Filippo Numeroso, 28 anni, medico internista a Parma, è il coordinatore del progetto dell’unità mobile del Naga, un’associazione nata a Milano 15 anni fa, che si occupa di assistenza socio-sanitaria ad extracomunitari senza documenti e senza permesso di soggiorno. Nell’ambulatorio del Naga si svolgono circa 19.000 visite all’anno. Dalla rielaborazione delle cartelle raccolte emerge che circa il 10% dei migranti che costituiscono l’utenza del Naga trascorre una fase della propria permanenza a Milano vivendo in insediamenti abusivi.

E’ vero: siamo proprio dovuti andare a cercarli, perché l’isolamento fa sì che non sappiano neanche dell’esistenza di questo servizio.
Io sono medico, l’unità mobile, il gruppo che coordino è composto da circa 35 soci del Naga, tra i quali ci sono altri 5-6 medici; il progetto, perfezionato nel corso dei mesi, consiste nell’effettuare delle uscite serali con un camper adibito ad ambulatorio medico, che ci consente di dare assistenza medica e, soprattutto, di mettere queste persone in contatto con l’associazione, ponendo fine alla loro condizione di isolamento.
Le nostre uscite si svolgono di sera, perché abbiamo a che fare con un’utenza che vive un rapporto di equilibrio assolutamente delicato col territorio, tanto che dagli insediamenti queste persone escono la mattina presto e rientrano la sera tardi, sempre “al buio”. In sostanza, sono le caratteristiche della nostra utenza che ci costringono a ritagliare la nostra attività tra le nove e mezzanotte.
Diamo assistenza medica, con un repertorio di farmaci essenziali e, soprattutto, cerchiamo di mettere in contatto i pazienti con la nostra associazione o con altre strutture. A fianco di questa attività, che vede due medici per ogni uscita, ce n’è un’altra, importantissima, di accoglienza, per la quale usiamo spesso l’espressione di “segretariato sociale”, che va dal distribuire i volantini della nostra associazione all’illustrare i diversi servizi. Si tratta di far sì che il migrante conosca almeno il Naga (e magari anche altre associazioni), perché a Milano costituisce un faro per un certo tipo di utenza. Ancora prima, si tratta di informare queste persone sui minimi diritti di base. Purtroppo mi sono reso conto che anche in casi estremi non vanno al pronto soccorso perché non sanno di poterci andare.

Una sera un ragazzo richiama la mia attenzione toccandosi la testa, era fine serata, stavo per dargli -meno male che non l’ho fatto- un banale analgesico; fortunatamente un amico accanto a lui, aiutandosi con la mimica e dicendo qualche parola, mi fa capire che il dolore è di origine traumatica; il ragazzo, un rumeno, è stato picchiato da degli albanesi; l’amico poi aggiunge che il ragazzo, dopo essere stato picchiato selvaggiamente, si era addormentato e non riusciva a svegliarsi, “era morto” mi dice. In medicina lo stato di non vigilanza, non responsiva allo stimolo verbale o doloroso, tecnicamente si chiama “stato di coma”. Ebbene, il paziente era entrato in coma; a quel punto mi sono sentito sollevato perché ho potuto chiedere cosa gli avessero diagnosticato al pronto soccorso, dato che almeno quella è una vera struttura, ti fanno gli esami del sangue, in questo caso la Tac dell’encefalo. Non mi rispondono, però mi spiegano che da quando si è svegliato, due giorni dopo l’episodio, ogni tanto si riaddormenta e cade; dicendolo poi ridono perché credono sia un sintomo di pazzia o di ubriachezza. Io invece sospetto un ematoma intracranico ma mi sento tranquillo perché penso sia stato curato adeguatamente, fino a che non mi sento dire: “Ma noi no pronto soccorso”. Perché? “Perché pronto soccorso polizia”. Ebbene, il ragazzo era stato due giorni in coma, tenuto come un morto nella “parasala” (parasala è un termine rumeno per indicare la casa abbandonata), a cui erano seguiti eventi sincopali quotidiani, e non era ancora stato portato in una struttura sanitaria. Una cosa da far accapponare la pelle, e ne avrei diversi di episodi di questo tipo.
Domenica un migrante rumeno, incontrato alla stazione, mi ha parlato di un incredibile insediamento abusivo, localizzato tra palazzi di un’area molto centrale di Milano, e sulle prime l’idea era appunto di andarci subito. Meno male che ho fatto prima un giro di verifica, perché l’insediamento in effetti esiste, ma data l’entità numerica della popolazione del sito, fare per una serata un ritrovo col camper, avrebbe esposto troppo queste persone, e avrebbe reso difficile anch ...[continua]

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