Diego Rivera divenne il beniamino di New York City quando, dal tardo dicembre del 1931 al gennaio del 1932, si tenne una mostra dei suoi murales al Museo di Arte Moderna di New York. I movimenti della classe operaia erano all’epoca assetati di arte rivoluzionaria per fare fronte a una crescente minaccia reazionaria. Diego riempiva il vuoto. La mostra fece scalpore: superò tutti i record di affluenza. Nel novembre del 2011 il Moma ha provato ha riproporre il passato con la stessa mostra di lavori di Rivera: durerà fino a maggio 2012. Ma questa volta la risposta è stata molto sottotono. Scherzando per metà, ho persino suggerito ad un paio di influenti attivisti radunati intorno a Wall Street che un’"occupazione” potrebbe essere opportuna. Sfortunatamente però nessuno dei giovani conosce Diego Rivera. E questo riflette un problema cruciale della sinistra contemporanea. È difficile promuovere il radicalismo senza conoscere la tradizione radicale così come è difficile creare il nuovo senza conoscere il vecchio. O, per dirla in altro modo, rivoluzione non è apocalisse.

Diego e i suoi compagni questo lo avevano capito. Lo avevano capito meglio, in effetti, dei loro contemporanei delle avanguardie europee. I futuristi, gli espressionisti e i surrealisti progettavano l’apocalisse identificando il non-conformismo con la politica. Mettevano alla prova la soggettività contro la reificazione e scompaginavano le esperienze della vita quotidiana attraverso la distorsione, il montaggio e la ricostruzione della tela. I futuristi sottolineavano il bisogno di velocità e spietatezza; gli espressionisti abbracciavano il pathos e lo spirito dell’umanità; e i surrealisti fondevano conscio e inconscio -Marx e Freud- nel dare forma a quella che Andrè Breton definiva una "politica del desiderio”. Questi movimenti avanguardisti aprivano nuovi scenari per artisti futuri e per nuove possibilità esperienziali. Ma non coinvolgevano mai le masse. Altri ebbero più successo. Visitarono l’Europa e si mischiarono con le avanguardie nei caffè bohémien di Barcellona, Berlino e Parigi negli anni 20. Diego Rivera e i suoi amici considerarono il carattere rivoluzionario e politico della loro arte in modo molto differente. Possono anche essere stati profondamente influenzati da Cezanne e dai suoi (politicamente non attivi) seguaci cubisti. Ma loro hanno mischiato le nuove conquiste tecniche con l’eredità di pittori indigeni come Jorge Posada. Il nuovo radicale si mischiava con il passato radicale nei lavori di Diego Rivera e dei suoi amici. La sua ora famosa moglie, Frida Kahlo, dipingeva autoritratti luminosi e ricostruzioni di scene quotidiane belle e inquietanti. David Alfara Siqueiros produceva minacciosi dipinti propagandistici e ha lasciato un mucchio di murales incompiuti. C’era anche José Clemente Orozco, i cui singolari lavori evidenziano non solo una frustrata visione cristiana di redenzione ma anche un profondo attaccamento alla battaglia degli oppressi e all’esperienza dell’oppressione in Messico.

Né Diego né i suoi compagni sapevano granché dei conflitti politici che infuriavano nell’Internazionale comunista nel periodo tra le due guerre, per non parlare delle teorie di Marx, Lenin o Trotsky. La maggior parte di loro entrava e usciva dal Partito comunista, e Siqueiros giocò anche un ruolo importante nel complotto per assassinare Trotsky. Altri, come Kahlo e Rivera, si associarono con il grande rivoluzionario prima del suo sfortunato esilio in Messico. Né Diego né Frida erano ossessionati dall’immediatezza o dall’effetto scioccante fine a se stesso, come nel caso, ad esempio, della famosa scena dell’occhio tagliato nel film Il cane andaluso (1929) di Luis Bunuel e Salvador Dalí. Consci di sé in quanto "artisti rivoluzionari” (nel doppio significato del termine) e combattendo nella stessa banda durante gli anni eroici della Rivoluzione russa, Rivera e sua moglie rifiutavano l’astrazione fine a se stessa -il pathos così spesso associato con l’espressionismo- e ogni forma dottrinaria di realismo socialista. Lui e i suoi amici in quelle opere esprimevano la  loro linea politica e i loro sogni, dando vita a miscele uniche di personale e di politico in un’anticipazione pittorica di quello che sarebbe divenuto famoso come "realismo magico”. Questo era vero in particolare con Kahlo, ma anche con Rivera, che reinventò l’affresco e divenne, indubbiamente, il più importante autore di murales della modernità.
Diego usava i murales non solo per comunicare la lotta d ...[continua]

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