Gianni Sofri, storico e saggista, già docente universitario, è considerato uno fra i maggiori studiosi italiani del Mahatma Gandhi. Il libro di cui si parla nell’intervista è Gandhi tra Oriente e Occidente, Sellerio,  2015.

Possiamo partire dalla storia di questo libro...
Questo libro ha un antenato, le cui origini sono legate a un amico carissimo, Pier Cesare Bori, che era uno studioso di storia delle religioni e grande conoscitore di Tolstoj. Ora, sia lui che io sapevamo che Tolstoj e Gandhi erano stati in corrispondenza. Ovviamente per un breve periodo perché Tolstoj era all’epoca molto vecchio, infatti sarebbe morto di lì a poco, mentre Gandhi era sulla quarantina. Non a caso quando abbiamo iniziato a parlare del progetto di pubblicare queste lettere, ci siamo resi conto che la maggior parte delle persone cadeva dalle nuvole, quasi non ci voleva credere. Le persone sono infatti abituate a pensare a Tolstoj come a un grande personaggio dell’Ottocento e a Gandhi come a una grande figura del Novecento. Quando scoprivano che questi due personaggi avevano addirittura corrisposto erano tutti molto stupiti.
Questa corrispondenza consta di sette lettere complessivamente fra l’uno e l’altro; noi l’abbiamo accompagnata con una serie di lettere scritte dai rispettivi collaboratori, che aiutano a capire il contesto. Alcune di queste lettere sono importanti, altre testimoniano semplicemente della difficoltà di inserire la prima marcia e mettere in moto la macchina. Gandhi all’epoca è in Sudafrica dove conduce delle lotte in difesa degli indiani; nel 1909 scrive a Tolstoj e gli dice: ho letto un suo articolo, mi ha dato molto da pensare, noi ci ispiriamo molto alle cose che lei scrive, e quindi mi è venuta voglia di parlargliene. Tolstoj riceve questa lettera che probabilmente giace a lungo sul suo tavolo. Diciamo che la messa in moto di questa macchina è molto lenta. A un certo punto però Tolstoj riceve anche una biografia di Gandhi, la prima, scritta da un sacerdote anglicano che stava in Sudafrica; la legge e comincia a capire che queste lotte di indiani sudafricani sono importanti. Scrive pertanto a Gandhi e i due cominciano a dialogare, entrano anche nel merito di alcuni problemi.
Ecco, per scrivere questo primo libro, che risale agli anni Ottanta, di comune accordo, Bori e io ci dividemmo il lavoro. Io scrissi un saggio lungo su Gandhi, e lui su Tolstoj, e poi curammo questa corrispondenza. Per molti anni ho pensato che mi sarebbe piaciuto ritirare fuori questa corrispondenza con i discorsi che ci avevamo costruito attorno; anche Bori pensava la stessa cosa, tant’è che in una sua raccolta di saggi sulla cultura russa ripubblicò il suo saggio su Tolstoj. All’epoca gli dissi che prima o poi anch’io avrei fatto la stessa cosa. Questi sono i precedenti.
Aggiungo che il mio capitolo su Gandhi non è propriamente una biografia, e un po’ lo è. A me interessava portare il lettore al punto dell’incontro di Gandhi con Tolstoj (cronologicamente la mia biografia si ferma lì) e poi mi interessava mettere in evidenza alcuni problemi.
Veniamo a Gandhi. La prima cosa che metti in evidenza è che Gandhi, paradossalmente, sembra scoprire la sua identità di indiano a Londra...
In questa sorta di biografia che arriva soltanto fino all’inizio della Prima guerra mondiale, cioè al momento in cui Gandhi, finita la sua esperienza sudafricana, torna a vivere in India, il primo problema che pongo è per l’appunto questo: ma Gandhi è un indiano o un europeo? In apparenza la risposta è molto semplice, è indiano, più indiano di così! Ci sono dei bellissimi libri fotografici su Gandhi, che contengono decine e decine di fotografie delle varie tappe della sua vita. È possibile ricostruire l’evoluzione del pensiero e dell’attività di Gandhi attraverso i suoi abbigliamenti. Fino a quello finale, che consiste sostanzialmente di una specie di tunica, di lenzuolo, corredato di sandali.
Gli oggetti che lascia alla sua morte sono appunto questo lenzuolo, un paio di sandali, un arcolaio, perché lui filava e tesseva il cotone, un orologio, credo, e poco più. Alla fine di una lunga vita lui possedeva queste cose. Il suo abbigliamento era una scelta, la scelta di essere vestito e quindi riconosciuto come tutti gli altri indiani, di non portare alcun segno di distinzione o di ricchezza. C’era anche un altro elemento all’origine di questa scelta, cioè quello che lui chiama lo swadeshi, una parola che vuole segnalare qualcosa di vicino, del proprio paese; oggi parliamo di "chilometro zero”; ecco, Gandhi era molto favorevole a che venissero mangiate, bevute, indossate delle cose fabbricate, prodotte molto vicino al luogo in cui si stava, quindi per esempio nello stesso ashram dove viveva con i suoi discepoli. Questo valeva soprattutto per il cotone. Era un atteggiamento che nasceva in polemica con l’industrializzazione imposta dagli inglesi, nel tentativo di rivalutare la capacità degli indiani di mettere in azione un’economia più tradizionale, più autonoma.
Dicevo delle fotografie: quella sulla copertina del mio ultimo libro (quello di Sellerio), per esempio, appartiene al periodo in cui Gandhi è in Inghilterra. Ora, da ragazzino Gandhi non era particolarmente "gandhiano”, era un ragazzino molto normale, faceva anche delle birbonate, per esempio a un certo punto, trascinato da un suo compagno di studi musulmano, birbante più di lui, che lo esortava a fare cose peccaminose, prova a mangiare carne (con risultati tragicomici).  Gandhi infatti sosteneva che gli inglesi erano in grado di governare l’India pur essendo pochissimi proprio perché non erano vegetariani. Gandhi non era neanche un nazionalista indipendentista. Era per certi aspetti un ammiratore degli inglesi anche per questa loro capacità di dominare. Quando finì le scuole decise che voleva andare a Londra a fare giurisprudenza. Lì ne nacque una specie di tragedia familiare, perché Gandhi apparteneva a una sottocasta della terza casta, quella dei commercianti, che proibiva ai suoi membri di attraversare il mare. Con l’aiuto della madre, e soprattutto di un monaco giainista, riuscì ad andare in Inghilterra. Però, attenzione, per poterlo fare venne, non so come dire, squalificato, diventò praticamente un fuoricasta. Naturalmente dovette promettere a sua madre che per tutto il tempo in cui sarebbe stato a Londra non avrebbe mangiato carne, non avrebbe toccato donne, non si sarebbe drogato...
Resta il fatto che Gandhi, quando andò in Inghilterra, attraverso gli studi di giurisprudenza, attraverso la sua vita quotidiana, le sue abitudini, il suo modo di vestire, ecc., voleva trasformarsi in un gentiluomo inglese. Quindi fece delle cose che non possono che apparirci strane, e che lui stesso racconta nella sua autobiografia, cioè prese lezioni di danza, di violino, di buona pronuncia, ecc.
A Londra ebbe anche delle difficoltà molto pratiche, per esempio circa il vegetarianesimo. Lui si era portato dietro dei cibi dall’India, però a un certo punto li finì, credo che soffrì anche la fame. Non era un vegetariano per convinzione assoluta, però era rispettoso delle tradizioni e soprattutto desideroso di non venir meno alla promessa sacra, solenne, che aveva fatto a sua madre. Finché a un certo punto scoprì che a Londra esistevano dei ristoranti vegetariani. Questa per lui fu una grande scoperta! Si iscrisse alla Società vegetariana e diventò un vegetariano militante. Questa fu la prima grande trasformazione.
Sempre a Londra gli capitò per la prima volta di parlare in pubblico: gli toccò di sostituire una giovane donna che doveva fare un discorso sul vegetarianesimo a Hyde Park, allo speaker’s corner; lei si ammalò e chiesero a lui: andò in panico. Non fu mai quello che si dice un grande oratore. Era veramente uno che faceva fatica, ma poi si dominava e sapeva convincere e tenere le persone per ore e ore ad ascoltarlo. Gandhi seppe usare i nuovi mezzi, la radio, gli altoparlanti, i microfoni, era bravissimo, però se si guarda un documentario, si vede subito che lui parla senza mai alzare la voce, in una maniera monotona però convincente, con la tranquillità di chi ha imparato a dominare il panico.
In seguito cominciò a scrivere sul giornalino "The Vegetarian”. Possiamo dire che esordì come scrittore in quanto vegetariano. Non solo: nel ristorante vegetariano incominciò a incontrare dei cultori della cultura indiana, per esempio dei teosofisti. La Teosofia era una setta un po’ stravagante per certi aspetti, fondata da una nobildonna, Madame Blavatsky, un’esule russa; nell’intellighenzia londinese la pigliavano in giro.
In realtà la Teosofia svolse un suo ruolo importante in questo periodo, soprattutto grazie ad Annie Besant, che fu a lungo presidente della Società teosofica dopo la morte della Blavatsky. La Teosofia ebbe allora il merito di far conoscere meglio le religioni fra di loro, in particolare le religioni orientali.
Sempre in questo ristorante vegetariano, incontrò due signori che, quando seppero che era indiano, esordirono: "Ah, beato lei che è indiano, che conosce bene la Bhagavad Gita, e poi l’avrà letta in sanscrito! Che grande fortuna!”. Lui non disse niente ma poi ci ripensò. Gandhi non aveva mai letto la Bhagavad Gita, meno che mai in sanscrito, lingua che non conosceva. Così si mise a studiare la propria cultura, leggendo dei libri, perlopiù scritti da inglesi che si erano appassionati alla cultura indiana; opere sul buddismo, sull’induismo, oppure classici tradotti in inglese.
In questo senso ho parlato di circolarità tra la cultura indiana e la cultura europea, perché poco per volta a Gandhi arriva la sua stessa cultura, però attraverso mediazioni occidentali; le più importanti sono inglesi, per la semplice ragione che l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento è gli Stati Uniti degli anni Cinquanta del Novecento. Così come buona parte della cultura europea e mondiale ha dovuto passare attraverso Manhattan, così allora si passava da Londra.
Ruskin, noto come critico d’arte, ma che scrisse anche opere che noi oggi definiremmo di sociologia o sul welfare, è uno degli autori che più ha influito su Gandhi, ma non fu certo il solo; c’era un gran giro: ognuno prestava agli altri le opere che gli piacevano, o gliele suggeriva semplicemente. Tolstoj sta proprio in cima a questa piramide che stiamo disegnando. Un altro personaggio cruciale, che invece viene dagli Stati Uniti, è Thoreau, sia in quanto rivalutatore di una vita a contatto con la natura (era stato per un po’ di tempo a vivere in un bosco e aveva descritto le sue esperienze), sia per un’opera chiamata Civil Disobedience, nata dal suo rifiuto di pagare le tasse in opposizione alla guerra al Messico.
Ecco, la cosa curiosa è che questa circolarità non valeva solo per i libri, ma anche per oggetti della vita quotidiana. Uno degli autori che più influenzarono Gandhi è Carpenter, un ricco signore con idee di sinistra libertaria. Ebbene, una delle cose che faceva Carpenter era di fabbricarsi le scarpe. Lo si faceva in tutte queste comuni, ashram, ecc. Chi è andato a Jasnaja Poljana, a casa di Tolstoj, ha scoperto che sono esposti degli stivali fabbricati da Tolstoj in persona. Ma la cosa che mi aveva colpito, è che un amico di Carpenter gli scrive una lettera dal Punjab in cui gli dice di aver trovato "quei sandali che mi avevi chiesto”. Ecco, c’è una circolarità persino negli oggetti.
Apro una parentesi: chi abbia vissuto gli anni a cavallo del Sessantotto si ritrova perfettamente in questo ambiente londinese che ho cercato di descrivere, per varie ragioni. Per esempio, c’è tutto un fiorire di studi sull’Oriente; anche nel post-Sessantotto, gli anni che sono stati giornalisticamente definiti del "riflusso”, molti sono andati in India, poi a un certo punto hanno smesso e sono andati negli Stati Uniti, ma insomma c’è stata questa voga. Qualcosa del genere accadeva anche nell’Inghilterra di allora. Poi c’erano quelli che finanziavano sperimentazioni sociali o le attuavano, per esempio andando a vivere in campagna in specie di comuni in cui c’erano sia operai, lavoratori manuali, sia intellettuali. Quasi sempre litigavano dopo un po’. Poi c’erano questi finanziatori come Carpenter che a un certo punto si stancavano di essere finanziatori e volevano essere compagni attivi anche loro, con tutta una serie di problematiche personali, di gruppo e culturali generali. Altri hanno semplicemente scritto contro questi gruppi, magari prendendoli in giro, per esempio Kipling, in un racconto satirico del 1913, non risparmiò questo mondo che gli appariva popolato da giovani viziati, sperimentatori in rapporti sociali.
Quello che mi interessava sottolineare è che Gandhi è entrato, direttamente o indirettamente, in contatto con questo mondo di sperimentatori sociali per l’appunto, e ne è stato fortemente influenzato. Inoltre aveva tra i suoi collaboratori persone delle più svariate religioni, ebrei, cattolici, anglicani e così via. Per tutta la vita Gandhi ha riconosciuto i suoi debiti nei confronti di personaggi di questo mondo culturale religioso prevalentemente europeo, però anche nei confronti del mondo indiano, che nel frattempo veniva riscoprendo.
Possiamo dire che, quando è partito dall’India, Gandhi era induista per tradizione, stancamente insomma; invece quando è tornato in India, soprattutto dopo l’esperienza sudafricana, è tornato induista perché convinto della bontà della religione indiana. Che non voleva dire però che lui sottovalutasse le altre. Lui usava non a caso questa metafora, diceva che le religioni sono tutte come rami dello stesso albero. Era nettamente contrario all’idea stessa della conversione. Ciascuno doveva comportarsi bene secondo le regole della propria religione. Aveva anche un approccio molto pragmatico. A un certo punto Tolstoj gli aveva scritto che l’induismo gli piaceva molto, salvo la reincarnazione. Gandhi gli rispose chiedendogli di tradurre il suo testo, ma togliendo quel pezzetto, spiegandogli che gli indiani riuscivano a vivere e sopravvivere in condizioni difficili, in povertà, in carcere, grazie a quella credenza.
Anche quando, a Londra, gli chiesero di scrivere un articolo su indiani e vegetarianesimo, lui  spiegò che gli indiani non è che fossero vegetariani chissà per quali strane ragioni ecologiche, ma perché non hanno soldi. Non era proprio esattamente così ma, insomma, metteva in evidenza anche gli aspetti economici, materiali.
Riassumendo, per tutta la vita è stato chiesto a Gandhi chi fossero stati i suoi principali maestri e lui ha sempre risposto facendo i nomi di Tolstoj, Thoreau, Ruskin e Raychandbhai, un gioielliere di Bombay, giainista. Il giainismo è la religione che ha sviluppato di più la nonviolenza, e in particolare il concetto di ahimsa, un termine composto da alfa privativo e da una parola che significa violenza. I monaci giainisti sono quelli che camminano per strada stando attenti a non calpestare animaletti, che si tengono davanti alla bocca una benda per non ingoiarne, ecc., e sono radicalmente nonviolenti nei confronti di ogni essere. Ecco, Gandhi è stato certamente molto influenzato dal giainismo.
Lui era un pensatore sperimentale, questo va sempre ricordato perché alcuni l’hanno trattato come un pensatore politico. Gandhi invece amava molto la sperimentalità, non a caso la sua autobiografia è intitolata "La storia dei miei esperimenti con la verità”.
Nella tua ricostruzione ti soffermi sulla storia di un anno, il 1909. Puoi raccontare?
Negli anni intorno al 1909 Gandhi opera una serie di trasformazioni, introduce questo concetto di brahmacharya, che non è semplicemente la castità, va inteso come controllo del corpo più in generale; poi comincia anche a trasformare il suo atteggiamento politico, nel senso di renderlo più radicale, insiste molto per esempio sul fatto che la nonviolenza non può e non deve essere soltanto autodifesa, deve avere la capacità di andare all’attacco; nonviolenza non vuol dire rifiuto della conflittualità, vuol dire accettazione, gestione della conflittualità. Quindi una radicalizzazione del suo pensiero.
Nel 1909 esce anche il libro più radicale di Gandhi, Hind Swaraj, di critica alla civiltà moderna, all’industrializzazione, alle città, alle ferrovie. Possiamo dire che Ivan Illich è un assoluto discepolo di questo libro. Gandhi ha degli aspetti passatisti, non c’è dubbio; Hind Swaraj è anche un libro pieno di contraddizioni, però io ho cercato di mettere in evidenza alcune intuizioni importanti. In particolare c’è una frase che mi piace moltissimo: "Il non cominciamento di una cosa è saggezza suprema”. È la frase che apre l’epoca dell’ecologia; è l’idea che tutto si tiene. Con quest’opera Gandhi vuole anche dire agli indiani: guardate che non basta aver cacciato gli inglesi, bisogna avere cambiato se stessi. Perché se no non si vince la guerra.
Il 1909 è un anno importante anche per un altro motivo: il 2 luglio a Londra c’è un attentato politico, un giovane indiano, Madanlal Dhingra, uccide il capo di gabinetto del segretario di stato per l’India. Dhingra è membro di un’associazione fondata da Savarkar, un personaggio già noto per il suo estremismo, e che lo diverrà ancora di più dopo aver passato alcuni anni nelle galere britanniche. Oggi è considerato uno dei venerati padri fondatori della destra nazionalista indiana, con venature fasciste. 
Nel 1909 Gandhi arriva a Londra dal Sudafrica, per una missione diplomatica, pochi giorni dopo che Dhingra aveva commesso l’omicidio, e ha modo di seguire la vicenda sui giornali e nei suoi colloqui con uomini politici britannici. Qualche mese dopo, in una riunione fra indiani (ma presente un agente inglese che registra diligentemente quanto si dice) ha modo di polemizzare con Savarkar: è l’inizio di un inquietante, tragico rapporto che durerà decenni. Savarkar era stato certamente il mandante dell’omicidio commesso da Dhingra e nel 1948 fu quasi certamente lui il mandante dell’assassinio di Gandhi (non mi sembra ci possano essere molti dubbi, benché un tribunale lo mandasse ufficialmente assolto). Nel frattempo, in più occasioni, soprattutto in quella di una vasta campagna per farlo uscire di prigione, Gandhi si era impegnato in favore di Savarkar, che lo aveva ricambiato con un aperto disprezzo.
Ma torniamo a noi e al 1909. In quell’anno, a Londra, Gandhi viene messo di fronte ad alcuni dei personaggi che rappresentano il mondo della violenza (anche terroristica) in India. È un anno decisivo per la sua evoluzione politica, e ci aiuta a capire come ci siano momenti nei quali, più che i libri (anche se "grandi libri”) contino a volte gli incontri diretti con persone, fatti, idee in azione. Nel caso di Gandhi a Londra nel 1909, l’estremismo osservato da vicino. Non ci sono solo il giainismo o Tolstoj. Gandhi ha visto cosa sono i violenti e ha dovuto battagliare con loro, anche se con una certa prudenza. In Hind Swaraj, laddove parla del rapporto fra violenza e nonviolenza, è cauto perché ha conosciuto molti indiani che stanno seguendo questa strada e quindi non può limitarsi a condannare. Cioè lui condanna ma vuole capire. C’è un’ultima questione su cui comincia a interrogarsi sempre nel 1909. Fino ad allora Gandhi si era abituato all’idea che la sua vocazione fosse di difendere i diritti e cambiare la vita degli indiani del Sudafrica.
Invece, attraverso questi incontri con Savarkar, Dhingra e gli altri, capisce che il Sudafrica è un vicolo cieco, non potrà mai vincere da solo. Capisce che prima o poi, lui, Gandhi, dovrà prendere in mano i destini dell’India intera. Non lo dice esplicitamente e non lo fa subito, però incomincia a pensarci e pochi anni dopo lo farà. Lo farà anche con molta forza, perché è lui il rifondatore del Partito del Congresso. Farà molta politica, ma sempre con la capacità di ritirarsi ogni tanto: negli ashram, nell’India dei villaggi, a studiare e predicare riforme morali e sociali. Diventerà famoso anche come un politico, ma di una politica diversa, con regole nuove, meno staccata dalla morale; e rimarrà sempre pronto a stupire gli avversari, fossero inglesi o indiani, per la sua capacità di rovesciare improvvisamente, ma sempre in maniera leale, i tavoli sui quali si stava giocando.
In biografie recenti sono stati criticati alcuni atteggiamenti di Gandhi, per esempio verso i sudafricani...
Gandhi era anch’egli succube della concezione socio-antropologica dominante in quegli anni. Alla fine dell’Ottocento vigeva una concezione positivistica che vedeva l’umanità a gradini. Anche lui, se vuoi, considerava gli indiani un gradino immediatamente sotto i bianchi, con una accentuazione culturale, più che fisica. Invece vedeva i neri africani nel gradino più basso. Il suo approccio agli africani originari non era molto diverso da quello dei colonizzatori bianchi. Ma perché lui in realtà faceva parte di quella cultura. Lui aveva una grandissima cultura europea. E il suo erede, Nehru, ancora di più. Quando scoppiò la guerra di Spagna, non solo Nehru ci andò (anche se solo per qualche giorno), ma scrisse che "la nostra civiltà era in pericolo”. La nostra civiltà. In seguito andò anche in Russia per capire cosa fosse questa rivoluzione, e ne fu entusiasta, tant’è che portò anche in India l’idea della programmazione economica, dei piani quinquennali...
Nehru aveva studiato nelle più famose scuole e università inglesi. Anche Gandhi aveva studiato in Inghilterra. Non solo, quando andava in prigione leggeva una quantità di libri e poi, essendo un pignolo, ne elencava tutti i titoli. "Ho letto...”, due punti, e seguivano pagine e pagine di titoli di libri, ma i più svariati. Una volta pubblicai in un articolo uno di questi elenchi, era impressionante.
Hai dedicato un capitolo del libro alle biografie di Gandhi.
Volevo soprattutto mettere in evidenza un aspetto peculiare, e cioè il carattere "gandhicentrico” delle biografie di Gandhi. Il fatto che la fonte principale di tutti gli scritti su Gandhi siano le sue stesse biografie o gli scritti dei suoi seguaci ha come effetto e conseguenza che se tu leggi un libro intitolato "L’India contemporanea”, ti sembra che nell’India contemporanea ci sia solo il Partito del Congresso. Tutt’al più ci sono i conflitti all’interno del Partito, Tilak con Gandhi, Bose con Nehru, e qualche accenno agli estremisti dei primi anni del secolo, ma sono tutte comparse. Gandhi predomina.
Il problema di queste storie dell’India contemporanea è che sono costruite in maniera tale da non far capire bene al lettore come mai oggi c’è al governo uno che si chiama Modi. Per questo io ho sentito il bisogno di alcuni capitoli interamente nuovi, uno dei quali parlasse della complessità della storia indiana. Volevo far capire che il Partito del Congresso era effettivamente il filone principale, però accanto, e spesso intersecato, c’era anche quest’altro filone.
Dopo l’uccisione di Gandhi, anche se sia i suoi familiari che quelli di Tolstoj intervennero a chiedere che gli esecutori non venissero uccisi, i due responsabili furono condannati a morte (però Savarkar fu invece assolto). Questi movimenti subirono in seguito un fermo per qualche anno. Modi però è proprio l’erede di quest’altra tradizione. Un lettore di questo libro mi ha detto: "Ma lo sai che non avrei mai immaginato che quelli che governano oggi l’India sono quelli che hanno ucciso Gandhi!”. Invece in qualche modo è così.
Una curiosità: dove nasce la tua passione per l’Asia?
In effetti è una storia curiosa che fa capire come a volte il caso abbia un suo ruolo. Io mi sono laureato nel 1958 sui cattolici liberali toscani, ho fatto la tesi di laurea su Lambruschini, Capponi e Tommaseo, e poi ho continuato studiando temi di storia italiana. Appena laureato, assieme a un mio carissimo amico che si chiama Traniello, sono andato a lavorare a Torino, dove uno dei nostri professori dirigeva un’enciclopedia storica. Era stato programmato un saggio sulla Cina, una decina di paginette che doveva dare un’immagine chiara della Cina dalle origini ai giorni nostri! Ebbene, l’autore di questo saggio all’ultimo momento ci fece sapere che non ce la faceva. Mi chiamarono: "Senti, lo fai tu?”. Io non ne sapevo niente, della Cina. Mi scelsi dieci libri, di più non potevano essere perché avevo una settimana, mi chiusi in una stanza e scrissi questo pezzo, che fu apprezzato.
Poi, sempre un po’ casualmente, mi imbattei nel problema del "modo di produzione asiatico”. Me ne aveva parlato Carlo Poni, grande studioso di storia economica (forlivese, fra l’altro). Questo problema appassionò i comunisti del Comintern, della Terza internazionale negli anni Venti e Trenta, ma li appassionò al punto che Stalin alcuni li uccise. La questione era la seguente: le società umane seguono tutte la stessa strada, cioè comunismo primitivo, società schiavistica, società feudale, capitalismo, poi necessariamente comunismo? Oppure ci sono anche società che si pongono ai margini e hanno storie diverse? Per esempio, ci sono società asiatiche, come l’India e la Cina, che hanno una tradizione di dispotismo orientale e di non proprietà privata della terra. La terra appartiene al sovrano, allo stato. Da questa discussione negli anni in cui il Comintern cominciava a intervenire creando partiti comunisti in Cina, India, dappertutto, si traevano delle conseguenze. Per esempio Trockij diceva: no, qui non c’è una società borghese, quindi bisogna lavorare a organizzare subito una società socialista, saltando una fase. Gli altri dicevano: no, non si può saltare una fase, le fasi sono quelle. E così via. Per questo si veniva alle mani, e non solo alle mani.
Quindi io scrissi un libro su questo che uscì da Einaudi e venne tradotto in tanti paesi del mondo, compresa la Svezia, il Brasile, dove grazie a internet ho scoperto che è ancora in uso in qualche università.
Devo dire che successivamente sono entrate in gioco altre cose. Intanto la curiosità per le lotte di liberazione, l’Algeria prima di tutto (sono più vecchio della generazione del Vietnam), e poi la Cina, che ci ha attirato molto, e lì ho avuto delle cadute, nel senso che sono stato abbastanza filocinese, anche se mai a livello dei marxisti leninisti, dei maoisti puri. In quegli anni scrissi un articolo sulla politica estera cinese, uscito sui "Quaderni piacentini”, che era molto critico, anche ironico, scherzoso, cosa insopportabile per i maoisti.
Questo articolo piacque molto alla rivista di Sartre, "Les Temps Modernes”, così André Gorz mi scrisse e mi chiese se potevano tradurlo. Poco dopo mi capitò di andare a Parigi, e in una libreria mi misi a sfogliare l’ultimo numero di una rivista abbastanza famosa di allora, "Tel Quel”, dove c’era un articolo sulla politica estera cinese; vidi che mi citava, non certo favorevolmente.
Non mi fece una grande impressione. Solo che continuando a sfogliarla mi accorsi che a seguire c’era un altro articolo di sole due pagine, molto fitte, intitolato "Le cas Gianni Sofri”. Questo articolo, di un maoista francese importante, me ne diceva di tutti i colori, mi accusava di soggettivismo, mi diceva tutte le cose peggiori che un maoista potesse dire. Ecco, probabilmente questa cosa mi ha salvato.
Invece l’incontro con Gandhi lo so spiegare meno bene. All’epoca si leggevano soprattutto articoli di filocinesi, nei quali si faceva spesso un paragone tra la Cina e l’India, per dire, sì, l’India è più democratica, ma in fondo che democrazia è se poi muoiono di fame? E allora si faceva vedere che l’India cresceva pochissimo mentre la Cina (dove però morivano di fame ancora di più) cresceva a ritmi molto elevati. Questa cosa cominciò a darmi un po’ fastidio, allora mi misi a leggere, a cercare di capire. Anche leggere quello che scrivevano di Gandhi gli scrittori comunisti, che lui non era che un servo della borghesia indiana, mi infastidiva. Il fastidio aumentò quando mi accorsi che i comunisti cominciarono a rivalutare poco per volta sia Gandhi sia, a livello italiano, Capitini. Ciò che più mi disturbava è che, ad esempio, scrivevano degli articoli sull’"Unità”, parlando bene di queste persone, come se l’avessero fatto sempre, dimenticandosi di dire: "Ci siamo sbagliati”. Non c’era alcuna autocritica. Il culmine si raggiunse una volta che mi invitarono a un convegno a Perugia, la città di Capitini, che voleva essere il convegno della sua definitiva "riabilitazione”, loro usano questo termine.
Capitini, tra l’altro, era stato mio professore, però io non avevo saputo approfittare di questa opportunità; per noi era un po’ una macchietta, credevamo di essere più di sinistra... Comunque, mi chiesero di fare una relazione. Accettai, mi ricordo che andai a Perugia accompagnato da un mio studente. All’arrivo, vidi questo manifesto enorme col faccione di Capitini, e poi Partito comunista, federazione di Perugia ecc. Capii che anche lì non avrebbero detto niente, avrebbero semplicemente parlato bene di Capitini come fosse uno di loro. Allora mi arrabbiai, buttai via la relazione che avevo preparato e ne feci una improvvisata lì, dicendo: "Guardate, mi fa un grande piacere che lo riabilitiate. Non accuso solo voi, accuso anche me, perché l’ho avuto come professore e purtroppo non ho saputo approfittarne...”, e quindi raccontai queste cose e c’era un grande imbarazzo, davvero un grande imbarazzo.
Insomma, è tutto molto complicato. Quello che è certo è che dopo di allora decisi che volevo capire meglio. Spero di essere riuscito nel caso di Gandhi a introdurre delle tematiche meno scontate, senza creare nuove confusioni, però non lo so sinceramente se ci sono riuscito.
Una questione che ti viene posta spesso è se Gandhi, il suo insegnamento, possa ancora servirci oggi.
Proprio in una presentazione che abbiamo fatto all’Archiginnasio, con Marcello Fois, volendo attualizzare la discussione, si è proposto di intitolarla: "È ancora attuale Gandhi in un’epoca di grande violenza?”. In quell’occasione ho ripreso in mano un altro mio libro, quello su Gandhi in Italia, il cui capitolo finale è intitolato "Gandhi e i dittatori”.
La mia tesi è che senz’altro non bisogna smettere di leggere Gandhi perché ci sono dei personaggi che sono universali, che sono difensori di valori universali e bisogna quindi abituarsi all’idea che è necessario giocare sempre su due tavoli.
Un tavolo è l’educazione dell’umanità, per usare l’espressione di Lessing: l’educazione dell’umanità per un giorno in cui sia possibile vivere in un altro modo. Cioè superare le incrostazioni che secoli e secoli di violenza hanno prodotto su di noi, quindi costruire società fondate su altri valori, su altre abitudini, su altre leggi, ecc., e questo è un tavolo. Ma contemporaneamente devi giocare su un altro tavolo, i cui giocatori sono Hitler, Al Baghdadi, Bin Laden, ecc., ecc. Continuando in questo discorso, io ho cercato di sostenere che Gandhi non ha avuto la capacità e la possibilità, per distanze geografiche e culturali, di cogliere la novità dei regimi totalitari moderni. Da qui, le lettere scritte a Hitler, cercando di esortarlo a diventare nonviolento, le lettere agli inglesi... In conclusione, secondo me, Gandhi, per combattere Hitler e salvare gli ebrei, oppure per salvare l’Europa da questi disgraziati che si fanno saltare in aria, che poi ormai sono imprevedibili, impalpabili, ecco, contro tutto questo Gandhi non serve. Malinconicamente, ma non si può non dire questo.
(a cura di Barbara Bertoncin)