Venera Pajova, albanese emigrata in Italia, e il marito Angelo Ravaglia hanno lavorato a lungo in Albania con l’Associazione umanitaria per l’emergenza.

Voi siete stati testimoni diretti dell’esodo di un intero popolo perseguitato e poi anche di uno straordinario e repentino "ritorno a casa". Potete raccontarci?
Angelo. Noi eravamo al nord dell’Albania. All’improvviso abbiamo visto venire giù una fiumana di persone. Passavano con lo sguardo smarrito, angosciato: "Dove ci sbatteranno, dove andremo?". Molti proseguivano per le grandi città a Tirana, a Durazzo.
Venera. Da noi ne sono arrivati ottocento in una sera, non sapevamo dove metterli.
Angelo. Eravamo lì, alla fine di marzo, per un progetto di restauro di un ospedale e di ponti rurali, ma quando è arrivata la fiumana di profughi, abbiamo cambiato il progetto dedicandoci all’assistenza diretta ai kosovari. D’altra parte la nostra associazione, Intersos, lavora per l’emergenza e quindi, più emergenza di così!
Il primo problema è stato quello di trovare subito delle strutture dove farli dormire. L’Albania non è un paese ricco e con strutture efficienti, quindi c’erano solo palestre abbandonate, magazzini abbandonati, scuole e strutture pubbliche, fabbriche dismesse, tutti locali che andavano ripristinati in fretta e furia perché senza docce né bagni, senza luce, né acqua. C’è gente che ha fatto la doccia solo dopo quindici giorni, e queste sono miserie che provocano sofferenze molto forti. C’era gente che era scappata coi vestiti che aveva addosso al momento dell’arrivo dei serbi. Stavano lì, sotto la pioggia, nel freddo, in pigiama, in ciabatte addirittura.
Venera. Li avevano cacciati via di casa così, di punto in bianco. Una famiglia casomai era lì che beveva il caffè: "Fuori tutti!".
Angelo. Il tempo dell’ultimatum che ricevevano dall’esercito serbo o dalla milizia paramilitare poteva variare, ma parliamo di due ore al massimo.
Venera. Molte volte sono entrati che avevano già dato fuoco alla miccia per l’incendio della casa. Una ragazza mi raccontava che ha fatto fatica a slegare il vitello appena nato, "quando l’ho visto che correva tra le fiamme...", e piangeva. Avevano animali, delle belle case grandi.
Angelo. Dovevano terrorizzarli, dovevano fargli capire che lì non dovevano più tornare...
Venera. Molti hanno visto i loro parenti sgozzati lì davanti. Li prendevano dalla colonna, "tu, tu vieni qua", e poi li fucilavano o li sgozzavano. Oppure dicevano: "Se non raccogliete qui, adesso diecimila marchi -i kosovari hanno il marco tedesco, perché hanno l’emigrazione in Germania- questi qua li fuciliamo". E loro facevano la colletta, anche fra persone che non si conoscevano, per salvare gli altri. Gli hanno portato via tutto quello che avevano...
Angelo. Erano alla mercé della sbirraglia. Poi molti, quando vedevano che il paese vicino si svuotava e i serbi stavano per arrivare, perché i serbi arrivavano progressivamente dal nord verso sud, si preparavano e partivano: alcuni avevano fatto il rimorchietto, col loro trattore, con le loro quattro cose da portar via. E infatti la cosa più angosciante era appunto vedere la fila dei trattori col rimorchietto, con le quattro assi, con la plastica sopra e tutti buttati lì come sacchi di patate: i vecchi, i bambini, i neonati; c’è gente che ha partorito per strada. La strada per arrivare in Albania, poi, non è assolutamente agevole, non si deve pensare a una superstrada, ma a una carrara di campagna da percorrere in sette, otto ore, attraversando le montagne. Pensa allora a uno che sta sul trattore, sul rimorchio agricolo per un giorno, un giorno e mezzo, perché poi al trattore gli scoppia la gomma, finisce la nafta...
Venera. Tutte le gomme scoppiavano, andavano col disco...
Angelo. E poi era allucinante vedere che tutte le macchine avevano la targa strappata. Anche questo era per strappare l’identità. Pensavano che distruggendogli la casa, strappandogli i documenti e le targhe della macchina, portandogli via i soldi li avrebbero convinti che quello non era più posto per loro. Era tutto pensato e pianificato da tempo. Sembra che aspettassero solo il bombardamento Nato, un bombardamento peraltro auspicato dai kosovari, per dare il via all’operazione "fuori tutti". Per farla apparire come una vendetta al bombardamento...
Venera. Ma non era vendetta, non era vendetta, perché le case avevano cominciato a bruciarle un anno e mezzo fa... La cosa più brutta è che hanno distrutto tutti i musei kosovari, quasi tutti i centri stori ...[continua]

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