Silva Bon, storica, Presidente dell’Istituto Regionale di cultura ebraica (Irce), è stata consulente per il Nord-Est della Commissione nazionale sulla spoliazione dei beni ebraici, presieduta da Tina Anselmi. E’ ora in via di pubblicazione una sua ricerca sulle Comunità ebraiche di Fiume e Abbazia nell’epoca della provincia italiana del Carnaro (1924-1945). Vive a Trieste.

Oggi mi piace dire che sto vivendo i miei anni migliori. La mia, infatti, non è stata una vita facile, sono passata attraverso momenti di sofferenza, di grande disperazione anche, soprattutto in seguito alla separazione dal mio ex marito e alla privazione, all’assenza dei miei figli. Ancora adesso, al ricordo, provo molta angoscia. Posso dire di non aver dimenticato neanche un istante di quello che ho vissuto. E tuttavia, proprio il dolore mi ha insegnato molto; ora ho una maggiore coscienza di me stessa come persona; per questo sono assolutamente convinta che non siano stati passaggi attraversati invano, buttati via.
In inglese si parla di recovery, ovvero di guarigione, di possibilità di superamento del disagio: i momenti di crisi costituiscono passaggi difficili, però dopo si è fatto un gradino in più, e allora anche tutto il percorso di sofferenza acquista significato. Certo, io mi sento ancora in cammino, non penso di aver raggiunto nessuna meta, anzi, ho ancora molta strada da fare, però in questo momento sto bene, la mia vita mi sembra più stabile e più solida rispetto a qualche anno fa, e questo per me costituisce un punto fermo.

Direi che tutto è cominciato l’ultimo anno di matrimonio, un periodo estremamente faticoso, duro, al culmine del quale ho avuto il primo ricovero. Avevo grosse difficoltà a rapportarmi con gli altri, una forma di timidezza esasperata… Un po’ una frantumazione della realtà, che mi aveva fatto mettere in discussione tutte le mie capacità, la possibilità stessa di condurre una vita normale.
Proprio mentre ero ricoverata, tra l’altro, il difficile rapporto con il mio ex marito era giunto al punto critico. Ricordo che lui venne proprio in ospedale per dirmelo: “Adesso ci separiamo”; insomma scelse un momento e un luogo che certo non erano tra i più adatti per ricevere una simile comunicazione. Anche perché era una comunicazione “unilaterale” -io mi opposi con tutte le mie forze.
La mia formazione, la mia educazione era stata infatti quella classica degli anni ’50: il matrimonio era un passo fondamentale della vita e doveva durare per sempre. Io mi ero sposata proprio con l’idea di restare fedele tutta la vita. La separazione fu una lacerazione violentissima.
Adesso penso che tutto sommato sia stato un bene anche per me; probabilmente non era più possibile tirare avanti quel rapporto, nonostante avessimo avuto dei figli, desiderati e voluti.

Per tanti anni i miei figli non hanno voluto vedermi né sentirmi, praticamente non avevo con loro nessun tipo di contatto, e questo ha rappresentato per me una sofferenza ancora più grande. Perché? Non l’ho mai saputo, tuttora non lo so. Certamente avrò fatto degli errori madornali però fino a quando sono stata in casa ho fatto il possibile per essere una buona madre. Dopo non so che cosa sia successo, c’è stata questa spaccatura, questa frattura terribile, che tanto più mi fece soffrire perché non ne capivo l’origine.
Dopo la separazione io intanto avevo iniziato a peggiorare, mi sembrava che il mondo mi stesse crollando addosso; era un disagio proprio fisico, che mi inibiva qualsiasi rapporto con il mondo esterno. Per me, per dire, arrossire di fronte alle persone è sempre stata fonte di un vero disagio, mi fa star male, non è una cosa che vivo con leggerezza, non riesco a sorriderne.
La situazione poi era diventata particolarmente pesante anche perché non avendo trovato subito la strada dei centri di salute mentale, in un primo momento avevo cercato di curarmi in forma privata, andando una volta al mese da uno psichiatra; una soluzione che si era rivelata del tutto inadeguata, almeno rispetto ai miei bisogni.
Fortunatamente, ad un certo punto, dopo un’ulteriore crisi, sono approdata al Centro di Salute Mentale di Barcola, un quartiere di Trieste.
E’ stato l’inizio della svolta: lì finalmente ho trovato le risposte che cercavo, perché andavano al di là del farmaco, che probabilmente in alcuni momenti è anche necessario ma non può sostituire il tuo cammino di crescita personale. E ho così iniziato un mio percorso, che dura da anni, di acq ...[continua]

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