Luisa Puttini, Gabriella Lisi e Stefania Cotoneschi insegnano rispettivamente inglese, educazione tecnica e matematica alle medie; Cristina Lorimer e Graziano Giachi insegnano alle elementari, nell’Area linguistica e nell’Area scientifica.

La Scuola-Città Pestalozzi è un’esperienza particolare, nata con determinati obiettivi, in cui i rapporti con i ragazzi sono molto più personalizzati che in altre scuole. Ce la potete descrivere?
Gabriella Lisi. Sì, è vero. Ad esempio io, che insegno educazione tecnica, ho solo tre classi, mentre se insegnassi in un’altra scuola ne avrei sei, con tre ore di insegnamento in ciascuna. Quindi lavoro con meno classi e ho più ore da dedicare ad ognuna di esse, con un vantaggio notevole per la conoscenza dei ragazzi. Inoltre il rapporto insegnanti alunni è molto elevato (c’è una maggior quantità di personale rispetto alle scuole cosiddette normali) e l’organico è molto stabile. Lo stesso vale per i gruppi classe: può capitare che ci siano ragazzi che hanno fatto insieme dalla scuola materna fino alla terza media, in un arco di tempo che sfiora i dieci anni.
C’è da dire, però, che la stabilità non ha solo aspetti positivi; per i ragazzi il processo di crescita, che non è mai omogeneo e lineare ma avviene per salti e interruzioni, può comportare anche rapporti conflittuali o dinamiche negative che, se il gruppo classe non si spezza, possono diventare anche pesanti. Tocca allora all’insegnante individuare ed esplicitare questi momenti di rottura e conflitto, elaborandoli come momenti di differenziazione del ragazzo, facendoli diventare occasioni di crescita. E’ per questo che, quando costruiamo il curricolo, non riflettiamo solo sui contenuti disciplinari ma anche sull’aspetto relazionale del nostro lavoro.
Luisa Puttini. Infatti credo che possiamo dire di aver fatto un buon lavoro quando i nostri ragazzi, in terza media, dicono: “Basta, sono stufo, ho voglia di uscire, di cambiare, di proiettarmi”. E’ come in famiglia: se tutto è andato bene, i figli a un certo punto sentono il desiderio di andare. Se invece vogliono rimanere sotto l’ala protettrice vuol dire che forse qualcosa non è andato come doveva. E ogni tanto capita che qualche ragazzo si senta orfano all’idea di uscire di qui e provi un certo timore ad affrontare l’esterno, perché questo è comunque un ambiente più familiare e protetto, dove i rapporti sono più stretti che altrove e dove forse c’è un occhio particolarmente attento ai ragazzi che presentano difficoltà.
Gabriella. E’ come quando arriva il momento di salutarsi, a fine corso o con i ragazzi della scuola inglese con cui facciamo lo scambio; noi lo chiamiamo “il lacrimometro”: più piangono più è stato un successo. Una volta è capitato addirittura che l’ultimo giorno di scuola, la barista del bar di fronte, quando siamo andati a prendere il caffè, ci abbia chiesto: “Cos’è successo, quanti ne avete bocciati?”. E noi: “Bocciati? Perché?”. “Perché c’erano ragazzi di terza media che piangevano tanto, non smettevano più”. “Ma piangevano perché è finita la scuola e l’anno prossimo non saranno più insieme”. “No, non è possibile!”.
Luisa. Certo, non tutti, nell’arco degli otto anni di frequenza, crescono allo stesso modo. Alla fine del percorso qualcuno è cresciuto di più, qualcuno di meno. Perché da una parte questa è una scuola impegnativa, che fa tante proposte e impegna i ragazzi su tanti fronti, per cui chi ha buone capacità riesce a costruirsi delle competenze complesse e ad avere relazioni positive con l’esterno; però nello stesso tempo, è una scuola che si prende cura anche dei bambini che hanno difficoltà di apprendimento, che non riescono a stare fermi, seduti; alla fine del percorso anche loro sono scolarizzati. Magari non avranno interiorizzato grandi contenuti però sanno stare in classe, entrano ed escono all’ora giusta, intervengono in maniera coerente e non urlacchiano più. E ciò rappresenta veramente un successo educativo, anche se dal punto di vista dei “parametri normali” questi bambini sarebbero considerati insufficienti. Se invece consideriamo tutto il loro percorso possiamo dire che i risultati sono stati ottimi. Ovviamente non abbiamo la bacchetta magica e a volte può succedere che il successo non arrivi.
Gabriella. Tempo fa sono venute due professoresse del Ministero, che ad un certo punto ci hanno chiesto: “Ma voi, oltre a scegliere gli insegnanti vi scegliete anche gli alunni?”. E noi: “No, gli alunni non si scelgono”.
Cri ...[continua]

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