Nelly Norton vive a Torino, dove lavora come psicologa presso il Dipartimento di Salute Mentale.

Mia madre è ebrea, viene da una famiglia assimilata di Varsavia, mio padre, polacco, da una famiglia di operai tessili, tutti comunisti, di Lodz, la più grande città industriale polacca. Io sono figlia unica. Mio padre scappò di casa da ragazzino col sogno giovanile di girare il mondo, andò al mare, a Danzica, città libera, per imbarcarsi e girare il mondo. A 12 anni stava già lavorando come aiuto carpentiere sulle navi e presto diventò marinaio. Era molto impegnato politicamente, era un esponente del partito comunista. Fu anche incarcerato, era uno di quelli che pagavano, sempre alla testa di qualche battaglia per i diritti.
Nel ’39, quando scoppiò la guerra, lui era in mare e tutte le navi polacche che erano in giro per il mondo ebbero l’ordine dal governo in esilio a Londra, di riparare in Inghilterra. Così mio padre, nell’autunno ’39, finì in Inghilterra insieme a centinaia di marinai polacchi e decine e decine di navi, soprattutto quelle dei pescatori del Mar del Nord, del Baltico, e quelle del trasporto merci transoceanico. Lì subito cominciò a organizzare il sindacato; nel frattempo i marinai polacchi erano stati arruolati nella Marina britannica. Mio padre per tre anni, fino al’44, fece i convogli con le munizioni dall’America all’Inghilterra. Era uno dei servizi più tremendi durante la guerra, venivano continuamente bombardati dall’aviazione tedesca, colpiti dai sottomarini e dalle navi. Fu silurato sette volte. Il dramma era che questi marinai, affinché avessero il coraggio di affrontare il rischio e la tensione, avevano a disposizione una dose obbligatoria di whisky, per cui erano sempre intorpiditi. E questo si trasformò in un dramma dopo…
Nel ‘44 smise di andare per mare e rimase a Londra come segretario dei marinai polacchi che lui stesso aveva organizzato. Finita la guerra ebbe un ruolo importante perché, essendo comunista ed essendo stato attivista per tantissimi anni, era diventato un interlocutore prezioso per gli alleati, perché aveva il polso della situazione. Dopo Yalta infatti si trattava di organizzare un governo. Fu anche mandato a Mosca alla preparazione del trattato di pace. Ma soprattutto, alla fine della guerra, si impegnò affinché tutti i marinai delle navi tornassero in Polonia. Bisognava convincere questa gente a tornare in una Polonia totalmente da ricostruire; loro erano un bene prezioso per una nazione in cui non c’era una fabbrica che fosse rimasta in piedi. Quindi il ritorno della flotta in Polonia era estremamente importante, anche sul piano simbolico…
Ecco, questo fu veramente merito suo. Nel ‘46, subito dopo la guerra, tornò in Polonia (con mia madre, conosciuta a Londra dove lei era arrivata nel ’45) e fece carriera, anche se non era un tipo ambizioso: diventò un alto dirigente del partito, prima segretario a Danzica, poi deputato e ministro della marina mercantile. . Rimase fino alla morte un comunista convinto. Diventato ministro, fu trasferito a Varsavia e lì i miei genitori si separarono.
Nel ’65 smise ogni incarico politico e tornò a navigare. Lui era un autodidatta, portò a termine un corso difficilissimo per diventare ufficiale e così fece il primo ufficiale di bordo sulle navi transoceaniche fino alla pensione.
Fra l’altro ebbe anche un incidente gravissimo in Cina, in porto: si spezzò una delle funi d’ormeggio, parliamo di navi da decine e decine di migliaia di tonnellate, e la punta di questa fune gli passò sulle caviglie, spappolandogli entrambe le gambe. Rimase ricoverato in Cina sei mesi. Là gli furono ricostruite le gambe, ma ebbe sempre problemi, gli si gonfiavano i piedi, doveva usare scarpe su misura. Però quando tornò e i compagni del partito videro le lastre che gli avevano fatto in un ospedale in Cina, nessuno credeva fossero le sue, perché in Polonia, di fronte a un simile disastro, gli avrebbero amputato le gambe all’altezza del ginocchio; in seguito fu mandato mandato in Svizzera per la riabilitazione. Ricordo che quando tornò, camminava ancora con le stampelle, ma mi diceva: “Ecco, vedi, non credono che i compagni cinesi abbiano compiuto questo miracolo”. Nella sua follia era delizioso, era solidissimo.
Il problema era che mio padre era diventato alcolizzato, per cui in tutti quegli anni, fino all’86, quando morì, ebbe sempre dei periodi, anche quando aveva incarichi importanti, che duravano 4-5 settimane, di sbornia totale, in cui proprio non usciva di casa. Poi era in grado di stare senza toccare alcool (e in Polonia non è facile) anche 8-9 mesi, un anno, ma alla fine questi attacchi riprendevano, ed erano proprio legati alla guerra. Infatti quando io avevo 12-13 anni, lui mi chiamava da Danzica dicendomi: “Vieni”; nel frattempo si era sposato, per cui mi chiamava anche la moglie, dicendo: “Papà ha bisogno di te”. E allora mia madre a malincuore mi lasciava andare; io stavo lì qualche giorno, perché ogni volta si sperava che avendomi vicino, si controllasse. In realtà si controllava per 2-3 giorni, ma non ce la faceva. Così io assistevo a questi drammi in cui lui urlava: “Stanno arrivando, stanno arrivando… hanno colpito… fuoco, fuoco!”. Parlava sempre della guerra.
Mio padre morì nell’86 ed ebbe i funerali di Stato. Eravamo in pieno periodo di clandestinità di Solidarnosc e io ero molto impegnata su quel fronte, per cui quando ebbi la notizia fui tentata di andare, ma poi desistetti, perché sapevo che essendo un funerale di Stato ci sarebbero stati tutti i rappresentanti del partito e io in quanto figlia avrei dovuto raccogliere le condoglianze da questi che erano i nostri nemici. E però, tutto ciò era anche tipico della Polonia di quei tempi perché mio padre sapeva benissimo chi erano i miei amici e cosa facevo io. Anche in quel periodo, dall’80 in poi, qualche volta ero andata a trovarlo (ma non tutte le volte che mi recai in Polonia, dove entrai spesso come clandestina; in quelle occasioni lui non sapeva che io ero lì) e lui mi diceva sempre: “Portami i libri, portami i libri”. E i libri che mi chiedeva erano quelli stampati nelle cantine, per i quali i miei amici rischiavano la galera. Lui era molto curioso e interessato; erano libri politici, saggi di critica feroce al comunismo, e lui voleva sapere, pur essendo consapevole che io rischiavo portandoglieli in treno, nascosti; poi li divorava…
Come reagiva? Si incazzava, ma su alcuni punti era concorde sulle modifiche; su alcune cose ragionava. Comunque fino alla fine fu attivo nella sezione regionale del partito, era quasi un’onorificenza, ma veniva anche ascoltato. Dopo il massacro del ’70 a Danzica, si impegnò sul fronte del cambiamento; pensava che qualcuno avrebbe dovuto pagare per il massacro degli operai, cioè era nell’ala più critica, ma rimase un comunista convinto fino al midollo. Morì che ormai erano passati 5 anni dal colpo di Jaruzelski e tuttavia aveva continuato a mandarmi lettere con “la classe operaia, con alla testa il partito comunista, procede verso la vittoria finale, le campane del Cremlino suonano per la vittoria della classe operaia…” E non era mica rimbambito, era proprio strutturalmente rimasto così. Era anche un grafomane, pubblicò tre libri di memorie, e ha lasciato tonnellate di carte e un sacco di medaglie: “Il costruttore della Polonia socialista”, primo grado, secondo grado, terzo grado, croci al merito; ho una collezione di croci e reperti archeologici del socialismo reale, decimo, ventesimo anniversario del partito, ho tutto!

Mia madre viene dall’attuale Ucraina. Suo padre era un commerciante, avevano tre figli, mia madre era la più piccola; allora abitavano tutti nella zona di Varsavia che poi divenne il cuore del ghetto, però era una famiglia totalmente assimilata. Mamma racconta che in alcune situazioni si parlava l’yiddish, ma normalmente si usava il polacco, comunque ancora adesso quando sente l’yiddish, moltissime parole le ricorda, più dalla strada però che da casa propria. Oggi vive a Torino.
Era una famiglia non benestante, ma neanche povera. I fratelli maggiori di mia madre non avevano voglia di studiare, per cui lei fu l’unica su cui i genitori puntarono. Così frequentò il liceo classico femminile ebraico di Varsavia, il migliore; era una famiglia molto di sinistra anche la sua. Fin da ragazzina, aveva 12 anni, aiutava i fratelli che erano nel partito comunista clandestino, faceva la staffetta: nella cartella, tra i libri di scuola, portava volantini e mi raccontava che la polizia l’aveva presa… Insomma anche lei con questa passione comunista! Era anche una ragazza molto sportiva, faceva pallavolo, e poi era una brava sciatrice, per cui partecipava a un sacco di gare, tornei e andava in montagna a camminare, ad arrampicare… Questa passione per la montagna fu sempre importante nella nostra famiglia.
Nel ‘39 a giugno fece la maturità, dopodiché i genitori, come si usava, la mandarono a fare le vacanze in occidente prima di iniziare l’università. Sarebbe dovuta andare in Inghilterra dove c’era una zia per poi ritornare ad ottobre a Varsavia.
Così, quando cominciò la guerra, il I° settembre, lei era in Svizzera, per cui subito finì in un campo profughi della Croce Rossa. Lì rimase alcuni mesi, poi la Croce Rossa organizzò alcuni luoghi di raccolta per il trasferimento fuori Europa, a Marsiglia, Lisbona, dove si restava in attesa dei visti per il Brasile, l’Argentina, gli Stati Uniti, e da dove sarebbero partite le navi.
Aveva appena compiuto 18 anni, essendo nata il 13 settembre del ’21. Siccome era diretta in Inghilterra chiese di potersi recare lì; la nave britannica diretta in Inghilterra dove era salita però salpò poco prima che scoppiasse la battaglia sul Canale della Manica, per cui a quel punto fu dirottata in India, che faceva parte del Commonwealth. Così, circumnavigando l’Africa, dopo sei mesi lei si trovò a Bombay, totalmente tagliata fuori dal mondo, di cui non aveva alcuna notizia. Del resto nel ‘40 in India certo non si poteva sapere cosa accadesse in Polonia.
In India rimase fino alla fine della guerra. Iniziò a lavorare nel personale di terra dell’aviazione britannica e per tutta la guerra svolse questo lavoro. Lì poi conobbe un giovane, bello, marinaio… questa è la contraddizione eterna di mia madre, che detesta il mare, ama la montagna e convisse con due marinai di mestiere. Lui era un ufficiale della marina britannica, e si sposarono; allora aveva 21 anni. Ci sono le foto del matrimonio e sono bellissime, la loro fu una grande passione; lui era scozzese, infatti il suo cognome è Norton, e io porto il cognome di un signore che non è mio padre, che non ho mai visto in vita mia e che non sa che esiste qualcuno che porta il suo cognome… Racconta mia mamma che il signor Norton (noi in famiglia lo chiamiamo così, “signor Norton”) aveva la mania del football per cui dalla domenica al mercoledì parlava della partita vista la domenica, dal mercoledì cominciava a parlare della partita in programma la domenica successiva, così mia mamma, che non era patita di calcio, dopo un anno, svanita la passione, decise che non era più possibile stare insieme e divorziarono. Lei continuava a non aver notizie della famiglia.
Nel ‘46 finalmente arrivò a Londra, dove conobbe mio padre, che nel frattempo organizzava i marinai, e assieme tornarono in Polonia. Dunque io fui concepita a Londra e nacqui appena sbarcati, ai primi del ’47, in Polonia. Loro non si sposarono mai. Del signor Norton lei non seppe mai più niente. Io sull’atto di nascita ho “figlia di n.n.”, perché mia madre non dichiarò il cognome di mio padre.
Lei mi ha sempre raccontato che aveva già capito che mio padre beveva e che non avrebbe mai smesso; aveva paura, gli aveva dato qualche mese di tempo e non voleva sposarsi proprio per non avere questo legame. Lui però continuava ad avere questa malattia, così lei lo abbandonò e fuggì con me; all’epoca io avevo un anno e mezzo. Lo lasciò lì a Danzica ed fuggì. Siccome già parlava perfettamente 5 lingue ed era di sicura fede comunista, la mandarono a L’Aja, in Olanda, in ambasciata, con un incarico di impiegata; lì rimanemmo due anni, fino al ‘50-51. Poi tornammo a Varsavia, dove mia madre lavorò presso il sindacato come interprete fino al ’56. Fu sempre preziosa questa sua conoscenza delle lingue.
Finita la guerra e tornata in Polonia, non ritrovò nessuno della sua famiglia, nessuno si era salvato. Dal ghetto non era potuto uscire nessuno, per cui non si sa come siano morti, nessuno vide nulla. Loro abitavano nel primo nucleo del ghetto… Insomma lei che era rimasta completamente sola nel ’39, tornava nel ‘46 completamente sola. Aveva solo me. C’era un cugino in Israele, che la ritrovò tramite la Croce Rossa nei primi anni ’50, e con cui ci fu una corrispondenza, ma lui era emigrato in Palestina già molti anni prima della guerra, per cui non sapeva nulla del resto della famiglia… dalla Shoah nessuno si salvò. Presumibilmente morirono a Treblinka con gli altri 450.000…
A Varsavia andammo ad abitare proprio dove iniziavano le rovine del ghetto. Infatti noi bambini non potevamo attraversare la strada, perché di là c’era di tutto, macerie con le bombe inesplose, granate… Poi spianarono senza portar via le macerie, e tuttora le case nuove sono lì, sopra le macerie del ghetto. Ricordo che stavo a casa da sola, col buio e dalla finestra vedevo solo quella distruzione...

Così mia madre lavorò al sindacato (unico, ovviamente) fino al ‘53, quando ci fu una feroce campagna contro le deviazioni di destra all’interno del partito. Mia madre rischiò perché per i cinque anni della guerra non si sapeva cosa avesse fatto; essendo stata in India non aveva nessuno che potesse testimoniare, confermare quanto diceva. Si era all’aberrazione: persone con pedigree da comunista da 50 anni finirono in carcere. Due anni fa mi raccontò come bruciava le lettere dei familiari perché in caso di perquisizioni non rimanessero tracce. Malgrado ciò non smetteva certo di credere nel comunismo. Nel ‘56, quando ci fu la prima apertura delle frontiere per andare in Israele, mia madre “costruiva gioiosamente il socialismo”, per cui a questo cugino che le aveva scritto di raggiungerla, lei rispose che mai e poi mai sarebbe andata in un paese “imperialista e sionista”. E lì il cugino interruppe tutti i rapporti. Come volontaria istruiva gli operai che ricostruivano la città, per cui questi poveretti, oltre le ore di lavoro in piena epoca di stacanovismo, la sera dovevano anche sorbirsi le lezioni di mia madre o delle altre agit-prop come lei, le “zie del comunismo”, che insegnavano loro le basi del marxismo-leninismo. E così io stavo sempre a casa da sola e quei poveretti dovevano subire quell’indottrinamento ideologico.
Successivamente era andata a lavorare all’agenzia di stampa polacca, dove faceva anche l’accompagnatrice per i compagni che venivano dall’Occidente. In India aveva imparato perfettamente l’inglese, dal liceo sapeva bene il tedesco e il russo, il francese lo parlava perché anche i figli delle famiglie ebree aspiranti cosmopolite parlavano il francese e infine si era messa a studiare l’italiano. Quando cominciò a parlare l’italiano era già fine anni ’50; così faceva l’accompagnatrice e la traduttrice anche per i compagni italiani che venivano ospiti del partito, del sindacato, ecc. Conobbe tutti i leader italiani, era amica di Togliatti. Ci sono ancora le lettere, le cartoline di Palmiro dalla Val D’Aosta, da Sergio Segre, allora responsabile degli Esteri del Pci. Conosceva tutti anche perché quando in Italia c’erano congressi del partito o della Cgil era lei che veniva a fare la corrispondente per la Polonia. Per cui due volte l’anno veniva in Italia. Questo fino al ‘68.
Nei primi anni ’60 aveva cominciato a essere critica, entrando a far parte di quello che sarebbe diventato il “movimento revisionista” all’interno del partito. Mia madre ebbe un ruolo importante nel pensiero critico del partito comunista italiano e sicuramente di alcuni leader. Era molto amica di Lelio Basso, ma c’era anche Vittorio Foa che veniva spesso a Varsavia; venivano tutti a casa nostra e avevano voglia di discutere e parlare con persone normali, non solo con figure ufficiali. Mia madre poi era quella che trasmetteva le notizie ai compagni italiani dall’interno del partito polacco sulle cose abnormi che stavano succedendo, sulle deviazioni dalla “vera” ideologia socialista, per cui era una fonte preziosa. Sicuramente contribuì allo strappo di Berlinguer, questo posso dirlo tranquillamente, perché lei gli mandava tantissime informazioni. E tutto questo poi la convinse a venire in Italia: quando fu il momento di andarsene, lei pensò solo all’Italia.
Nel ’67, immediatamente dopo la guerra dei Sei Giorni, ci furono le prime dichiarazioni di Gomulka che parlava di ebrei che in Polonia erano una “quinta colonna”. Lui pronunciò questo discorso in occasione del congresso dei sindacati, al quale erano state invitate delegazioni di tutti i paesi. Così c’era anche la delegazione italiana, e mia madre stava con loro, si conoscevano benissimo da anni; lei ebbe in anticipo il testo dell’intervento di Gomulka per poterlo tradurre, in modo che i compagni potessero applaudire al momento giusto. Mia madre allora spiegò ai compagni della Cgil (all’epoca c’era anche una forte componente socialista) di cosa si trattava, e ci furono delle conseguenze, perché l’unica delegazione che non applaudì il discorso di Gomulka fu proprio quella italiana.
Il giorno dopo mia madre fu chiamata dal segretario della cellula e man mano da membri superiori fino al comitato centrale. Era diventato un caso politico. Lei già allora, nel luglio ’67, a 46 anni, non ce la faceva più a vivere con il periodico ritorno dei problemi legati alla sua condizione di ebrea. Decise che appena possibile voleva partire; lei che era tornata nel ‘46 per costruire il socialismo, che nel ‘56 quando ci fu la prima ondata antisemita e la prima apertura delle frontiere aveva rotto con tutti i parenti, nel ’67 si arrese.
Però le case erano statali, per cui se non lavoravi non avevi né stipendio né abitazione; il lavoro te lo dava soltanto lo stato… quindi, quando il partito la espulse, anzi, quando lei restituì la tessera, fu una cosa molto drammatica, perché automaticamente voleva dire che se ne sarebbe andata.
Così nel ’68 finalmente partì, e fu una delle prime a partire, perché in quel periodo, a maggio, o forse luglio ’68, avevano cominciato a dare permessi per l’espatrio, e lei partì a fine agosto…
Nel frattempo, si era passati a una campagna apertamente, ufficialmente antisemita, con manifestazioni della cosiddetta “classe operaia”, mobilitata dal partito negli stadi, nelle fabbriche, per strada, con cartelli con su scritto: “Abbasso gli ebrei”, “Via gli ebrei dalla Polonia”, “Vogliamo ripulire…”. Il tutto guidato da una delle frazioni del partito capeggiata dal ministro degli interni. Era l’ultimo esodo di ebrei dalla Polonia. Partirono fino al ’70, circa 20.000, gli ultimi ebrei della Polonia se ne andavano…
Ti davano dei permessi, ma non il passaporto, anzi ti toglievano la nazionalità. “Documento di viaggio” si chiamava, e per di più bisognava pagarlo. E la cifra non era indifferente, un buono stipendio mensile che per una famiglia di 4 persone diventavano 4 stipendi.
Insomma, partivi con questo documento in cui c’era scritto che eri “ex cittadino polacco” e che, contemporaneamente, funzionava da biglietto di viaggio Varsavia-Tel Aviv, via Vienna. Un tragitto obbligatorio. Potevi portare 20 kg a testa di bagaglio e poi spedire via terra tot kg, ma con vessazioni, controlli, limitazioni a non finire. C’era un’agenzia di trasporti specializzata nel “portar via” i beni agli ultimi ebrei polacchi. La gente vendeva tutto quello che aveva, i mobili, le pentole. Mia madre regalò tutto ai miei amici, così ancora adesso, dopo più di 30 anni, capita che andando a Varsavia, a casa di un amico mi sieda sulla “mia poltrona”, ritrovi gli scaffali di casa mia…
Mia madre portò via i libri, il mio piumino e il cane, poco altro. Sì, emigrò anche un cane, Mika, un bastardino che visse fino al ’72 (mia madre dice che i più begli anni della sua vita li ha vissuti in Italia: in Polonia non poteva andare in montagna perché è parco nazionale dappertutto, invece qui poteva andare a camminare col cane…).
Allora con questo documento di viaggio, che attestava che non eri nessuno, che non eri cittadino di nessun paese, partivi per il viaggio Varsavia-Vienna-Tel Aviv. “Chopin” si chiamava il treno che partiva la sera da Varsavia e arrivava al mattino a Vienna. Lì c’erano i campi di raccolta organizzati dalle associazioni ebraiche e si dichiarava dove si voleva andare. Alcuni paesi avevano dato disponibilità per l’accoglienza. In realtà in Israele andarono poche persone, perché questi che partivano nel ‘68 erano gli ultimi, quelli che non erano emigrati fino al ‘48, quando ancora si poteva, né nel ‘56, cioè erano quelli che veramente erano per il regime socialista, e di questi, pochissimi volevano andare in Israele perché comunque, anche se non lo vedevano (come mia madre) come un paese imperialista, era un paese in cui non desideravano vivere.
Molti andarono in Svezia, alcuni in Danimarca, altri in Germania, che aveva offerto accoglienza e un sostegno economico consistente; quelli diretti in Usa dovevano stare a Roma per 5-6 mesi in attesa del visto. Quelli che invece volevano andare in Israele proseguivano direttamente.
Era il ’69 e quelli che partivano per l’America non sapevano assolutamente cosa avrebbero potuto fare; i nostri genitori a 50 anni si trovavano a ricominciare la loro vita altrove e dal nulla. Chi era professore universitario perlomeno sapeva che avrebbe avuto un incarico, uno stipendio, ma chi non aveva una carriera accademica alle spalle, un nome, che cosa poteva cominciare a 50 anni?
Per cui, tranne quelli che andarono in Germania e che ricevettero aiuti economici abbastanza consistenti, o in Israele dove ebbero comunque delle facilitazioni (la scuola obbligatoria di ebraico per sei mesi, sussidi, la casa), gli altri non ricevettero certo un alloggio dallo stato di New York o dalla Francia. Per cui quando io andavo a Roma a salutare gli amici che man mano partivano, ricordo che ci salutavamo per la vita.
E poi a me fu risparmiata, perché io ero già qui, l’esperienza tremenda dei saluti alla stazione di Varsavia fra chi partiva e gli amici polacchi che restavano… Quel treno, lo Chopin, è entrato nella letteratura, nel lessico popolare, le partenze dalla stazione… Si pensava che non ci si sarebbe mai più rivisti; era il periodo delle frontiere chiuse: potevi aspettare per mesi o anni un passaporto per uscire, o magari non te lo davano proprio per cui non potevi fare alcun progetto. Erano degli addii, non erano degli arrivederci. E c’erano genitori che dicevano: “Basta, non ce la facciamo più, è l’ennesima volta che per essere ebrei veniamo additati…” e partivano, ma con i figli che avevano deciso di rimanere... Alcuni di questi figli in seguito dovettero comunque emigrare perché rischiavano addirittura la galera…

Mia madre aveva detto che non sarebbe mai andata in un altro paese capitalista che non fosse l’Italia, dove almeno aveva le montagne e degli amici. Lelio Basso fece in modo che De Martino le desse il visto, e così finimmo in Italia. Le aveva trovato a Milano la casa di un’amica disposta a ospitarla per qualche settimana. Mia madre, col cane, rimase 5 anni in quella casa; aveva 47 anni e si doveva reinventare la vita.
Io arrivavo dalla Francia, perché nel ’67 mia madre, lungimirante, senza peraltro dirmi che aveva intenzione di emigrare, mi aveva spedito, dopo la maturità, a Parigi, nel famoso viaggio che precede l’università… Io mi ero iscritta alla Sorbona, a Sociologia. In realtà a Parigi non diedi neanche un esame, perché il 3 maggio cominciò ciò di cui nel mio diario di allora ho scritto: “rivoluzione, rivoluzione, rivoluzione!”. Insomma gli esami proprio… Poi, “finita la rivoluzione”, mia madre mi comunicò che aveva già i documenti pronti e che io non sarei tornata in Polonia.
Per me è stato un periodo molto pesante, duro, difficile, perché ero partita per stare un anno a Parigi per imparare bene il francese; non avevo certo pensato di non tornare. Posta di fronte alle scelte comunque irreversibili di mia madre, sono arrivata in Italia nell’estate del ’68; non esisteva infatti che io tornassi in Polonia mentre mia madre emigrava. Io poi me ne andai a Trento perché all’epoca era l’unica facoltà di Sociologia in Italia e fu un’esperienza straordinaria. Ma questo è un altro capitolo…
Sì, fu una diaspora, che dette vita ad amicizie molto profonde. Mi riferisco a un vasto gruppo di amici, sparsi per il mondo dal ’68, che si conoscevano da molti anni e che insieme avevano fatto le prime esperienze di socializzazione e maturazione. Provenivamo tutti dall’ambiente dell’intellighenzia legata al partito. Noi ragazzi avevamo partecipato a un’organizzazione di “pionieri”, in qualche modo alternativa (infatti nel ’61 fummo sciolti) che fu la fucina dei futuri revisionisti e oppositori del regime. L’organizzazione si chiamava “pionierismo rosso”, perché portavamo il fazzoletto rosso al collo come i pionieri dell’Unione Sovietica, però eravamo cresciuti ed eravamo stati educati in uno spirito di cosmopolitismo e internazionalismo. Le canzoni che ci venivano insegnate e che noi cantavamo durante le nostre vacanze nei campi estivi erano quelle della tradizione hiddish, le canzoni delle Brigate spagnole, del movimento operaio italiano e quelle dei condannati ai lavori forzati dei gulag. Le letture che facevamo erano analoghe. I nostri eroi erano i padri di alcuni di noi che avevano combattuto nella guerra di Spagna nelle Brigate internazionali; c’erano tantissimi ebrei polacchi nella guerra di Spagna. Questo da bambini. Il nostro padre spirituale, il nostro maestro, fu appunto Kuron che andò in carcere la prima volta nel ’64; era l’autore, assieme a Modzelewski, della famosa “Lettera aperta al Partito Comunista polacco”, con una critica che veniva quindi dall’interno del partito. Noi eravamo cresciuti sui suoi testi, perché lui nasce come pedagogo e educatore, non come politico; era un attivista sociale, ma di professione educatore di minori. Solo che per il regime non li educava tanto bene… Poi, appunto, costretti a emigrare, siamo rimasti molto legati.
C’è anche da dire che tantissimi dei nostri genitori si conoscevano già prima della guerra. Questo bisogno di amicizia, questo legame così forte, per me è condizionato anche da un’infanzia in cui, non avendo più nessuno, la mia famiglia era rappresentata dalle amiche di mia madre. Una era l’insegnante di storia al liceo ebraico femminile, una delle “nonne” della rivoluzione, stalinista di ferro, che ovviamente fu poi criticata in modo feroce da noi, però per me, bambina, era proprio la “nonna”: a Natale si andava dalla nonna, e per la nonna le “figlie” erano mia madre e le sue amiche, uniche sopravvissute della classe.
Per me l’amicizia è sempre stata qualcosa di vitale. Tutto poteva avvenire, relazioni amorose, ribellioni rispetto ai genitori, allontanamenti e incomprensioni, ma l’amicizia doveva sopravvivere a ogni costo. E’ stato così per tanti. Le famiglie inesistenti, i nonni che nessuno di noi conosceva, i nostri genitori sopravvissuti grazie alle più straordinarie avventure della vita, perlopiù perché non erano in Polonia durante la guerra, gente di vent’anni sopravvissuta grazie all’impegno, al sacrificio di altri polacchi che rischiavano la vita per salvare questo o quel giovane ebreo... Per i nostri genitori ogni amico ritrovato era un altro sopravvissuto, era un dono, un evento straordinario... C’è un “cercarsi” che caratterizza il mondo dei sopravvissuti e in qualche modo, nonostante tutti gli sforzi che hanno fatto perché non ci sentissimo ebrei, per noi c’è sempre stato qualcosa di non detto che però scatta autonomamente, anche perché abbiamo vissuto queste esperienze, di cui non abbiamo bisogno di parlare; è un’esperienza che io so che l’altro ha fatto.

Quando ci siamo ritrovati? Devo dire che le mie amicizie più strette non si sono mai interrotte. Era un continuo informarsi di dove uno finiva e cosa faceva. E poi per fortuna, del mio giro nessuno si è perso, nessuno è finito senza un mestiere nel luogo dove è riparato coi genitori. Poi certo siamo diventati grandi, subentravano le scelte individuali, però a 18-20 anni si seguono i genitori, anche perché si sapeva cosa significava per loro. Molti genitori poi dicevano: “Io emigro per te, non voglio che tu debba subire la stessa cosa”, per loro era un sacrificio e allora non potevi certo lasciarli: fino a che non finivi gli studi stavi con i genitori. Ma ho anche amici che sono rimasti e i cui genitori sono partiti. Ma tutti sono diventati qualcuno. Nessuno è diventato un disertore morale, un vigliacco. Qualcuno si è suicidato, questo sì, ma non mettendosi ai margini della vita. Tantissimi sono professori universitari, professionisti. C’è poi il fatto che anche se incontro qualcuno che non vedo da vent’anni, perché magari vive in Argentina e non è mai venuto in Italia, sappiamo comunque già tutto uno dell’altro, perché c’è la rete di amici per il mondo che fornisce un aggiornamento continuo.

Adesso c’è il grande ritorno: ora tutti tornano in Polonia. Io comunque ero tornata già nel ‘76, anno in cui nasce il Kor, comitato di difesa degli operai, con Kuron e Michnik. Lì era cominciato un altro ciclo di impegno. Del resto eravamo tutti amici, e quindi sentivamo il dovere di aiutare quelli che in Polonia rischiavano per realizzare l’idea di un socialismo diverso, perché noi non eravamo antisocialisti, assolutamente; nessuno di noi era reazionario nel senso che intendevano loro…
Allora scattò di nuovo un collante fortissimo, di impegno e di dovere: loro lì e noi qui, dove avevamo potuto finire gli studi, costruire una famiglia, avere prospettive, con pochi risparmi andare in vacanza al Monte Bianco; noi qui eravamo cittadini liberi. E loro lì invece erano nella grande prigione, con i passaporti rifiutati, senza lavoro, senza studi… Insomma noi dovevamo provvedere a mantenerli, e l’abbiamo fatto: li abbiamo mantenuti anche economicamente quelli che avevano deciso di rimanere, li abbiamo aiutati a sopravvivere, a mangiare, e li abbiamo aiutati organizzativamente, impegnandoci qui a divulgare le idee per le quali loro là stavano combattendo, raccogliendo il materiale da far loro arrivare. I primi ciclostili sono partiti dall’Occidente in quel periodo, e per portare un ciclostile rischiavi veramente anni di carcere…
Qui si trattava poi di coinvolgere il mondo degli intellettuali, le organizzazioni politiche, sensibilizzare… Ricordo quando Adam Michnik, che all’epoca, pur conoscendolo dai tempi dell’organizzazione dei pionieri, io consideravo un visionario, mi aveva dato un compito... attraverso la Cgil dovevo far arrivare a Varsavia un opuscolo, di cui lui conosceva l’esistenza, delle commissioni operaie spagnole clandestine all’epoca di Franco; i compagni della Cgil italiana a suo avviso potevano procurarselo. Ricordo bene che quando me lo chiese eravamo andati a passeggiare perché nelle case non si poteva parlare, si scriveva solo su bigliettini, cartoline, cartoncini, perché era tutto controllato, le linee telefoniche, le case… e allora si andava a fare queste passeggiate. La cosa era macchinosa ma fattibile, ma per me il punto era: “Ma a che cosa ti servono?!”. E Adam mi rispondeva: “Non ti preoccupare, tu fammelo avere”. Per questo per me era un “visionario”: nel ’76 il sindacato clandestino?!
Ebbene, 4 anni dopo in Polonia c’era il sindacato clandestino, c’era Solidarnosc.
Anche quando io, dopo l’89, ho cominciato ad andare in Polonia tutti gli anni a passare le vacanze, mia madre ha continuato a dirmi: “Ma con tutti i bei posti che ci sono nel mondo, perché vai proprio lì?”. Lei infatti, nel ’68, quando è partita aveva giurato che non sarebbe mai più tornata. Più volte aveva detto: che vengano qui tutti gli amici, io là non metterò più piede.
Invece è tornata la scorsa estate, con un’amica. Era sempre più incuriosita, si capiva; la scorsa estate i miei amici di Varsavia le hanno lasciato la casa e la macchina perché loro dovevano andare a Vilnius, in Lituania, che per noi è un posto molto significativo. L’idea era di andare in aereo a Varsavia e poi con la macchina proseguire… e così è stato. Col pretesto che andava a Vilnius, e che Varsavia era sulla strada, è tornata in Polonia.
E’ sbarcata a Varsavia e ad aspettarla c’era un mio vecchio fidanzato, lo stesso uomo che nel ‘68 l’aveva accompagnata. Insomma era la chiusura del cerchio: lo stesso posto, la stessa persona dopo 32 anni… ed è stata molto contenta, davvero. Adesso poi non è più grigio, è un altro paese; ci sono altri problemi, ma l’atmosfera non è più quella: la gente ride, s’arrabbia, piange; c’è un ambiente vitale, di emozioni che si esprimono, mentre prima dovevi sussurrare, non potevi parlare…