Liliana Cori, ricercatrice presso l’Unità di Epidemiologia ambientale con sede a Roma, dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, coordina il delicato lavoro di comunicazione che accompagna le indagini epidemiologiche e le attività di ricerca in territori fortemente inquinati, individuati come siti di bonifica di interesse nazionale. Nell’ultimo anno ha pubblicato, Se fossi una pecora, verrei abbattuta? (Scienza Express, Milano 2011), un testo di divulgazione sui risvolti scientifici e sociali del biomonitoraggio umano e, con Vincenza Pellegrino, Corpi in trappola. Vite e storie fra i rifiuti (Editori riuniti, Roma 2011), sull’esperienza di biomonitoraggio nelle province di Napoli e Caserta, assediate dai veleni della spazzatura e delle discariche abusive.

Acerra, Castel Volturno, Giugliano, Marcianise, Villa Literno, sono i nomi di alcuni dei comuni compresi nel vostro studio sulla Campania dove, dal 2005, l’Oms denuncia eccessi di mortalità e malformazioni alla nascita, causati da diossine, metalli pesanti e altri veleni provenienti dalle discariche abusive di rifiuti tossici. Puoi spiegare in cosa consiste il lavoro di biomonitoraggio umano e perché l’aspetto della comunicazione è così importante?
Il biomonitoraggio è il dosaggio dei principali inquinanti rintracciabili nei liquidi e nei tessuti del corpo umano, per esempio nel sangue, nel latte materno, nelle urine e nei capelli prelevati da un campione di popolazione. Con queste analisi si può valutare il livello collettivo di contaminazione dovuto all’esposizione a sostanze pericolose presenti negli alimenti, nell’aria, nell’acqua o nel suolo. Dalle ricerche che abbiamo curato negli ultimi anni e che hanno coinvolto le popolazioni di Gela in Sicilia, di Napoli e Caserta in Campania e di Taranto in Puglia -tuttora in corso- ci siamo resi conto che il tema del biomonitoraggio è estremamente delicato dal punto di vista della comunicazione. Perciò, come Istituto di fisiologia clinica, abbiamo deciso di svolgere una serie di studi per capire meglio che cosa pensano le persone coinvolte, quali sono le loro percezioni e come è meglio operare per trasmettere le informazioni raccolte. Da queste considerazioni è nato Corpi in trappola, lo studio svolto in Campania, dove le analisi chimiche sono state accompagnate da interviste fatte in profondità, per capire come le persone percepiscono l’ambiente in cui vivono e come si sentono, sapendo che l’inquinamento entra nel loro corpo.
In tutte le ricerche di biomonitoraggio umano a cui partecipa l’Istituto di fisiologia clinica (le ricerche epidemiologiche che utilizzano l’esame del sangue e del latte come dato di esposizione della popolazione) io mi occupo della documentazione che riguarda la modulistica: il consenso informato, l’informativa per i pazienti. Poi viene la parte più delicata, quella per cui serve maggiore professionalità, che è proprio quella della restituzione dei risultati a donatori, volontari e pazienti (nell’Istituto di Fisiologia clinica c’è anche un reparto ospedaliero che si occupa di malattie respiratorie e cardiache). Quest’ultimo libro, Se fossi una pecora, mi abbatterebbero? È nato proprio per provare a spiegare, in maniera semplice, che cos’è il biomonitoraggio umano.
Farsi fare le analisi dei propri tessuti o del sangue crea ansia, mette in uno stato di tensione. È ben diverso da un esame esterno sulla salute o da un monitoraggio dell’aria che ci sta intorno. Cominciamo a sapere qualcosa di quello che abbiamo dentro. Cominciamo a scoprire che ci sono delle cose dentro di noi di cui non conosciamo gli effetti.
A Napoli abbiamo fatto indagini sistematiche, sia con le interviste, sia con il lavoro del biomonitoraggio condotto dall’Istituto superiore di sanità assieme all’Istituto di fisiologia clinica, per conto della regione Campania. Il lavoro ha interessato una popolazione molto ampia: per le nostre analisi hanno donato il sangue 840 persone e 70 donne hanno donato il latte.
Il questionario che abbiamo sottoposto alle persone riguarda tutta la loro vita: il lavoro, dove abitano, le condizioni delle abitazioni, se hanno animali, se fanno giardinaggio, se si occupano di motori... è importante sapere tutto ciò che possono aver maneggiato.
La parte finale del questionario, quella che ho curato io, interpella le persone relativamente a come percepiscono l’ambiente. Grazie a quest’indagine, abbiamo capito tutta una serie di cose interessanti sulla percezione, che ci sono servite per adattare le nostre risposte, per capire cosa dire e come dirlo. Abbiamo capito che le persone sono molto consapevoli dell’ambiente che sta loro intorno. In genere, conoscono e sanno indicare con precisione quali sono le cose più inquinate. Sono preoccupate -soprattutto nel caso della Campania- dell’inquinamento delle acque e dell’aria e hanno una concezione estremamente acuta delle malattie che potrebbero avere.
Questo è un campo in cui sarebbe importante intervenire sistematicamente, come sanità pubblica, come agenzie educative. Per esempio, in Campania è risultato che più dell’80% degli 840 donatori (estratti casualmente dai 16 comuni che abbiamo individuato) sono convinti che avranno un tumore nel corso della loro vita. Sono anche convinti, nel 60% dei casi, che i loro figli avranno una malformazione. Sono dati allarmanti per chi li osserva, nel senso che ci danno conto di una popolazione molto in crisi, molto preoccupata per quello che sta succedendo. Anche per questo abbiamo deciso di convocare una serie di studiosi, esperti della società campana, che ci potessero aiutare a capire il contesto, per fare interviste ancor più approfondite.
Negli stessi comuni abbiamo così individuato cittadini di varie estrazioni: casalinghe, studenti, architetti, pescivendoli, fruttivendoli; 86 persone legate alla produzione, alle attività creative, educatori, insegnanti, mamme e papà, ai quali abbiamo fatto interviste più lunghe. Abbiamo chiesto: "Come stai?”, "Come ti senti?”, "Cosa sta succedendo?”, "Cosa senti intorno?”.
Nel libro, Corpi in trappola, gli studiosi leggono da diversi punti di vista queste interviste. Le persone sentono che l’inquinamento entra nel naso e si ferma nello stomaco, nei polmoni. Soprattutto, dicono che si sentono soffocare e sanno razionalmente che l’inquinamento lo mangiano, ne sono consapevoli.
Questa consapevolezza porta a quella che Vincenza Pellegrino, la sociologa che con me ha curato il libro, definisce disconnessione. Perché nel momento dell’azione le persone devono dimenticare quello che sanno, oppure agire in maniera apparentemente incoerente, come mangiare i prodotti dell’orto del nonno pur sapendo che sono inquinati. Di più: la verdura del nonno non solo è buonissima, ma dato che è stata fatta con amore, protegge. Una disconnessione eccezionale che è molto interessante da studiare.
Come si svolgono le vostre indagini e che risultati avete ottenuto?
Le nostre indagini sono tutte fatte in aree inquinate, per capire qual è l’esposizione delle comunità, cioè delle persone che vivono, per esempio, vicino a un’industria pericolosa oppure in un’area altamente inquinata, come è il caso della Campania, e quali sono gli inquinanti che vengono assorbiti. Quindi sono indagini fatte su aree ristrette.
Nel mondo e in particolare negli Stati Uniti, che hanno una lunga esperienza di lavoro sul biomonitoraggio umano, si osserva una costante diminuzione di inquinanti. A parte il caso di Londra, soffocata a fine Ottocento dallo smog, molto sommariamente possiamo dire che c’è stato un picco di inquinamento intorno al secondo dopoguerra legato ai grandi insediamenti urbani, quando sono stati prodotti una serie di inquinanti in quantità veramente elevata e si è esteso enormemente l’uso delle auto funzionanti con benzina addizionata di piombo. Le prime indagini sono iniziate proprio dalla ricerca del piombo nel sangue dei bambini e delle comunità esposte, perché questo metallo provoca problemi di ritardo mentale e forme di intossicazione cronica evidenti nella popolazione. Così è iniziato il monitoraggio sistematico del piombo e nel frattempo se ne sono ridotti i contenuti nelle benzine. Analogamente, con tutta una serie di misure legislative e impiantistiche, sono stati ridotti gli elevatissimi livelli di emissioni delle fabbriche, che ancora c’erano fino all’inizio degli anni ’80. Per questo, in generale, nella popolazione oggi si osservano riduzioni costanti degli inquinanti assorbiti.
La riduzione generale, però, non vale per le situazioni specifiche. Se andiamo a vedere Taranto, un’area molto inquinata, o la Campania, che è un’area inquinata in maniera diffusa, non possiamo parlare di tendenze, perché stiamo esaminandole per la prima volta; quindi non possiamo dire cosa c’era prima e cosa dopo. La situazione italiana è questa: stiamo iniziando a fare un lavoro sistematico.
Per venire alla domanda: nel corpo umano gli inquinanti si accumulano se sono persistenti, cioè se si fermano. Per esempio, tutti gli inquinanti che si combinano con i grassi, come il Ddt, i policlorobifenili e le diossine, se entrano in circolazione nel nostro corpo si vanno a insediare nei pannicoli di grasso.
Quando una donna ha una gravidanza e allatta il suo bambino, elimina le sostanze pericolose attraverso il latte, nella cui materia grassa sono concentrati molti inquinanti, e si libera così di parte dell’inquinamento. Quindi, le donne che hanno allattato, anche in età più avanzata, hanno meno inquinanti persistenti degli uomini. Ovviamente quando le mamme vengono a conoscenza di questi meccanismi sorgono dei problemi, in primis il senso di colpa che possono provare sapendo che assieme al latte stanno dando degli inquinanti ai loro bambini. In questi casi c’è bisogno di una valutazione più specifica; l’Oms consiglia sempre di allattare al seno, anche perché i bambini hanno poi dei sistemi di smaltimento molto veloci, perfino per questi inquinanti. Ci sono però situazioni di esposizione particolare, per le quali noi diciamo che quello che le mamme devono fare va valutato davvero singolarmente.
In generale, nella popolazione delle fasce d’età più elevate si trovano sicuramente accumulati tutta una serie di prodotti chimici diffusi -sia che viviamo in aree inquinate, sia che viviamo in aree pulite- perché queste sostanze circolano in tutto il nostro ambiente. Se siamo in una città si accumuleranno gli inquinanti specifici del traffico, in altre zone possiamo trovare problemi diversi. Per esempio, quest’anno ci stiamo concentrando sull’arsenico, che non è un inquinante persistente -cioè, non è un inquinante che rimane nel corpo delle persone- però passa e, quando passa, può provocare danni. Sappiamo che l’arsenico è presente in alcune zone d’Italia, a volte per motivi naturali, a volte per motivi industriali, e vogliamo andare a vedere se ci sono problemi di salute legati all’esposizione, cioè al fatto che le persone assorbono questo inquinante.
Quale può essere l’impatto sulla salute di questo insieme di inquinanti che assorbiamo quotidianamente?
Effettivamente, dovremmo andare a vedere meglio i dati dell’Unione europea sull’aspettativa di vita in salute che, rispetto ad altri paesi europei, in Italia sembra sia in diminuzione. In generale, credo sia difficile dare una risposta. Certo, quello che si vede è che la vita obiettivamente si allunga, ma aumentano tutta una serie di malattie degenerative che la riducono comunque in uno stato non buono, di grave indebolimento.
Rimane prioritario uno degli obiettivi della battaglia fatta da personaggi come Renzo Tomatis e Giulio Maccacaro: i prodotti cancerogeni vanno eliminati. Questa sarebbe la cosa più rivoluzionaria da fare. Vorrebbe dire, per esempio, togliere il benzene della benzina. Abbiamo già tolto il piombo, che fa diventare stupidi i bambini, ma lo abbiamo sostituito con il benzene che è un cancerogeno certo. Questo lo dobbiamo sapere: respiriamo benzene tutti i giorni.
Alcune persone si sono sottoposte volontariamente ad indagini sul proprio sangue...
La prima campagna mondiale grazie alla quale si è parlato di questo problema, promossa dal Wwf, andava proprio a monitorare il sangue di rappresentanti politici e persone dello spettacolo per dire: "Ecco, siamo tutti quanti inquinati come i pinguini dell’Antartide, anche il ministro, il calciatore, l’attore”. In anni recenti in Campania e in Toscana ci sono state persone che si sono fatte analizzare il sangue per capire quali inquinanti ci siano. Lì il problema è legato a come vengono riportati i risultati. Occorre fare attenzione, avere una serie di garanzie sui metodi di analisi e parlare lo stesso linguaggio per poter leggere i dati in maniera simile, confrontabile.
Voi avete riscontrato anche una carenza di fiducia...
Abbiamo elaborato una serie di domande sulla fiducia, "Di chi ti fidi?”, "A chi ti appoggi?”, e sul futuro.
È difficile interpretare queste osservazioni in maniera positiva e propositiva, anche se noi ci sforziamo di farlo, perché siamo in un momento di crisi totale. Si sono spezzati anche i vincoli più forti, quelli dei clan ristretti, dei pari. Le persone non si fidano di nessuno, neanche dei familiari. Manca sia la fiducia verticale che quella orizzontale. Quella orizzontale è la fiducia in quelli come te, del tuo nucleo familiare. Poi c’è quella verticale, la fiducia verso l’autorità, che è persa completamente. Non solo, ma in tutte le risposte, in tutte le interviste, la figura nell’autorità converge con quella della criminalità.
L’uscita allora dov’è? È nel "Lo faccio io”. La cosa interessante, tipica di questo tempo se pensiamo all’Africa, ai movimenti, è che le persone dicono: "Adesso faccio da solo”. Cessa la politica, cessa la comunità, cessa la rappresentanza. A quel punto, io mamma vado al supermercato a comprare solo cose surgelate per il mio bambino appena nato; oppure mi rappresento da sola: vado al consiglio comunale e porto il mio sangue e il mio latte e urlo finché non mi ripuliscono tutto.
Siamo rimasti colpiti anche dal fatto che le persone vogliono sapere tante cose e bisogna dirgliele spiegandosi molto bene. Soprattutto, non si può fingere, perché se ne accorgono subito. Sono molto più sapienti, molto più competenti di quanto si creda. Gli studiosi amano illudersi di essere gli unici in grado di capire, perciò danno la loro conoscenza a piccole dosi, oppure non la danno affatto, perché tanto a che serve? Invece quando spieghi, la gente mediamente capisce tutto e vuole proprio conoscere i particolari. Per questo mi sono decisa a scrivere Se fossi una pecora, mi abbatterebbero?, e a parlare di picogrammi, nanogrammi, microgrammi. Perché la signora che fa la spesa tutti i giorni lo sa cosa vuol dire un milionesimo di grammo, o perlomeno se lo immagina. Gli studiosi dicono: "Eh, ma le nostre misure sono incerte”, "La connessione fra l’ambiente e la salute ha dei margini di incertezza”, "Non possiamo spiegare la complessità”. In realtà la signora che fa la spesa, l’operatore economico, chiunque quotidianamente abbia a che fare con la produzione, è perfettamente in grado di affrontare il tema dell’incertezza. Userà termini diversi da quelli del filosofo della scienza, ma è perfettamente in grado di misurarsi con la complessità. Bisognerebbe far scendere gli studiosi un pochino dal piedistallo, perché questi sono tutti temi che si possono discutere. Certo, ci vuole un sacco di tempo.
L’assenza di fiducia poi ha le sue ragioni. In Campania quanto tempo si è perso? Già nel 1990 erano stati definiti 62 comuni da bonificare, poi nel 1994 c’è stato il commissariamento. È stato speso almeno un miliardo di euro nei primi dieci anni di commissariamento.
La Campania sarebbe potuta diventare un laboratorio mondiale delle bonifiche: si sarebbero potute chiamare le migliori competenze al mondo e farne una vetrina internazionale. Forse questo è un sogno. Resta il fatto che è possibile bonificare, però bisogna farlo pezzetto per pezzetto, continuamente, ma soprattutto informando le persone.
Ci sono dei concetti molto potenti in inglese che rendono bene il senso e che l’Unione europea chiede di applicare nella gestione del territorio e dell’ambiente. Uno è accountability, che indica il dovere di dare conto. Dovere di dare conto non significa che io ti chiedo le informazioni con la carta bollata e allora tu rispondi, significa che tu hai il dovere tutti giorni di dirmi cosa fai, quali sono le emissioni, ecc. Un altro concetto è governance, che è il cappello più largo, il sistema di governo del territorio e delle questioni che hanno impatti negativi sull’ambiente.
Le strategie sulla gestione dei prodotti chimici in Europa prevedono che le persone siano consultate per sapere da loro non solo quello che pensano, ma anche se si ritengono soggetti esposti, se si sentono a potenziale rischio. Non è fantascienza. L’Unione europea ha messo a disposizione della governance del rischio o della possibilità del rischio tutta una serie di strumenti.
Se le autorità sono attendibili, i controlli vengono fatti e, in caso di eccessi, si riducono le emissioni, allora si costruisce un rapporto di fiducia. L’importante è che le persone trovino risposta alle proprie preoccupazioni. Se invece non ci sono problemi bisogna saperle convincere. Ma, attenzione, bisogna che sia vero che non c’è un problema perché oggi le persone hanno la possibilità di accedere alle informazioni.
La situazione italiana più interessante attualmente è quella di Taranto dove c’è un movimento di cittadinanza, le autorità stanno facendo i regolamenti, e l’Agenzia regionale di protezione dell’ambiente sta cercando davvero di fare protezione della salute, cosa per niente scontata in passato. A Taranto ci si rende conto che se non c’è la preoccupazione, non c’è lo stimolo né la spinta all’azione, e allora non riescono a cambiare le cose. Le indagini sono continue sui suoli, le deposizioni, sugli allevamenti. Di recente, per il contenuto di diossina, sono stati sequestrati metà degli allevamenti di cozze nel Mare Piccolo, in una zona interna, a ridosso degli impianti industriali. Gli allevamenti sono comunque ancora lì e le autorità devono badare che le cozze non vengano vendute. Stanno pianificando di togliere tutti gli allevamenti del Mare piccolo e spostarli da un’altra parte. La controversia si apre perché lo spostamento è difficile: le cozze hanno bisogno di una certa protezione, di mare tranquillo. Una delle zone proposte è situata in corrispondenza della fuoriuscita di un depuratore, quindi con altri problemi collegati.
Dicevi dell’inceneritore di Vienna...
Tutti quelli che vogliono costruire un inceneritore prendono il consiglio comunale e lo portano a Vienna, dove c’è un inceneritore in città. A Vienna, fin dal primo giorno -come hanno solo finto di fare ad Acerra- c’è stata la possibilità di conoscere le emissioni; i cittadini potevano andare in qualunque momento a visitare qualunque parte dell’impianto. Soltanto dopo sette anni di informazione costante, quotidiana, sulle emissioni e con l’accesso continuo delle persone, sono cessate le proteste. Bisogna capire che ci vuole tempo perché le persone devono intanto sapere cosa sta succedendo e devono poter dire la loro. Le autorità devono sopportare che ci sia il controllo e questo, in Italia, non fa parte proprio della nostra cultura.