"Non è possibile giudicare il delitto con preconcetti. La filosofia de delitto è molto più complessa di quel che si creda, è noto ormai che né le prigioni né le galere né alcun sistema di lavori forzati ha mai curato un delinquente”. (Dostoevskij)
Ciao a tutti, mi chiamo Marcello Ramirez, sono detenuto presso il carcere di Catanzaro. Ho voluto iniziare citando colui che si è trovato a subire le più penose vessazioni, quello che adesso stiamo passando tutti gli ergastolani detenuti nelle carceri di un paese civile come l’Italia. Ci sono tantissimi modi per uccidere un uomo, uno di questi è: eliminare la speranza. Con questo, desidero raccontarvi qualcosa di me.
Sono detenuto da tantissimi anni, mi trovo in cella da solo, o meglio, ero da solo fino ad ieri. Durante la mia fase rem, girandomi nella mia branda, ho sentito la presenza di un’altra persona; non potete immaginare lo spavento. Ho pensato: cosa ci fa questo nel mio letto? Cerco di svegliarlo, ma non sentiva nemmeno le bombe. Dentro di me mi chiedevo come fosse finito questo nella mia stanza. E come mai non avessi sentito aprire il blindato. Tanto fu il mio stupore che lo volevo buttare giù dalla branda, non vedevo l’ora che si svegliasse per dirgli di cercarsi un posto in un’altra cella, perché io dovevo rimanere da solo. Ero avvolto nello stupore. E in mille pensieri, uno in particolare: "Se passasse il controllo dell’agente penitenziario e vedesse che nel mio letto c’è un altro penserebbe che io avessi delle devianze sessuali”. Nemmeno farlo a posta, sento i passi del controllore dei detenuti. Giungendo nella mia cella, apre lo spioncino, e punta la luce della sua lampada portatile dritta nei miei occhi chiedendomi: "Cosa fai alzato, stai male?”. Io gli rispondo: "Non sto male! Voi mi dovete dire, come mai avete portato un detenuto nella mia stanza”. Alzo il lenzuolo per mostraglielo. Ma non c’era nessuno. Per non farmi prendere per pazzo, gli ho detto che stavo scherzando. Lui mi guarda, accenna un sorriso. E va via. Giro, e rigiro, a cercare, apro pure l’armadietto, di lui nemmeno una traccia. Ho pensato di averlo sognato, mi reco in bagno a lavarmi la faccia, alzo gli occhi per specchiarmi, e dietro di me, vedo la sua presenza, mi giro di scatto, e gli chiedo: "Dove ti sei nascosto?”. Lui con molta tranquillità mi dice: "Non mi sono nascosto, sono stato sempre vicino a te, solamente tu puoi vedermi”. Guardandolo negli occhi gli dico: "Allora sei il fantasma di qualche detenuto che si sarebbe suicidato?”. Lui mi risponde: "Non sono un fantasma, sono parte di te; quella tua metà che ti fa vivere senza farti perdere la speranza, e ti dà la forza di lottare per un futuro migliore”.
Malinconicamente gli rispondo: "Adesso ho capito. Tu sei il mio subdolo ottimismo. Quello che sogna e vive di fantasie.” E aggiungo: "Caro mio ottimismo le tue sono parole vuote, la verità è che so già in partenza di non riuscire a cogliere i frutti delle mie fatiche. I miei pensieri vagano alla ricerca del nulla, ormai sono troppo logorato dalle ingiustizie e dai miei tantissimi sbagli. Per quanto mi sforzi, non sono capace di trovare un interesse che mi può rianimare l’anima, questa continua tortura mi ha tolto l’essere. Ci sono momenti in cui mi sento un fallito per non avere combinato nulla di buono. Ogni giorno che mi guardo allo specchio mi accorgo di avere buttato via una parte di me stesso. Oggi sono con l’acqua alla gola. Un uomo eliminato da chi ha creato leggi criminogene che ti distruggano ogni tipo di speranza. Mi viene da chiederti, se come dici tu sei la mia parte migliore, colui che ha creato l’eliminazione degli uomini con l’introduzione di leggi come l’ergastolo ostativo, questa persona sicuramente dovrebbe avere la sua parte migliore, quella sua metà che gli dice: non rapire per sempre i sogni e le speranze degli uomini anche se avessero commesso degli errori. Dona a loro uno spiraglio di vita futura. Mi viene in mente una frase di Dostoevskij: "Date voi l’esempio e sarete seguiti”. Torturare i detenuti non è un bell’esempio. Le istituzioni sono e devono essere l’immagine della legalità. Non possono fare finta di accorgersi di avere creato una pena di morte in bianco. Ed è proprio per questo che mi sento già morto. Perché mi è stato tolto il diritto nel poter avere un futuro, nonché la speranza. Tu sarai pure la mia parte piena di ottimismo, che vive di illusioni e finte promesse. Caro mio ottimismo, non ti dimenticare che in questo posto siamo entrati che eravamo giovani ventenni. Oggi abbiamo superato i cinquant’anni di età. La nostra corsa per la vita e per la speranza e così breve che nessuno si accorgerebbe della nostra morte.
Marcello Ramirez
Carcere di Catanzaro
Per un diritto a un fine pena che non uccida la vita. Di Marcello Ramirez
lettere da...
Una Città n° 238 / 2017 aprile
Articolo di Marcello Ramirez
Contro la "Pena di morte viva"
Per un diritto a un fine pena che non uccida la vita. Di Marcello Ramirez
Archivio
Il lavoro delle donne
Una Città n° 320 / 2026 giugno-luglio
Fine giugno 2026. Due casi con caratteristiche similari mi si sono presentati nell’ultimo periodo.
In studio, dove ormai vado poco perché impegnato in altre faccende e anche perché pensionato da anni, chiede un appuntamento in partico...
Leggi di più
Colonialismo di coloni
Una Città n° 2026 / 2026 giugno-luglio
Da qualche mese sono di turno, una volta alla settimana, di notte o di giorno, per difendere campi di beduini. Queste comunità di pastori di capre e pecore, già cacciati a suo tempo dal sud d’Israele dopo il 1948 e poi dal sud della Ci...
Leggi di più
Mohammed e la cittadinanza
Una Città n° 320 / 2026 giugno-luglio
Lunedì 22 dicembre, verso le 18.
Mohammed aveva telefonato il giorno prima per dire che sarebbe passato per gli auguri.
Sono diverse settimane che non lo sento. Da quando ha preso il diploma di elettricista all’Istituto professi...
Leggi di più
Essere più umani
Una Città n° 320 / 2026 giugno-luglio
ari amici,
immaginate per un momento che vostro figlio sia tormentato da pensieri così invasivi da colpirsi ripetutamente la testa con una scarpa, mentre voi non potete fare altro che cercare di trattenergli le mani e sperare che passi. Oppure imm...
Leggi di più
Terra e cibo: l'inizio di una rivoluzione?
Una Città n° 320 / 2026 giugno-luglio
Se si escludono i periodi di gravi calamità, imputabili alla natura o alla dissennatezza umana -peraltro numerosi, e spesso prolungati- la Madre Terra è stata in grado di sfamare i suoi ospiti umani: qualche milione all’inizio dell&rsq...
Leggi di più

















