Beatrice Bortolozzo vive e lavora in Olanda.

Noi non sapevamo niente, proprio niente. Nell’82 avevo già 14 anni, quindi ero abbastanza grande, però papà credeva fermamente che i figli non dovessero essere disturbati da problemi più grandi di loro. E se mi fa male scoprire che nella vita di mio padre ci son stati momenti difficilissimi dei quali non ho mai saputo nulla, ciò, dall’altra parte, mi fa ammirare ancora di più quella sua forza interiore che gli permetteva di tirare avanti, di superare le difficoltà e le sofferenze, senza farlo mai pesare agli altri. E di difficoltà ne ha avute tante. Pur essendo una persona mite, che non amava affatto mettersi in mostra, era incapace di far finta di niente di fronte a un problema, di fronte a un diritto calpestato. Ci teneva anche a far bene il suo lavoro, malgrado non gli piacesse per nulla. Lo diceva spesso, anche dopo: comunque quel lavoro l’ho sempre fatto, e bene. E d’altra parte quello era il lavoro che ci dava da vivere, che gli permetteva di far studiare i figli. Ma di tutto questo, allora, non ci aveva mai parlato. I racconti che ricordo, legati al suo lavoro, erano di vita quotidiana, di aneddoti della vita dei colleghi. Mi è sempre rimasto impresso, per esempio, che ci raccontò di aver preso le difese di una ragazza madre che serviva in mensa, derisa da alcuni operai: per lui era da ammirare per aver preso una decisione così impegnativa. Poi mi ricordo piccole cose e che adesso, magari, mi fan pensare. Quando lui partiva per il lavoro e io dicevo: "Papà, buon lavoro" e gli davo un bacio, lui il giorno dopo tornava e mi diceva: "Ma sai che mi hai fatto stare bene tutto il tempo che sono stato al lavoro?", e io dicevo: "Caspita, che potere che hanno i miei baci!". Pensare ora che fosse vero, che un po’ gli serviva, mi fa contenta perché vuol dire che il fatto che noi non sapessimo nulla in realtà lo aiutava: eravamo la sua isola, un’isola non contaminata da tutte le schifezze che invece doveva vivere durante il turno. Ecco, i miei ricordi riguardo alle condizioni del suo lavoro si riducono al fatto che faceva i turni, cosa che lui odiava. Questo lo sapevo: non poterci essere una sera a festeggiare qualcosa, casomai il Natale perché era di turno... Ma per tutto il resto non sapevo nulla.
D’altra parte il Petrolchimico è sempre stata una fabbrica tagliata fuori anche dalla comunità di Mestre, difficile da immaginare da fuori. Una volta sola mia mamma e mio fratello andarono a visitare la fabbrica. Io ero ancora piccola e non mi ci portarono, ma ricordo che al ritorno Gianluca era talmente sconvolto che, buttando la giacca, disse: "Non avrei mai pensato che mio padre lavorasse in un posto così schifoso!". E gli avevano fatto vedere soltanto le parti meno brutte, con un giro in pulmino. Sai, era il periodo delle "fabbriche amiche", "apriamo le fabbriche"...

Papà era entrato al Petrolchimico nel ’56, a 22 anni, con la qualifica di manovale comune. All’epoca alla Montedison c’era una sfilza infinita di mansioni, addirittura all’interno della funzione di manovale c’erano tante sottofunzioni e ognuno riceveva il suo numero... Papà in seguito ne avrebbe fatto una lista completa. Lui fin dal primo giorno di lavoro era stato adibito al reparto Cv 6, l’impianto di polimerizzazione Cvm in emulsione, come turnista. E’ il reparto famoso: alla fine papà diceva sempre che si sentiva un sopravvissuto perché di sei operai che erano all’inizio 4 erano morti di tumore e uno era malato. Ha lavorato lì praticamente tutta la vita. Aveva iniziato molto presto a lottare, ma fu nel ’73, quando venne a sapere dall’Oms che il Cvm era cancerogeno, che prese avvio la sua lotta riguardo al cloruro di vinile. Allora, la sua prima azione fu di andare dal responsabile dell’infermeria di fabbrica a lamentarsi, perché le persone che si ammalavano non venivano curate. Era evidente che l’infermeria praticamente serviva solo ad assicurarsi che le persone fossero a posto per lavorare: una persona la si spediva a casa solo quando era troppo ammalata. Così, non ottenendo alcuna soddisfazione, dal ’75 papà si rifiutò di farsi visitare nell’infermeria di fabbrica dichiarando di voler essere visitato soltanto da una struttura indipendente perché non si fidava. E questa è stata una presa di posizione che ha continuato a tenere sempre, anche quando uscì una legge che costringeva tutte le persone che lavoravano in ambienti non sicuri a sottoporsi a visite regolari in fabbrica.

Papà era una persona molto sensibile, ma ...[continua]

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