Pubblichiamo la seconda parte del saggio di Stefano Levi Della Torre "Qualche considerazione sulla storia in corso".

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La globalizzazione ha comportato una certa riduzione nei prezzi dei consumi e una maggiore concorrenza tra le forze di lavoro. In generale, per quanto riguarda le figure sociali, ha lusingato la figura del consumatore e umiliato quella del produttore e del lavoratore. A icona di questo fenomeno, l’apertura dei commerci nei giorni festivi. è certo un vantaggio per i consumatori, ma uno svantaggio per chi lavora, costretto ad accettare questa situazione per conservare il posto, in una situazione in cui, sul mercato della forza lavoro, è minacciato dal precariato, dalla disoccupazione, dalla concorrenza anche internazionale tra la forza lavoro e tra lavoro umano e automazione. Nonché dal progressivo smantellamento dei diritti  sindacali e dei diritti sociali. Consumatore e lavoratore si uniscono naturalmente nella stessa persona, ma sottoponendola a una dissociazione: come consumatore consuma reddito e risparmio, come lavoratore fa fronte alla precarietà del reddito e di conseguenza alla precarietà del risparmio. In veste di consumatore soddisfa il suo presente, come lavoratore e risparmiatore vede precario il suo futuro. Nella simbologia sociale, nella pubblicità che è inevitabilmente propaganda di valori e modelli sociali, la stessa persona viene lusingata in qualità di consumatrice, mentre viene umiliata e ricattata come lavoratrice; viene esaltata nel suo presente ma resa incerta nella sua prospettiva di vita. Anzi il lavoro che presuppone tempi medio-lunghi, sia dal lato dei tempi di formazione del lavoratore sia nel suo costituire prospettiva di vita, viene costretto al paradigma a breve del consumo: nel precariato il lavoratore viene sottoposto alla logica dell’"usa e getta”, che è propria dell’oggetto di consumo. Si può dire che la "costituzione materiale” ribalta il primo articolo della Carta Costituzionale, là dove questa parla di una repubblica ‘fondata sul lavoro’ piuttosto che sui consumi.
Anche la politica si va spostando dalla sfera della produzione a quella del consumo. Se un tempo i partiti erano, bene o male, luogo di produzione di cultura e di educazione politica, ora si vanno riducendo ad agenzie pubblicitarie per il mercato del consenso e del voto. I quali, nella logica dei consumi, diventano labili, fluttuanti e a breve termine. Condizionata per vocazione originaria dal consenso e dalla domanda che in tempo digitale si accorciano, la democrazia stenta a proiettarsi in strategie a lungo termine, e l’ambizione politica perde la sua dimensione storica per ripiegarsi sugli interessi personali e sulla corruzione. 
La democrazia sembra non garantire più un rapporto diretto con la crescita. La Cina si impone allora come modello alternativo: un regime autoritario, che abbia l’intelligenza di perseguire la propria durata nella selezione qualitativa della sua classe dirigente invece che sul consenso a breve, dimostra la capacità di una strategia a medio e lungo termine sul mondo, anche in forme di invadente neo-colonialismo, come in Africa.  
Facile indignarsi delle scomposte manifestazioni di Trump, della sua ambigua alleanza con la Russia di Putin, pure da esse risulta uno scenario realistico circa l’emergere della Cina come problema crescente. Può avere una sua logica uno spostamento verso la Cina della linea di demarcazione che un tempo era tracciata dalla Nato contro la Russia. Il potente sviluppo cinese lascia prevedere una crescita al suo interno delle rivendicazioni sociali su salari e diritti. Ma ciò indurrebbe una pressione sui livelli di consumo capace, per le sue dimensioni continentali, di sbilanciare il mondo in termini ambientali, se non si troveranno modelli di consumo radicalmente alternativi a quelli vigenti; oppure, se la classe dirigente cinese vorrà contenere tale pressione all’interno dei suoi confini, sarà indotta a compensare le masse intensificando pericolosamente il tenore nazionalistico e colonialistico della sua azione verso il resto del mondo. è una minaccia di futuri conflitti anche militari.

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Torniamo al problema di come il ceto politico in Italia ha cercato di garantire se stesso rafforzando il proprio potere istituzionale a compensazione di una perdita della sua efficacia decisionale alla scala della nazione.
Con il referendum costituzionale del dicembre 2016 il Pd di Renzi ha voluto dare una battaglia campale da cui è uscito disfatto. Non ...[continua]

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