Siamo stati al funerale di Carla.
Abbiamo rivisto quella casa, situata in uno dei corsi più popolari e famosi di Napoli e quello stupendo giardino di limoni sul retro (un giorno Carla ci aveva detto che se non ci fosse stato quel giardino forse non ce l’avrebbe fatta a restare a Napoli; e d’altra parte si può vivere senza un piccolo giardino? Forse anche le sue due sorelle missionarie, in Giappone e in Perù, ne avranno uno in cui poter appartarsi, ogni tanto, a far marmellate e parlar del più e del meno…).
Abbiamo incontrato Sofia, la cognata, anch’essa maestra di strada, che ci ha raccontato quanto Carla fosse consapevole di non aver speranze ma che non si dava pace della velocità della malattia, non si convinceva di non aver ancora un po’ di tempo. E di lì a poco sarebbe stata nonna.
Malgrado ciò non aveva mai smesso di interessarsi ai ragazzi. E mentre parlavamo con Sofia sono cominciati ad arrivare loro, i ragazzi e le ragazze di Chance, inconsolabili, incapaci di trattenere il pianto.
Abbiamo rivisto Ciro che Carla incontrò un giorno fuori da scuola, appena cacciato, e se lo prese con sé e che oggi è laureato.
Abbiamo visto un gruppo di suore, giovani e anziane, vestite liberamente d’azzurro e blu, venute, ci hanno detto, dai quattro angoli del pianeta e che in chiesa e poi al cimitero hanno intonato canti celestiali.
In chiesa abbiamo ascoltato Cesare Moreno raccontarci della "carriera” di Carla fatta insieme ai loro "peggiori allievi” e del suo lungo percorso per raggiungere il traguardo dell’umiltà.
Abbiamo camminato dietro la bara per tutto San Giovanni a Teduccio, dove s’usa ancora abbassare le saracinesche a mezz’aria, e ci siamo dati di gomito per guardare a destra attraverso le laterali: "Ecco Barra”.
Abbiamo ascoltato Cesare di fronte alla tomba di famiglia raccontare la storia di antenati arrivati da tante parti d’Italia e pure d’Europa e che ora avrebbe ospitato anche una parte di Valtellina. "Ma questa è l’Italia” ha detto.
Poi l’abbiamo visto chiedere agli operai del cimitero di farsi da parte, chiamare i figli, armarsi di badile, e infilarsi nella cappella a spalare la terra. E da lì abbiamo sentito arrivare un lamento dapprima represso, poi sempre più incontrollabile fino a trasformarsi in un singhiozzare dirotto, mentre i visi delle suore si rigavano di lacrime e tutti gli altri lottavano impietriti perché non succedesse anche a loro. Quell’omone grande e grosso, quel grand’uomo pronto a ogni battaglia per il buon diritto d’altri, stava seppellendo la compagna di una vita e piangeva come un bambino.
Venendo via e rifacendo la strada all’inverso, si è tornati a parlare, fra i vecchi compagni, dei ragazzi di Chance e della politica che fa schifo, e Cesare a dire che Carla "continuerà a lavorare” anche dal cimitero, che se finora quei ragazzi al cimitero avevano avuto solo l’amico passato dall’altra parte e finito morto ammazzato, adesso avrebbero avuto anche "la maestra morta”. "E’ un passo avanti” dice qualcuno, "Sì, è un passo avanti” dice Cesare e si ride anche. E rivedendo quei manifesti che, accanto a cartelli di bottega del tipo "si fanno cornici di legno per tv al plasma”, recitavano: "Carla Melazzini, napoletana d’adozione, ha insegnato ai giovani”, veniva da pensare a quel "partito della società”, prima che di governo, che tutti sogniamo e che non vedremo mai, capace di occuparsi dei ragazzi di Barra, di far sì che gli esempi luminosi, come quello di Carla, possano dar frutto altrove. Un partito in cui alla riunione del suo comitato centrale per discutere il "che fare” possano trovarsi seduti accanto colui che si prepara a fare il premier di un paese e colei che ha passato metà della vita a cercar di portare alla laurea quattro ragazzi condannati in partenza.

Carla Melazzini è morta il 14 dicembre 2009 all’età di 65 anni. Era nata a Sondrio. La sua famiglia veniva da una piccola valle tra "la bergamasca” e la Valtellina. Era l’ultima di quattro sorelle, due delle quali avevano scelto di lasciare la Valtellina per partire per il mondo: Giovanna, piccola sorella di Gesù, un ordine contemplativo che vive nel mezzo delle periferie più degradate, da tempo si è stabilita in Giappone, e Luisa, maestra anch'essa, dal 1989 si occupa degli indios quechua del Perù, al seguito di una missione cattolica.

Aveva completato gli studi a Pisa, città in cui aveva conosciuto Cesare Moreno che diventerà suo marito e con cui avrà due figli, Lucia e Giuseppe. Fu una delle poche persone se non l’unica ad ab ...[continua]

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