Giorgio Benvenuto, entrato giovanissimo nel sindacato, nel 1969 è diventato segretario generale dell’Unione italiana lavoratori metalmeccanici (Uilm). Sostenitore dell’unità sindacale, ha fondato, insieme a Pierre Carniti e Bruno Trentin, la Federazione lavoratori metalmeccanici (Flm). Segretario generale della Uil, poi deputato e senatore per i Democratici di Sinistra, oggi è presidente della Fondazione Bruno Buozzi e vicepresidente della fondazione Giacomo Brodolini.

Sei vissuto in un’epoca in cui c’erano partiti forti e addirittura un sindacato unitario…
Ieri era il primo ottobre. Ecco, io ho cominciato a fare il sindacalista il primo ottobre del 1955, avevo 17 anni. È nel sindacato che ho imparato tutto. Come potrei dire, non avevo una conoscenza di queste cose, la mia famiglia mi aveva educato in un’altra maniera. Mio padre era un ufficiale di Marina, era severissimo, era per l’ordine, infatti avere un figlio che faceva il sindacalista...
Devo dire che in quegli anni, a differenza dei miei compagni di scuola, avevo però avuto la fortuna di viaggiare molto. Mia madre era abruzzese e mio padre era napoletano. Io sono nato, un po’ per caso, a Gaeta, poi siamo vissuti a Pola fino al ’43. Sono stato anche a Messina, a Pescara, a Napoli, a Genova e infine a Roma.
Comunque, a un certo punto, mi volevo rendere autonomo dai miei genitori e quindi andai da questo mio zio, che era la pecora “rossa” rispetto agli altri fratelli. Gli chiesi consiglio, lui era nella Cgil, ma mi mandò da Viglianesi, il maggior fautore della nascita della Uil, nel 1950. Gli chiesi: “Scusami, ma perché mi mandi alla Uil?”, e allora lui mi spiegò: “Ma, sai, i socialisti qui nella Cgil fanno fatica...”. Era il 1955. Poi, nel ’56, con l’Ungheria, fuoriuscì anche lui.
Tu sei stato uno dei tre fondatori del sindacato unitario dei metalmeccanici...
Sì, i metalmeccanici l’unità l’hanno fatta. Oggi nessuno sembra ricordarlo, c’è una specie di rimozione; si ricorda solo l’unità sindacale che ci fu dal ’44 al ’48, ma dal 1969 al 1985, il nostro sindacato era unitario: i metalmeccanici rappresentavano un po’ una “quarta confederazione”, che interveniva nel dibattito con la stessa autorevolezza degli organi Cgil, Cisl e Uil e a volte anche maggiore.
L’unità fu importante perché consolidò, secondo la mia opinione, la democrazia. In quegli anni vennero introdotti cambiamenti importanti, non solo rispetto alle questioni salariali e contrattuali, vennero affermati dei diritti. Uno non può immaginare com’era l’Italia di allora rispetto a quella, pur con tutti i difetti, di oggi. Basterebbe pensare alle donne, forse uno dei pochi ambiti dove non abbiamo subìto arretramenti. Perché invece, rispetto alla condizione dei giovani, del Mezzogiorno, si è andati avanti ma poi...
Riandando a quegli anni, scherzando dico sempre che ho passato più tempo con Trentin, Lama e Carniti che con mia moglie.
Dovete sapere che allora esisteva una norma in base alla quale chi era iscritto al Psi doveva obbligatoriamente essere iscritto alla Cgil. In seguito, il Partito socialdemocratico, il partito di Saragat, fece lo stesso: chi era iscritto al Psdi doveva essere iscritto alla Uil. La norma decadde nel 1966, con l’unificazione socialista.
Comunque noi portammo avanti questa battaglia, la mia più alla luce del sole, quella di Trentin più complicata. Dicemmo: facciamo l’unità dei metalmeccanici perché siamo più avanti: già da tempo facevamo iniziative comuni. Qualcuno mi diceva: tu sei nella Uil, sei più piccolo, ti faranno fuori. Invece non è assolutamente vero. Anche perché se io voglio l’unità non faccio dei processi di assorbimento, faccio dei processi di allargamento. Il sindacato unitario ha interesse ad avere chi è più estremista e chi lo è meno. E poi la Uil, sostenevo, è piccola se parla ai suoi, ma se parla a tutti i lavoratori ha una platea più grande, se le tue idee sono buone...
Ho detto che per Trentin era stato più complicato ma, insomma, anche per noi non fu semplice: io nel ’71 fui cacciato dalla Uil, sui temi dell’unità sindacale. Poi alla fine sono rimasti fuori quelli che mi avevano mandato via, perché la gente, i lavoratori e l’opinione pubblica erano con noi.
A livello nazionale era infine prevalsa l’idea di un “patto federativo” tra le tre sigle Cgil, Cisl Uil nei cui confronti, per esempio, la Uil e la Fim si astennero, mentre Trentin votò a favore.
I lavoratori lo vissero come un ripiegamento rispetto all’idea di una vera unità, di un sindacato unico. Quello fu il momento più difficile perché noi avevamo già fissato il congresso di scioglimento dei metalmeccanici. Carniti aveva fatto lo stesso. Trentin non riuscì, perché cominciarono le pressioni, gli inviti alla prudenza: la preoccupazione era che se si faceva una forzatura, poi poteva crearsi un sindacato degli antiunitari e mettere gli altri in minoranza.
Allora ci siamo detti: come facciamo? Continuiamo a litigare? Il sindacalista dev’essere sempre ingegnoso... allora decidiamo pure noi di fare la “federazione”, ma la chiamiamo Federazione lavoratori metalmeccanici, senza dire la Federazione Fim, Fiom, Uilm. Avevamo anche scelto una sigla, Flm, che richiamava un fronte di liberazione; lì c’era Bruno che aveva questa cultura francese, noi lo prendevamo in giro; diceva sempre “sindicato”…
Facemmo anche la tessera unitaria, che chiamammo “attestato paritario”, e un giornale unitario; avevamo pure un bilancio unitario. Infine comprammo la sede unitaria della Flm, a corso Trieste, vicino al liceo Giulio Cesare.
A quel punto iniziammo a muoverci come sindacato unitario, con dei responsabili unici. C’era uno che parlava anche a nome degli altri... Qui devo dire che Trentin aveva una sensibilità, un’attenzione… La Fiom era ovviamente l’organizzazione più forte e allora lui si preoccupava sempre degli equilibri, perché la tendenza era di andare sempre a parlare con lui, era un fatto naturale, però lui in qualche modo si faceva carico degli altri, se necessario anche autocensurandosi. C’era un rapporto di grande lealtà, non è come oggi che ti devi sempre guardare dal fuoco amico. Noi non avevamo fuoco amico perché eravamo davvero degli amici.
Ci sono stati pure momenti difficili.
Certo, su molti temi facevamo votare i lavoratori, per esempio sull’aumento eguale per tutti, oppure quando c’è stata la scala mobile. In questi casi, non si trattava di votare per quello che diceva la Uilm o gli altri, si mischiavano le carte...
Oggi c’è un egoismo, una competizione, un individualismo. All’epoca i lavoratori fecero gli scioperi per portare le fabbriche nel Sud. La Fiat doveva fare gli stabilimenti a Torino e noi li abbiamo spinti a farli giù. Di iniziative ne abbiamo fatte tante, anche a Reggio Calabria...
Prima che nascesse l’Flm, durante l’autunno caldo, organizzammo una manifestazione dei metalmeccanici a Roma. A Milano, poco tempo prima, era stato ucciso un poliziotto, Antonio Annarumma, pertanto volevano impedirci di andare in piazza perché temevano degli incidenti. Noi però tenemmo duro e alla fine organizzammo questa   in piazza del Popolo. Non c’era un poliziotto. Avevamo detto al ministro Restivo che volevamo occuparci noi della sicurezza. Alla fine non ci fu alcun incidente.
Io c’ero e ricordo questo elicottero che girava…
Sì, durò dalla mattina fino alle cinque del pomeriggio, con questo elicottero dei carabinieri che ci volava sopra. Dovemmo anche contrattare il tragitto, perché la manifestazione dovevamo farla a Piazza Venezia, dove però c’era la Confindustria, e Restivo non voleva che ci andassimo.
Allora decidemmo per Piazza del Popolo, però lui ci voleva far fare il corteo senza passare per il centro di Roma. Propose: “Passate lungo le Mura Aureliane”, lì dove sono i sottovia. All’epoca c’era Pio Galli, poi successore di Trentin. Lui era uno tosto, aveva fatto il partigiano e obiettò: “Ma se io faccio passare dei cortei nel sottovia e succede qualcosa, diventa una carneficina”. Se ne intendeva... e quindi facemmo questa cosa.
Qual era il problema? Che si erano fatti i congressi nella Cisl e Uil e noi li avevamo persi; nella Cisl aveva vinto Storti su una linea antiunitaria e nella Uil avevano vinto i socialdemocratici e i repubblicani, mentre i socialisti erano andati in minoranza. Ora, quando si faceva un corteo, la tradizione era che si doveva andare sul palco. Quella però era la prima manifestazione unitaria che si faceva dal 1948. Era il 1969. Allora io e Carniti diciamo a Trentin: “Guarda, che noi sul palco non possiamo far salire quelli contro l’unità, facciamo una manifestazione unitaria, la gente che partecipa, come minimo, li fischia”. Lui disse: “Capisco”. “Però non ci può salire neanche Novella”. Novella, segretario generale del Cgil, era per l’unità, insomma poteva sembrare che rinnegassimo le confederazioni… Trentin disse: “Ma come faccio a dirlo a Novella?”. Allora, Carniti, battendogli la mano sulla spalla, gli disse: “Fai fai”. E Trentin fece.
Anche Novella aveva capito che sarebbe stata un’anomalia.


Bruno Trentin, Giorgio Benvenuto e Franco Bentivogli in un'assemblea a Torino nel 1976

Perché racconto questo? Per dire che allora i rapporti contavano, cioè mentre oggi assistiamo ad attacchi continui, alla nascita di alleanze competitive, come si usa dire, a quei tempi c’era una comprensione incredibile. Ripeto, eravamo degli amici.
Poi cos’è successo? Perché quell’esperienza si è interrotta?
L’unità sindacale si è incrinata perché abbiamo avuto prima lo stragismo e poi le Brigate Rosse, che ci hanno colto alla sprovvista. C’erano state Brescia, Bologna, Reggio Calabria… c’erano i servizi deviati, la strategia della tensione. Non potevamo immaginare che ci fosse il terrorismo. Questo è stato un grande problema. L’unità si è bloccata. Noi siamo tornati nelle confederazioni, prima Carniti, poi io e poi Bruno, e abbiamo fatto la nostra battaglia lì. Non si è tornati a come eravamo prima, però non c’è stata nemmeno l’unità. Purtroppo, da un certo punto in poi, il sindacato ha ingaggiato una battaglia prevalentemente difensiva; non si è posto per tempo i problemi che derivavano dalla innovazione tecnologica e dalla globalizzazione. Abbiamo condotto queste guerre, come quella sulla scala mobile, senza accorgerci che il mondo stava cambiando. Il sindacato si è logorato in battaglie nazionali mentre attorno a noi erano in atto dei veri stravolgimenti.
Il sindacato nel tempo ha perso anche la sua carica internazionale. Noi aiutavamo il Cile, la Spagna, la Grecia... Adesso invece, davanti ai vertici delle banche e i vertici degli economisti, Davos… noi siamo spariti. Però, come siamo soliti ripeterci, puoi considerarti sconfitto, ma mai vinto.
Come vedi la situazione oggi?
Non voglio fare il nostalgico, ma penso di aver avuto la fortuna straordinaria di vivere un momento in cui l’Italia era in prevalenza di giovani, dove c’era la voglia di cambiare, mentre ora siamo costantemente in una posizione di difesa e quando uno si difende arretra, perde e si isola. Oggi si sente sempre dire: dobbiamo difendere i lavoratori, dobbiamo difendere le donne dobbiamo difendere i disoccupati, invece allora il tema era quello di valorizzare le donne, valorizzare i lavoratori... Il fatto è che allora eravamo forti della consapevolezza di poter cambiare. E poi c’era il rapporto con le persone, che era vincolante, perché tu non ti limitavi a parlare alla gente, parlavi con la gente e quindi dovevi essere serio. Oggi, invece, dalla sera alla mattina, in politica si può cambiare radicalmente posizione… mah!
Venendo al sindacato, intanto penso sia necessario fare l’unita. Oggi è più facile, perché non ci sono più quelle motivazioni ideologiche, che erano fortissime, non c’è più quel tipo di divisione del mondo. Quindi, prima cosa l’unità, poi certo non puoi proporre le cose di ieri, però sul tema della disuguaglianza ci sarebbe tanto da fare.
Qui non è questione di essere antagonisti o dialogici. Ricordo che Lama diceva che si doveva sempre trattare, sempre. In fondo i metalmeccanici non sono mai stati degli agitatori, hanno avuto sempre il senso di una visione generale dei problemi. Dopotutto, nella strategia dei metalmeccanici, come l’abbiamo declinato l’antagonismo? Intanto dicendo che andavano riconosciuti dei diritti, e quindi lo Statuto, la democrazia, il sindacato di fabbrica, i delegati, e poi una vera unità del mondo del lavoro con un inquadramento unico.
Poi i diritti comportano la conoscenza, io devo sapere… e quindi vennero fatte le 150 ore, che è stata una cosa enorme, perché la gran parte dei lavoratori aveva la licenza elementare. Ma poi, quel che era peggio è che non si capivano nemmeno tra di loro. Perché oggi tutti parliamo più o meno la stessa lingua, magari sbagliando il congiuntivo. Ma ai miei tempi, quando da ragazzo andavo a fare assemblee a Bergamo, non riuscivo a capire quello che dicevano...
Poi uno ha questo vizio di dire sempre “si potrebbe fare...”. Ecco, oggi abbiamo grosse fette della popolazione italiana che è analfabeta tecnologicamente, penso soprattutto agli anziani e alle persone emarginate. Allora il sindacato, così come i partiti, avevano le scuole, facevano i corsi, studiare era importante. Noi dicevamo: “Dobbiamo resistere un minuto più del padrone”, e però aggiungevamo: “Bisogna conoscere un libro più del padrone”. Perché la conoscenza è fondamentale. Non è certo una scoperta di noi metalmeccanici. Se si va a rileggere la storia dei sindacalisti nel Novecento, si rimane affascinati. Pensate a Di Vittorio, che non aveva la licenza elementare e conosceva Leopardi, o a Bruno Buozzi, ma io non potrei dire quanti operai e anche quanti sindacalisti ho conosciuto che erano autodidatti. E un autodidatta può essere più bravo di quanto lo sia uno come me che ha potuto studiare, che aveva i libri in casa, perché per lui quello era un elemento di riscatto.
Su questo oggi bisognerebbe fare una grande campagna. Adesso abbiamo l’algoritmo che ti stabilisce gli orari, i turni, le ferie, che ti dice quello che devi fare, e beh, io lo voglio studiare e poi lo voglio discutere. Da ragazzo ho discusso i cottimi, i premi di produzione… Ora ti liquidano con: “L’ha detto l’algoritmo”. Ma, scusate, ormai la gente non crede più in Dio e crediamo all’algoritmo!?
Allora, il sindacato ha tanti difetti, però non è una cosa che si può mettere da parte. Riguardo un certo ritardo, va anche detto che la colpa non è degli altri, è anche nostra perché questo tema del mercato, della globalizzazione, della finanza ci ha ubriacato.
Non so se avete visto quel bel film, “I compagni”, che racconta della battaglia che viene fatta per ridurre l’orario di lavoro in un’azienda tessile a fine Ottocento; è un film di Monicelli, c’è anche Mastroianni. Questi occupano la fabbrica e a un certo punto, quando hanno l’opportunità di poter parlare con i capi, viene proprio fuori questo timore reverenziale, si vede questa delegazione di sindacalisti che si mette tutta quanta col vestito della festa per andare a parlare con il padrone... e così è successo per la sinistra che, per entrare nei salotti buoni, ha sposato o comunque ha dato troppe ragioni alle controparti.
Questa almeno è la critica che muovo io, che poi sono un moderato. Cioè, abbiamo fatto le privatizzazioni, peraltro malissimo, per fare i soldi; abbiamo ammazzato il Mezzogiorno e anche sul lavoro… Io capisco che ci debba essere la flessibilità, ma qui siamo al nomadismo! Abbiamo reso nomade il mondo del lavoro. Insomma, io penso che abbiamo tenuto un atteggiamento troppo subordinato alle leggi del mercato.
Anche su questo la divisione non ha aiutato, anzi. La vicenda della scala mobile è stata una ferita che non si è mai rimarginata. La Uil era per fare l’accordo. Io penso che si dovesse fare quell’accordo. Il problema è che su questo si ruppe il sindacato... e poi perdemmo Lama e Carniti. E poi morì Berlinguer. La mia opinione personalissima è che se Berlinguer non fosse mancato, si sarebbe trovata la soluzione per evitare il referendum. Sono convinto di questo.
Dicevi dell’ultima stagione di riforme del lavoro...
Quelle non sono riforme. Le vere riforme, lo dico con un punto di orgoglio, sono quelle del primo centrosinistra. Questo lo riconosceva anche tuo padre Vittorio: quella è stata l’unica stagione in cui hai fatto delle vere riforme, perché hai superato le discriminazioni delle donne, hai fatto i diritti civili, lo Statuto dei lavoratori, le Regioni...
Le altre sono controriforme, perché come è stato affrontato il problema del mercato del lavoro? I provvedimenti sono stati quanto meno inadeguati. Si è detto: tolgo l’articolo 18 e ci saranno migliaia di assunzioni e investimenti… E comunque le riforme sono tali quando tu hai anche una partecipazione. Non può essere qualcosa che regali, dev’essere qualcosa che tu conquisti. Lo Statuto dei lavoratori era stato anticipato nelle battaglie contrattuali...
Detto questo, il sindacato è in difficoltà, questo è indubbio, però io resto ottimista. Io ho vissuto il ’68, il ’69. Allora il sindacato era molto burocratico, non faceva le assemblee... le cose possono cambiare, anche i consensi vanno e vengono.
La Uil aveva iniziato già negli anni Ottanta a parlare di “sindacato dei cittadini”, cosa significa?
Già allora si stava assistendo a un’evoluzione del lavoro e della società. Ai tempi delle grandi fabbriche, della catena di montaggio, le richieste erano uguali: riduzione dell’orario, ferie, ecc. Oggi è tutto spezzettato, disarticolato; è più difficile intervenire. Un tempo tu andavi alla Fiat e ci rimanevi per tutta la vita, era un posto sicuro, adesso non c’è più niente di sicuro, scompaiono le edicole, i negozi, le librerie, tutto. Nessun lavoro dura più tutta la vita, però tu sei cittadino tutta la vita, la società non scompare, quindi si tratta di dare al sindacato un compito più alto. Perché come cittadini siamo sempre più soli, con la nostra rabbia, le nostre insicurezze. Non c’è più una comunità...
All’epoca quest’idea che il sindacato potesse rappresentare il lavoratore, non solo sul posto di lavoro, ma anche nella società, sembrava stravagante. E poi qualcuno diceva che per questo ci sono i partiti. Io invece sono convinto che questo farebbe bene anche ai partiti perché si tratta di ricostruire anche il tessuto sociale. In fondo non è nemmeno una novità... in Italia i sindacati non sono nati come categorie, ma come camere del lavoro. Pensa a quante funzioni potrebbe assolvere oggi una camera del lavoro: c’è l’analfabetismo tecnologico, ci sono gli anziani soli… Forse quando l’ho proposto io era troppo presto: era il 1985.
Qui non si tratta di scegliere tra il sindacato delle vertenze e quello dei servizi, ma di coinvolgere e appassionare i nostri iscritti. Io poi ho molta fiducia nel mondo giovanile. Ecco, un’altra cosa bellissima di Vittorio Foa, per esempio, è che lui, nonostante gli anni, più andava avanti, più aveva fiducia, ma soprattutto curiosità... mentre tu oggi quando parli con i giovani gli vuoi sempre dare delle lezioni, spiegar loro quanto noi eravamo bravi. Ricordo ancora le assemblee fatte assieme a Vittorio: lui aveva un fascino che non dipendeva dall’età o dalla storia che aveva dietro di sé, ma da questo modo con cui si porgeva perché non era mai cattedratico...
Come vedi l’Europa rispetto al mondo del lavoro?
Purtroppo con il tempo è venuta meno quella voglia di fare un’Europa che avesse dei contenuti sociali. Io sono critico con quello che è stato fatto, non solo da Berlusconi e dagli altri, ma anche da noi. In questi anni ci siamo logorati per ottenere lo zero virgola, per indebitarci e per un piatto di lenticchie abbiamo rinnegato la nostra primogenitura.
L’Europa oggi ha delle cose che non vanno, bisogna affrontarle. La prima questione è quella dei paradisi fiscali e societari. Non si sono solo le isole Cayman, all’interno dell’Unione europea, in Olanda, Lussemburgo, Irlanda, ci sono dei paradisi fiscali. E se quelli sono paradisi fiscali, l’Italia è un “inferno” fiscale. Allora dico: cerchiamo almeno di essere tutti purgatorio. Serve un fisco che sia eguale, perché mentre prima noi potevamo tassare, ora sono le imprese e chi ha i soldi (non certo il pensionato o il lavoratore!) a scegliere dove farsi tassare.
Seconda questione: in Europa c’è dumping sociale. Su questo il sindacato ha un grave problema. In Italia abbiamo conquistato dei diritti che cerchiamo bene o male di difendere. Ma tu hai paesi dove non c’è la contrattazione, dove non ci sono norme di tutela del lavoro femminile, del lavoro minorile... Questo non va bene. Bisogna rinforzare il pilastro sociale. E poi ci sono i problemi dell’immigrazione. Su tutti questi temi, l’Europa deve andare avanti, non può stare in mezzo al guado, deve procedere sul suo cammino originario con responsabilità, ragionevolezza, gradualità. Però bisogna andare avanti, perché così non va.
Dopo la fine dell’Flm, siete rimasti in contatto?
Sempre. Eravamo amici. Ho ancora una bellissima foto di quando siamo andati in Vietnam nel 1972. Fu un viaggio avventuroso perché dovemmo girare mezzo mondo, perché c’era la guerra, i bombardamenti… Ricordo che ci inoltrammo in questa giungla nella quale c’era una azienda siderurgica, una piccola fonderia con un piccolo altoforno. La visitammo, era tutta nascosta per evitare che fosse colpita. Ci chiesero se potevamo portare un saluto agli operai, allora con Carniti dicemmo a Bruno: “Parla tu che conosci le lingue”. E lui fece questo comizio anche molto appassionato.
Poi, finito il discorso, ci accompagnava una persona del sindacato, del partito, che ci si rivolse dicendo: “Ma che avete fatto?! Che provocazione: avete parlato in francese! È la lingua dei coloni! Noi i francesi li abbiamo mandati via!!!”. Il povero Trentin ci rimase malissimo, avevamo fatto una gaffe.
Avevamo anche caratteri molto diversi. Carniti era molto brusco, io ero diplomatico, Bruno godeva di una grandissima considerazione... Voglio raccontare un altro aneddoto. Nel ’76 dovevamo rinnovare il contratto dei metalmeccanici. All’epoca c’era Bentivogli e ricordo che non si riusciva a concludere. Era ormai il primo maggio e noi volevamo fare in modo che si firmasse prima... Per Federmeccanica c’era Mortillaro, un negoziatore tremendo, l’avevano soprannominato “lotta continua” perché diceva sempre di no. Del Turco lo chiamava “Tutto il Medioevo minuto per minuto”.
Come facciamo? Noi avevamo una tradizione, che quando c’era da firmare il contratto, alla fine Trentin telefonava ad Agnelli, il quale chiedeva: “Come vanno le trattative?”, “Avvocato, stiamo per fare l’accordo, eccetera, eccetera, guardi c’è solo questa quisquilia...”, e così alla fine spesso risolvevamo. Mortillaro sapeva che c’era questa consuetudine e voleva assolutamente impedire che ci fosse questa telefonata, pertanto non ci mollava. Come facciamo? Bentivogli ancora non era esperto. Allora dico a Bruno: “Tu che sei il più perbene di tutti, di’ che non sei d’accordo con noi, vediamo di farlo venire qui e lo chiudiamo a chiave...”.
Bruno era una persona davvero speciale, io ho un bellissimo ricordo di lui, gli ho anche voluto molto bene. Comunque lui allora va e gli dice: “Mah, Benvenuto, Bentivogli sono un po’ massimalisti, eccetera”, e porta Mortillaro in una stanza che avevamo già predisposto e comincia a buttar giù delle cose. Poi a un certo punto dice che deve assentarsi...
A quel punto esce, noi chiudiamo la porta e Bruno fa finalmente la telefonata ad Agnelli. Gli spiega: “Guardi, se non firmiamo l’accordo, ora che c’è anche il primo maggio in tutte le piazze, insomma è controproducente anche per voi..”. Agnelli dà il via e si riapre la porta. A quel punto Mortillaro se la prese moltissimo, non con noi, ma con Trentin: “Mascalzone! Io la consideravo una persona...”. Insomma, succedeva anche questo. D’altra parte, come diceva Pertini: a brigante, brigante e mezzo!
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)