Renata Dal Palù, cardiologa, ha dato vita, assieme al marito, a Minerva, un’associazione di volontariato che affianca le famiglie dei malati di disturbo bipolare, aiutandole nell’informazione e indirizzandole verso i centri di cura adeguati.

Il tuo impegno accanto ai familiari di persone con disturbo bipolare nasce da una vicenda personale. Puoi raccontare?
All’origine c’è un’esperienza personale decisamente traumatizzante. Sia io che mio marito siamo medici. Partivamo da un’esperienza della medicina che consideravamo al top: lui era direttore di una clinica universitaria dove lavoravo anch’io e dove eravamo in contatto con una medicina d’avanguardia.
Quando mio figlio si è ammalato ci siamo imbattuti in una disciplina, la psichiatria, di cui non sapevamo nulla.
Al primo impatto, quello che ci ha più colpito è stato il fatto di trovarci di fronte a persone che non sembravano nostri colleghi, ma piuttosto degli psicologi, dei sociologi, dei filosofi. Questo ci ha molto disorientato in un primo momento. Noi chiedevamo una diagnosi e loro non volevano o non sapevano farcela. Chiedevamo per quale ragione venivano dati i vari farmaci e le risposte erano evasive e insoddisfacenti. Tra l’altro, ci siamo resi conto subito, nel corso del primo ricovero di mio figlio, che i farmaci usati dagli psichiatri possono provocare effetti collaterali molto importanti, per esempio sbalzi pressori. In quanto internisti, e in particolare dediti alla cardiologia, non è difficile capire se una persona ha la pressione alta, basta misurarla. Inoltre mio figlio aveva avuto un blocco della peristalsi intestinale e una ritenzione urinaria.
In un reparto qualsiasi, questi sono dati che controlli ogni giorno, cioè quotidianamente al paziente si misura la pressione, si prende il polso, si chiede com’è l’alvo, la diuresi, si vede se per caso è in iperpnea...
Tutto questo non veniva fatto, anche se mio figlio era trattato con farmaci molto potenti. Per cui mi è sembrato ovvio rivolgermi a un’infermiera e chiedere: "Scusi, ma ha misurato la pressione?”. Al che lei si è stupita moltissimo che io interferissi in questa maniera. Comunque, essendo io medico, ho preso il mio apparecchio e gliel’ho misurata: la sua pressione era a 220 su 120 mmHg, cioè a un livello molto pericoloso: la frequenza cardiaca era molto elevata e mio figlio poi non ragionava più, gli avevano dato tutto e il contrario di tutto, neurolettici, che abbassano enormemente l’umore e, contemporaneamente, antidepressivi, che lo alzano, entrambi i farmaci a dosi molto elevate, e senza controllare i parametri vitali.
A un certo punto, esasperata, mi sono rivolta al primario e gli ho detto: "Senti, io vorrei vedere, per piacere, la grafica, sono una collega”. La grafica è dove vengono registrati i farmaci che somministri (o sospendi), la pressione, gli esami che fai, l’alvo, la diuresi. "La voglio vedere”, ho insistito. Era sconvolto all’idea e non me l’ha fatta vedere.
Alla fine ho portato via mio figlio. Per fortuna mi è stata data la giusta indicazione, l’ho portato a Roma al centro Bini diretto dal prof. Koukopoulos, e là in 15 giorni, con la terapia giusta, mio figlio è stato riequilibrato.
Trovare lo psichiatra in grado di individuare la terapia giusta è dunque cruciale…
Il grande problema della psichiatria è che da 30 anni esistono dei farmaci che vanno senz’altro considerati salvavita, ma che purtroppo non sempre vengono usati al meglio; in molti casi non c’è sufficiente preparazione, cultura, capacità di saperli usare. Cioè se io, come cardiologa, mi trovo di fronte una persona con uno scompenso cardiaco, e devo usare la digitale, so che se la uso ad un dosaggio troppo basso, quella persona rimane con il suo scompenso cardiaco e muore, ma se la uso ad un dosaggio troppo elevato, provoco una fibrillazione ventricolare, e muore ugualmente. Così è per molti farmaci che abitualmente usiamo: occorre sempre saper dare il dosaggio giusto. Se eccedo coi diuretici, il paziente perde tantissimo potassio, e può morire per fibrillazione ventricolare.
Ecco, queste cose, in quella psichiatria, in quel luogo, in quel momento, non le sapevano o comunque non ne tenevano il debito conto. La cosa che ci ha sconvolto, prima di tutto, è questa.
Poi per fortuna, abbiamo trovato un centro altamente specializzato e uno psichiatra di alto livello.
Purtroppo mio figlio è stato colpito da questa malattia nella sua forma più grave (si parla di "disturbo bipolare di tipo I”) che comporta anche il fatto ...[continua]

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