queste donne incinte, dicendo loro che, se volevano, potevano tenere i loro bambini e sarebbero state aiutate, o altrimenti, che li potevano dare a loro. Hanno cercato di creare delle strutture di psicologi, di assistenti di tutti i tipi, affinché queste donne potessero raccontare la loro esperienza.
Poi abbiamo parlato anche con le suore che fanno parte di Talitha Kum, che stanno facendo lo stesso qui in Italia nei centri di raccolta dei migranti, dove loro raccontano che tuttora queste donne vengono stuprate perché di notte non c’è controllo. Ci hanno raccontato delle storie terribili e queste suore sono le uniche che sono lì e che ascoltano, che cercano di affrontare la situazione.
Abbiamo dedicato molti numeri a questo problema, perché la violenza sessuale sulle donne non è mai stata così diffusa come in questo momento storico. Abbiamo anche fatto la proposta che lo stupro venisse considerato uguale alla tortura, proposta che, a un certo punto, aveva anche avuto un piccolo seguito: alcuni ambasciatori presso la Santa Sede ci dissero che le Nazioni Unite avrebbero potuto accettarlo con l’appoggio della Santa Sede. Sarebbe molto importante perché, dal punto di vista giuridico, nell’accoglienza dei migranti, in caso di tortura, è previsto un iter di reintegrazione. Facemmo un numero che si chiamava “stupro come tortura”.
Purtroppo le cose più belle le abbiamo fatte poco prima che fossimo costrette a chiudere, quindi non abbiamo più potuto continuare questa iniziativa cui tenevamo tantissimo.
Ma le suore sono una realtà così importante nel mondo?
Sì, devo dire che le suore sono un aiuto enorme, sono in tutto il mondo, ci danno notizia di tutto, conoscono quello che succede capillarmente, non c’è nessuna Ong che possa fare altrettanto. Le Ong stanno nei grandi alberghi delle grandi città dell’Africa. Le suore vanno a salvare le donne stuprate in giro nei boschi in Africa. Sono le suore che vanno, non le Ong. Sì, qualche donna stuprata raggiunge la capitale e allora la Ong si occupa di lei, però è molto raro che succeda. Mentre invece le suore stanno dappertutto, e noi le abbiamo conosciute, le abbiamo anche aiutate. Un Natale siamo riuscite a regalare una jeep-ambulanza a un gruppo di suore che operano nel sud del Congo, una zona dove questi stupri sono continui. Loro andavano con delle portantine, ma le donne morivano dissanguate prima di arrivare all’ospedale da campo; sarebbe stato diverso avendo un’ambulanza... Allora noi siamo riuscite a trovare i soldi per comprar loro un’ambulanza-jeep. Queste donne poi restano con loro, lavorano, stanno lì coi loro bambini; è nato anche tutto un villaggio in cui le une salvano le altre, insomma.
Quindi già solo far conoscere queste cose secondo me era una cosa importantissima, anche farle conoscere alla Chiesa stessa, che fa finta che non esistano. Vi rendete conto che la Chiesa non è neanche capace di farsi bella di quello che le donne fanno? È una cosa incredibile, incredibile. Si può capire perché ci si è spezzato il cuore quando abbiamo dovuto andarcene. Spezzato il cuore è la parola giusta.
Ma la decisione come l’avete sentita arrivare, è stata improvvisa?
No, il Vaticano non fa mai le cose violente perché temono lo scandalo. Eravamo già diventate un po’ famose perché avevamo denunciato il fatto che le suore facevano il lavoro servile. è uscito un numero dedicato al tatto, al senso del tatto, al significato spirituale del senso del tatto, in una serie dedicata ai cinque sensi. E in un articolo dicevo che il tatto era ormai proibito nella Chiesa, con tutte queste accuse di stupro, e poi ho parlato dello stupro delle donne da parte dei sacerdoti. In effetti ci avevano avvisato di non parlare degli abusi sessuali sulle religiose. Ricordo che ci dicemmo: “Se ci mandano via, almeno ci manderanno via per un buon motivo”. Naturalmente i giornali di tutto il mondo ripresero la notizia e fu chiesto al Papa se fosse vero, e il Papa, durante il viaggio di ritorno da Abu Dabhi disse: “Sì, ma ci stiamo lavorando”, cosa che non era vera allora e non lo è oggi; forse il Papa lo sperava ma non era vero. Ma anche allora a noi non è successo apparentemente niente. Quello era il numero di febbraio, poi durante il mese di marzo, sull’Osservatore Romano, dove nel frattempo era cambiato il direttore e tutta la direzione, è uscita una recensione, scritta da una donna, di un documentario, fatto da Arté, una casa di documentari belga, tutto dedicato alle violenze sulle religiose.
Ebbene, in questa recensione si diceva che quel documentario non aveva avuto un punto di vista cristiano sulla questione: impossibile non pensare che con quella recensione, per di più scritta da una donna, stessero smentendo noi. Infatti, poi ci dissero che avevano deciso di far entrare altre donne nella redazione e che il direttore voleva partecipare alle nostre riunioni di redazione...
Il gruppo che si era creato era molto coeso e affiatato?
Sì, eravamo una redazione che si era creata nel tempo, con alcune delle donne che man mano collaboravano col giornale, donne molto sintoniche con noi, come appunto suor Rita, la suora congolese diventata una nostra redattrice, e Anna Foa, una storica ebrea. Non eravamo un gruppo che si riuniva solo per fare il giornale, era un laboratorio culturale dove si discuteva dei problemi. Per esempio, abbiamo molto seguito il problema del modo di trattare le donne nel cristianesimo e nell’islam, facevamo venire persone a farci conferenze, per esempio Samuela Pagani, una studiosa di mondo arabo all’Università di Lecce, bravissima, che è stata un nostro punto di riferimento, si può dire che sia entrata in redazione. Con lei abbiamo raccontato il ruolo delle donne nell’Islam.
La redazione era diventata proprio un laboratorio intellettuale. Ci riunivamo una volta all’anno a Bose per 4-5 giorni, in cui passavamo il tempo a discutere, noi insieme a due-tre sorelle di Bose con cui avevamo stretto un legame intellettuale molto forte. Devo dire che questo laboratorio intellettuale è stato uno dei più felici cui io abbia mai partecipato, e sono una signora coi capelli bianchi. Lì, quando ci mettevamo a discutere di qualcosa, scattava la vera gioia del capire, il che è una cosa rara. E così anche le rivalità, le antipatie, che ci sono sempre, perché siamo tutti umani, scomparivano.
La gioia di capire prevaleva su tutto. È stato un lavoro veramente appassionante, ne sento molto la mancanza. Abbiamo provato anche a continuare, facendo incontri, facendo un sito, anche se siamo una catastrofe informatica, ma è diverso lavorare quando si ha un progetto per fare qualcosa di concreto.  
Dicevi che però  dalla fine della rivista continui a ricevere molte lettere, s’è creata una rete di comunicazione molto vasta…
Sì, per fortuna sì, cioè sono rimaste in piedi queste reti, infatti vorrei fare qualcosa per non sprecarle, però sono fuori dall’Italia. L’Italia da questo punto di vista è terribile, ma fuori ci sono documentaristi, giornalisti che vogliono fare libri, inchieste, documentari sugli abusi delle religiose e mi chiedono di fare da consulente. Io li aiuto per tutto quello che posso. In Italia è impossibile, ne conosco di suore che sono state abusate ma non ne parlano più, sono terrorizzate.
Questa è la verità. Sono donne distrutte, psicologicamente distrutte. Qui, infatti, non compaiono quasi mai le denunce, le poche che sono state fatte sono finite quasi tutte con l’assoluzione dei sacerdoti e questo è servito a far chiudere la bocca. Sono storie tragiche, terribili. In Francia è molto diverso, si è creato un gruppo di donne abusate che stanno sostenendosi a vicenda e denunciando.
Ecco, lì sta cambiando molto, e io sono in contatto con loro. Oppure in India. C’è un episodio molto interessante di ribellione di alcune suore abusate da un vescovo. L’Italia è un paese in cui addirittura non si parla di abusi sui minori. Sembra un paradiso rispetto agli abusi, invece è un posto dove ci sono stati e forse sono ancora in corso, una quantità di abusi, ma di cui non si sa mai niente. Purtroppo gli abusi sono una cosa che se rimangono impuniti si moltiplicano, lo capisce chiunque.
(a cura di Gianni Saporetti)