Paolo Cornaglia Ferraris, medico specialista in pediatria e ematologia, ha lavorato per 20 anni nell’ambito dell’alta specialità al Gaslini di Genova. Ha pubblicato Camici e pigiami. Le colpe dei medici e il disastro della sanità italiana, Laterza 2003 e Pediatri di strada, Il pensiero scientifico, 2006.

Da qualche anno avete aperto un ambulatorio pediatrico per i bambini senza permesso di soggiorno. Puoi raccontare?
Quando è arrivata l’ondata immigratoria degli anni 90 il servizio sanitario della regione Liguria offriva soltanto, secondo la legge Bossi-Fini, l’emergenza-urgenza, in sostanza il pronto soccorso e l’attività ospedaliera. Il Gaslini non era preparato ad affrontare quest’impatto, né, d’altra parte, era dotato di strutture ambulatoriali ramificate sul territorio, per cui l’unica possibilità era di essere assistiti dal pronto soccorso. Con un amico avevamo fondato l’associazione “Camici e pigiami” portando avanti delle istanze etico-comportamentali, soprattutto rivolte a stimolare la qualità della relazione tra medico e paziente e a quel punto ci siamo chiesti se potevamo fare qualcosa. Così, nel 2002, abbiamo affittato una vecchia bottega dismessa, dove c’era una ferramenta, e con un gruppo di volontari l’abbiamo ristrutturata, resa accogliente, dopodiché un giorno abbiamo aperto la serranda e abbiamo cominciato. Avevamo già avuto una prima esperienza con un pediatra che aveva avviato da solo l’attività in un vicolo accanto, dentro l’associazione “Città aperta”, che assiste gli adulti: lui faceva lì il pediatra un pomeriggio, due ore la settimana, in questa struttura piena di adulti, soprattutto marocchini e senegalesi. Io stesso ho cominciato lì per i primi mesi, poi mi sono reso conto che non si potevano mischiare adulti e bambini, in un contesto così poco rispettoso dell’infanzia. Di qui l’idea di un ambulatorio medico-pediatrico gratuito per i bambini privi di permesso di soggiorno, figli di clandestini.
Abbiamo trovato questa struttura, all’inizio ci ho messo i soldi dei miei diritti d’autore dei libri, e poi sono arrivati i volontari. Con una colletta, fatta anche con il coinvolgimento della parrocchia qui di fronte, abbiamo acquistato anche una poltrona del dentista di seconda mano. Devo dire che io pensavo che non ci sarebbe stato nessun dentista volontario, invece poi sono arrivati. Hanno sempre difficoltà, perché hanno ritmi di lavoro intensi e per loro un pomeriggio significa sacrificare un guadagno personale, per cui tanto di cappello per tutto il tempo che ci dedicano. L’apertura di questa struttura ha significato un passaparola velocissimo fra la comunità degli immigrati, per cui siamo rapidamente arrivati a migliaia di visite e molte centinaia di bambini.
Siamo situati nel centro storico e attualmente viaggiamo su una media di visite annuali molto alta (più di 1900 bambini accolti); siamo in sei o sette pediatri, tre dentisti e tre oculisti, con un gruppo di lavoro fatto anche di molti volontari. Apriamo tutti i pomeriggi, e le mamme che hanno bambini con problemi possono trovare qui un punto di riferimento.
Di cosa vi occupate?
La pediatria di base è banale. E’ fatta di tanti mal d’orecchi, tante tossi, tanti mal di gola, assolutamente banalissima. La varicella di per sé è banale, le malattie del bambino piccolo in genere, o le diarree del lattante, o i febbroni virali del piccolino sotto i due anni, son tutte cose molto banali, però tutte le mamme sanno che il pediatra, in quel caso, serve, perché, intanto, è un punto di riferimento tranquillizzante.
Queste persone hanno soprattutto bisogno di essere rassicurate sul loro ruolo genitoriale, e anche di accedere a farmaci che non hanno i soldi per comprarsi. Per esempio, la prima volta che ho prescritto dei farmaci per i vermi intestinali, mi sono reso conto la settimana successiva che non erano stati dati al bambino perché costavano 10 euro (io non avevo questo prodotto in ambulatorio); a quel punto ci siamo dovuti organizzare anche con un fondo cassa, in modo tale da dare al farmacista una cifra a scalare, per cui ci siamo inventati anche i farmaci gratuiti, cioè sono apparentemente gratuiti, in realtà siamo noi che andiamo a pagarli.
Per la prima volta quest’anno, i servizi sociali della regione ci danno un po’ di soldi per l’attività di tipo sociale, mentre l’assessorato alla sanità non ci dà nulla, così come nulla ci danno comune e provincia.
Quando il Gaslini dice: “Io non posso assistere bambini per i quali la regione non mi ricono ...[continua]

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