Anna Soru, ricercatrice economica, è presidente di Acta (Associazione consulenti terziario avanzato), Dario Banfi, socio Acta, è giornalista freelance, copywriter e consulente in comunicazione.

Come sta impattando la crisi sul mondo del lavoro autonomo?
Anna. La sensazione diffusa è che vada sempre peggio. In una prima fase della crisi ci si lamentava soprattutto dei tempi di pagamento, ora prevale la difficoltà di ottenere le commesse, e poi di farsi pagare in maniera adeguata per il lavoro che si svolge. Le tariffe infatti continuano a diminuire perché ci sono meno soldi in giro, anche se il dubbio è che qualcuno un po’ ci marci. Chiaramente dipende molto anche dai settori. Nella pubblica amministrazione i tagli sono stati fortissimi, quindi chi lavora in quest’ambito sta pagando più di altri.
Dario. Io lavoro nell’ambito dell’editoria, del marketing, della comunicazione. Personalmente l’impatto più forte l’ho avuto a fine 2009-inizio 2010, con le grandi aziende, le multinazionali che hanno tagliato i budget per l’Italia. A partire dal 2009 le grandi aziende hanno ridotto la spesa per questo tipo di attività assegnate all’esterno cercando di gestirle in casa, affidandole a persone che però prima facevano altro.
Devo anche dire che dopo un anno e mezzo una di queste aziende mi ha richiamato perché le risorse interne non si erano rivelate all’altezza. Alla fine non sono cose che si improvvisano... È stata una bella soddisfazione, però i budget erano completamente ridimensionati. Oggi le pianificazioni sono molto più oculate: se prima avvenivano su base quadrimestrale o semestrale coinvolgendo diverse risorse esterne, adesso è cambiato proprio l’ordine delle misure, sia dei prezzi sia dei tempi.
Con i piccoli, almeno nel mio settore, c’è un po’ più di respiro, anche se si fa sempre molta fatica, perché c’è minore disponibilità a rischiare e poi si cerca di risparmiare su tutto.
Anna. Il risultato di tutto questo è che l’impegno maggiore va nell’acquisire lavoro più che nello svolgerlo. Cercare commesse porta via un sacco di energie e naturalmente è tutto tempo non retribuito, per cui fatturi molto di meno ma non è che non lavori... Lavori per fare altro, che poi è la cosa più stancante e stressante. è molto più riposante eseguire il lavoro che andare a cercare di creare le condizioni per avere la commessa, peraltro dovendo sempre contrattare tutto.
Dario. Tra l’altro, si pensa sempre che il pluricommittente sia in condizioni più favorevoli. In realtà, quello che ho sperimentato è che mentre chi ha una monocommittenza e disgraziatamente perde il cliente principale, magari ci mette del tempo però diciamo che nel suo orizzonte c’è l’acquisizione di una misura di lavoro equiparabile alla precedente, chi invece è abituato a lavorare in pluricommittenza e perde, diciamo, una decina dei suoi precedenti quattordici-diciotto clienti, deve lavorare dieci volte di più nel recuperare tanti piccoli piuttosto che uno grosso.
Anna. Il problema è ottenere le commesse. I committenti sono concentrati sull’obiettivo di tagliare e spesso non si preoccupano se stanno tagliando una cosa che serve o che non serve, tagliano e basta.
Questo è un po’ desolante perché uno pensa: se faccio male il lavoro sicuramente non mi richiamano, ma se anche lo faccio bene, non è detto, non è scontato che mi richiamino. È frustrante, anche perché non si vede la fine...
Colleghi che lavorano nel privato hanno detto che il momento peggiore è stato il 2009-2010 e che col 2011 le cose avevano iniziato a prendere una piega diversa. Sicuramente la prima parte del 2011 si presentava un po’ meglio, ma nell’ultima parte la grande incertezza ha indotto molte imprese a una maggiore prudenza.
Dario. Comunque dipende molto dai mercati. Come diceva Anna, ora la pubblica amministrazione ha una spesa al ribasso. D’altro canto ci sono imprese che stanno invece rilanciando, che stanno investendo in alcuni ambiti, per esempio in formazione; ecco, lì per chi lavora in maniera indipendente c’è l’opzione, c’è un margine per andare a proporsi. Dopodiché ci sono mercati che stanno semplicemente quotando al ribasso, consolidando quello che hanno. Insomma, dipende. L’impressione è che i settori a maggiore organizzazione siano quelli che stanno concentrando, cioè pubblica amministrazione, multinazionali; invece quelli che hanno un pochino più di movimento, piccola e media impresa, sono un po’ più mobili.
I vostri conoscenti o colleghi quali strategie stanno mettendo in campo, insomma come si arrangia la gente per fronteggiare questa fase?
Anna. Molti stanno tentando in qualche modo di differenziare i propri servizi e quindi di cercare di offrire qualcosa di diverso rispetto a quello che c’è sul mercato; ognuno sta cercando di consolidare quelli che sono i suoi punti di forza o di crearsene dei nuovi perché in questa situazione di forte concorrenzialità se cerchi di starci dentro soltanto col prezzo è una guerra al ribasso da cui non puoi tirar fuori niente di buono. Qualunque prezzo tu faccia ci sarà sempre qualcuno che lo fa più basso del tuo. È sempre più importante far valere una specifica competenza o una specifica caratteristica del servizio. Però poi devi anche riuscire a spiegare al tuo committente che questo fa la differenza e non è scontato che ci si riesca.
Altri si lanciano su alternative completamente diverse. Qualcuno si è buttato sull’agriturismo o sul B&B rimettendo in gioco il patrimonio di famiglia. Una lavoratrice autonoma che si occupava di comunicazione, non riuscendo più a viverci, ha rilanciato un’azienda agricola familiare creando delle cose nuove, sfruttando anche la sua competenza nella comunicazione, però è proprio una strada che ha poco a che fare con quella che aveva intrapreso inizialmente. Ci sono dei tentativi di diversificare veramente drastici. C’è un po’ di tutto.
Dario. Almeno nel mio mondo (comunicazione, editoria, giornalismo, pubblicità, design, grafica) io vedo due strategie quasi obbligate. La prima è quella del contenimento delle spese, inteso come maggiore attenzione a tutto quello che si riesce a mettere a registro risparmiando qualcosa nel giro d’attività anche perché non sono più così inusuali i contratti con le spese incluse.
La seconda strategia è quella di scalare sulla linea di produzione del valore, cioè mentre prima si poteva competere direttamente con altri attori del mercato, oggi se perdi il cliente devi scalare di una linea e passare magari attraverso un’agenzia. Aumenta cioè il percorso di intermediazione, che significa abbassare i costi e in alcuni casi addirittura prestarsi a entrare in attività a titolo non oneroso; magari componi un pezzo di gara con l’agenzia che ha un buon nome da spendere, senza però avere garanzie sull’esito. Molti pubblicitari stanno facendo un passo indietro oppure diventano indipendenti e continuano a lavorare per l’agenzia a costo minore, questo è un classico. Un risultato della crisi è proprio questo flessibilizzare al ribasso in cui il rischio d’impresa viene scaricato sul punto finale.
Anna. In un mercato in cui è così difficile acquisire le commesse, potrebbe essere conveniente affidarmi a un’agenzia, se ne esistessero nel mio campo di attività, per trovare nuovi lavori. Alla fine sarei disposta a rinunciare a una parte del guadagno perché comunque risparmierei un sacco di tempo.
Comunque è vero: ormai tutti i rischi sono scaricati sul lavoratore. Anche quando lavori con la pubblica amministrazione su dei progetti finanziati, vieni pagato solo se il progetto passa. Questo ormai è abbastanza scontato.
Dario. è una pratica diffusa anche nelle gare per avere l’ingaggio di una pubblicità per una grande marca. Infatti, nel mondo delle consulenze sulla comunicazione c’è chi si sta ribellando a questo meccanismo perché in sostanza fornisci idee al sistema d’impresa senza che queste vengano remunerate, non solo nella fase d’appalto, ma a volte neanche ex post, a gara vinta.
Anna. Però bisogna dire che c’è anche una nostra complicità: in questa diffusa guerra dei prezzi noi siamo corresponsabili perché continuiamo ad accettare condizioni inaccettabili. E quindi o decidiamo -tutti quanti assieme- che ci sono dei paletti sotto i quali non si va, altrimenti sarà sempre peggio. Infatti una delle cose che cerchiamo di fare come associazione è dire che il lavoro va pagato, non si può continuare a svendere la propria competenza perché se ci facciamo intrappolare in questo meccanismo facciamo il gioco di chi usa questa situazione.
Come Acta, stiamo cercando di sensibilizzare su questo tema, sul fatto che non bisogna cedere sui prezzi, che bisogna tenere. Tu non puoi regalare il tuo lavoro, ne va anche della tua autostima. A quel punto meglio allora aprire l’agriturismo, fare un’altra cosa! Perché non è possibile, io non riesco a capire come in certi ambiti ci siano professionisti disposti a lavorare per cifre davvero vergognose. Perché mi devo ostinare a fare un lavoro se questo non viene minimamente pagato? Mi trovo un’altra cosa!
C’è sempre l’idea che prima o poi le cose si sblocchino, ma non è così. Posso capire una persona molto giovane, ma se hai superato i quarant’anni e ti offrono una cifra ridicola, cosa ti aspetti, di diventare poi una star a settant’anni?
Dario. Bisogna anche dire che dalla parte opposta però abbiamo casomai il big, cioè il soggetto più forte del mercato, il grande marchio, che cerca ugualmente l’espediente di piccolo cabotaggio, quando una certa soluzione non si addice affatto alla misura dell’impresa.
Cioè la crisi diventa un po’ un alibi per ribassare anche dove non sarebbe necessario?
Dario. Se il primo del mercato ti chiede di lavorare gratis, c’è qualcosa che non va. Perché il secondo che cosa fa allora? Devi pagarlo tu? Viene fuori un disastro.
Anna. Ma il punto vero è che ormai uno non si vergogna più. Un tempo non si sarebbero permessi di chiederti di lavorare gratis, invece adesso... Purtroppo anche il fatto che i più giovani siano disponibili sul mercato pressoché gratuitamente sta avendo effetti nefasti, alla fine tu ti scontri sul mercato con il giovane laureato che lavora gratis e tu cosa fai? Puoi chiedere il doppio, ma il doppio di gratis...
Dario. Poi c’è un fatto non trascurabile che è legato alla "materialità” del lavoro. La produzione di cui stiamo parlando ha a che fare con l’uso della conoscenza, con il fatto di plasmare materie, come il software o la scrittura che non hanno una fisicità... Cioè, se io chiamassi un muratore e gli dicessi: "Tirami su quel muro però fammelo gratis”, probabilmente quello prende la cazzuola e me la spacca in testa, se invece chiedo a un giornalista di scrivere gratis un articolo...
Anna. Comunque non c’è soltanto l’aspetto materiale e immateriale, dipende anche dal tipo di competenza che metti in gioco. Se è un tipo di competenza più "hard”, più tecnica, in qualche modo ti viene riconosciuta, se invece è "soft” è più difficile. Per esempio, siccome in Italia siamo tutti convinti di saper scrivere un articolo di giornale, questo è un tipo di competenza che non viene minimamente riconosciuto. Io mi occupo di ricerca, ecco, se parlo di una ricerca qualitativa, tutti sono convinti di poterla fare (anche se non è vero); se già parlo di una ricerca quantitativa con uso di statistica e banche dati, allora il discorso cambia. Oppure, tipicamente, la consulenza di un informatico o di un ingegnere vengono riconosciute degne di essere pagate.
Dario. Alcuni mercati cercano in maniera pervicace di forfettizzare i prezzi attorno a delle unità di costo, quando invece la misura dovrebbe essere presa sui risultati e i vantaggi che si possono ottenere. Con effetti a volte disastrosi. Mi è stato raccontato di un caso in cui la traduzione di un contratto era stata fatta male e il ricorrente l’ha avuta vinta sulla grande azienda proprio appellandosi a quell’ambigua traduzione, con una perdita di milioni di euro. E tutto questo per guadagnare pochi euro su una cartella di traduzione. È da pazzi! Ecco, c’è chi segue queste logiche folli, ma c’è anche chi, al contrario, continua a puntare alla qualità, investendo di più anche nel momento della selezione delle persone.
Anna. C’è anche da dire che non sempre il committente è in grado di valutare la qualità del servizio che acquista. Se chiedi a un informatico di sistemare la tua linea intranet e questa non funziona ti rendi conto subito che ti sei rivolto alla persona sbagliata, ma su altre cose, come ad esempio una campagna di comunicazione, l’azienda può non essere in grado di giudicarne il ritorno. Pure questo non facilita una selezione che premi la qualità.
Dicevate che, oltre a un calo dei prezzi, c’è poi il problema di essere pagati...
Anna. C’è intanto il problema del ritardo nei pagamenti, che ormai è storico, e adesso ovviamente si è aggravato.
Questo fenomeno riguarda la pubblica amministrazione in maniera particolare perché il bilancio è basato su criteri di cassa e non di competenza: ritardare un pagamento spesso serve a far quadrare il bilancio.
Nel settore privato è un altro discorso, è un modo per autofinanziarsi, soprattutto in un momento in cui anche l’accesso al credito è diventato più complicato.
Dario. Io seguo anche le comunità estere di freelancer e la settimana scorsa ho letto che una comunità inglese proponeva lo sconto in fattura del 10% per i clienti che pagavano entro 15 giorni rispetto ai normali 30. A me è venuto da ridere, o da piangere. Altro che 30 giorni! Noi non vediamo neanche i 90, i 120.
Non solo, quando la filiera è lunga e c’è un’intermediazione, è ormai invalso il malcostume di pagarti se e quando il cliente finale paga. Addirittura alcuni lo mettono anche in contratto, che è la cosa più scorretta che si possa immaginare.
Ma un lavoratore autonomo che non viene retribuito, a fronte anche di un contratto, o comunque di un accordo, ha qualche strumento per rivalersi?
Anna. Deve andare per vie legali, ma con i tempi che sappiamo. Io ho avuto una causa anni fa. Alla fine sono stata costretta a trovare un accomodamento perché il mio avvocato mi ha detto: "Guarda, se vuoi andare avanti, tieni presente che per dieci anni non vedrai nulla”. La lentezza della giustizia italiana certo non favorisce.
Il problema è che il lavoratore autonomo è assimilato al fornitore di un servizio, quindi non rientra nelle tutele del Tribunale del lavoro. E non c’è solo la questione dei tempi di pagamento. In caso di fallimento del cliente, mentre il dipendente passa al primo posto, un lavoratore autonomo finisce insieme a tutti i fornitori.
Non c’è il riconoscimento di uno status di lavoratore. Se già cambiasse questo, se già fosse previsto lo stesso trattamento, a prescindere dal fatto che tu sia autonomo o dipendente...
Dario. Porto un caso personale. Tempo fa ho chiuso un lavoro per una società del valore di 2400 euro. Dopo tre o quattro mesi che non mi si diceva nulla, ho emesso una fattura e l’ho spedita con la posta certificata, mettendo nero su bianco che dovesse essere pagata entro 30 giorni, sollecitando il pagamento con un certo formalismo. La risposta è stata che, non avendo visto pagato il lavoro da parte del loro cliente, o mi accontentavo della metà della fattura oppure dovevamo andare per vie legali. Lasciavano a me decidere come comportarmi.
In casi come questi uno è costretto a farsi i suoi conti: è meglio avere 1200 euro subito o andare avanti anni senza alcuna garanzia che si arrivi in fondo? Quelli che conosco io sono andati tutti per conciliazione informale.
Anna. Finché si continuerà a pensare che il lavoro sia solo quello dipendente, che solo i dipendenti siano meritevoli di tutele e per tutti gli altri l’atteggiamento rimarrà quello del "Hai voluto la bicicletta? Pedala!”…
Dario. Però c’è speranza. I nostri omologhi americani sono riusciti a far passare una legge dello Stato di New York che assegna la riscossione del debito alla pubblica amministrazione.
Non ti paga, ma cerca di recuperare il credito. Si fa carico cioè dei costi di gestione delle insolvenze.
Anna. Era una proposta che avevamo fatto anche noi per una legge regionale, chiedendo appunto alla Regione di svolgere questa attività. Ad esempio se ho un credito di 5000 euro che non riesco ad esigere, posso versarlo presso una banca convenzionata con un ente pubblico (che copre una parte del rischio con un fondo apposito) e sarà la banca a recuperare il credito. La proposta non ha avuto seguito…
Purtroppo le aziende approfittano della debolezza di interlocutori piccoli e impotenti come i professionisti autonomi. Se avessero di fronte un operatore forte con la sua squadra di avvocati, beh, io penso che ci penserebbero due volte prima di non pagare.
Dario. Le società di leasing quando fanno recupero crediti sui cosiddetti "small ticket”, ossia su cifre di modica entità, come i leasing di una macchina o di una poltrona da dentista, ebbene, se non c’è un importo superiore ai 10.000 euro non si muovono, perché quello che vai a incassare non copre il costo del recupero.
Ecco, questa è tutta un’area grigia in cui si gioca molto sull’informalità perché il costo di un contenzioso è una misura su cui noi piccoli difficilmente possiamo competere.
Anna. Comunque se il committente tarda a pagare non vai subito dall’avvocato, perché vuoi anche cercare di tenerti il cliente. Ti rivolgi all’avvocato quando ormai hai capito che quel cliente è perso.
Dario. Eppure esiste una direttiva europea sul pagamento del lavoro professionale che impone il termine di 30 giorni; in Italia la normativa è stata recepita ma non è stata applicata. Io comunque lo metto sempre in fattura, è un deterrente tecnico, poi non lo rispetta nessuno perché si è assuefatti a una sottocultura improntata al "ti pago quando voglio”.
Anna. È diventato scontato. Sono tante nel nostro paese le cose che sono diventate scontate.
Le recenti norme fiscali hanno eliminato il cosiddetto "regime dei minimi”, un regime agevolato per chi non superava un certo reddito, suscitando anche qualche protesta...
Anna. Il regime dei minimi non è stato eliminato, gli ultimi provvedimenti l’hanno modificato, rendendolo molto più conveniente (una cedolare del 5% contro il 20% del vecchio regime), ma restringendo la sua applicazione a chi avvia un’attività nuova o ha meno di 35 anni. Io però mi domando: si parla tanto di andare verso contratti più stabili per i giovani, ma con un regime di questo tipo in realtà incentivi moltissimo la partita Iva sotto i 35 anni, anche quando è imposta. Ma anche considerando le partite Iva genuine, poiché c’è un tetto di fatturato piuttosto basso (30.000 euro), in fin dei conti il regime incentiva la partita Iva "povera”.
Consideriamo uno che inizia a lavorare a 23-24 anni, fino ai 35 anni è incoraggiato a stare sotto i 30.000 euro per poter pagare poche tasse. Il messaggio alla fine è che devi volare basso. Non so, non lo trovo congruente con una politica per lo sviluppo. Questo limite peraltro era presente anche nel precedente regime dei minimi.
Dario. Sì, alla fine è una misura depressiva rispetto allo sviluppo perché non dà slancio, inibisce l’adozione di una prospettiva più ampia; i regimi forfettari di questo tipo non si prestano a chi entra in un’ottica di investimenti, perché è tutto contingentato, per così dire. Se solo uno vuole comprarsi dei macchinari per fare una produzione un pochino più significativa esce dal regime.
Anna. Dal nuovo regime dei minimi restano poi esclusi i tanti professionisti che in precedenza ne beneficiavano e che tornano ad essere contribuenti normali.
Intendiamoci, il regime dei minimi aveva un sacco di cose che non andavano bene e che richiedevano un intervento. Infatti il limite di reddito riguardava il solo reddito da lavoro autonomo. Di fatto era molto favorevole per chi aveva anche un lavoro dipendente o una pensione, perché beneficiava di un forte sconto fiscale. Però era conveniente anche per chi aveva un reddito tra i 20.000 e 30.000 euro, perché aveva una contabilità semplificata, senza Iva e con la possibilità di fruire di un servizio fiscale gratuito offerto dall’Agenzia delle Entrate.
Dario. Prima, una persona che era in regime forfettario pagava solo la dichiarazione dei redditi, adesso dovrà pagare anche la contabilità. Se si considera che un commercialista costa in media mille euro, se questo lavoratore guadagnava, diciamo, 20.000 euro, si ritroverà con una tassa sociale del 5% per stare sul mercato.
Anna. Ripeto, il vecchio regime veniva usato spesso molto male, perché chi svolgeva anche un lavoro dipendente, poteva giocare su due registri: sulla parte dei minimi pagava il 20% secco e (a differenza del puro lavoratore autonomo) poteva anche scaricare gli oneri deducibili sulla parte di lavoro dipendente. Questo creava una distorsione sul mercato perché ti trovavi a competere con gente che pagava meno imposte e quindi poteva fare prezzi più bassi (anche perché forte di un reddito sicuro come dipendente o come pensionato). Insomma, il vecchio regime andava riformato, però una cosa è riformarlo, una cosa è eliminarlo.
In Italia -a differenza di altri paesi- non è mai passata l’idea che se uno lavora come autonomo dovrebbe avere degli sconti fiscali, non degli aggravi. Se tu sei autonomo hai dei i rischi in più, inoltre avendo un reddito discontinuo alla fine paghi più imposte perché se un anno guadagni sessanta e l’anno dopo venti, versi di più di un lavoratore che ha guadagnato quaranta per due anni di seguito. Proprio per tener conto di queste variabili, negli altri paesi normalmente hai un trattamento fiscale più favorevole. Ma da noi c’è sempre stata una presunzione di colpevolezza, l’autonomo è evasore per definizione, allora...
Da tempo è in atto il tentativo di parificare i contributi dei lavoratori autonomi a quelli dei dipendenti, a fronte però di meno tutele. Ora qual è la situazione?
Anna. La manovra dell’estate del governo Berlusconi ci ha portato un altro punto percentuale, ora versiamo il 27,72%
Se non altro, con la manovra Salva Italia, il Ministro Fornero ci ha concesso la malattia domiciliare e i congedi parentali, da cui prima eravamo esclusi (pur pagandoli!). La copertura della malattia resta però molto bassa: non è sufficiente a garantirci una sopravvivenza se la malattia dura a lungo.
L’altro grosso problema è la pensione. Noi siamo tutti nel sistema contributivo puro e con un Pil che non cresce e dei coefficienti di conversione veramente molto penalizzanti, la pensione sarà certamente bassa rispetto a quanto avremo versato. Per assicurare pensioni più ricche si continua a parlare di parificazione del costo contributivo con quello dei dipendenti. Siamo assolutamente contrari. Primo, perché il cuneo della contribuzione pensionistica (incidenza della contribuzione pensionistica sul costo del lavoro totale) è già ora superiore a quello dei dipendenti (27% contro circa 25%). Il 33% dei dipendenti sempre citato non si riferisce interamente al costo del lavoro (una percentuale è riferita al reddito lordo, che è inferiore al costo del lavoro) e comprende una maggiore contribuzione assistenziale. Secondo, perché nel nostro caso la contribuzione è interamente a nostro carico e ulteriori aumenti non sono sostenibili, soprattutto in considerazione del fatto che comunque non ci potranno assicurare una pensione adeguata. Terzo, perché non è accettabile che questo aumento debba riguardare gli iscritti alla gestione separata e non gli ordinisti. Oggi chi ha un ordine paga la metà di noi e però opera sugli stessi mercati su cui agiamo noi.
Tra l’altro, la nostra gestione è "separata” solo di nome, perché ad oggi con l’attivo della nostra gestione stiamo pagando le pensioni degli altri e anche quegli ammortizzatori sociali a cui noi non abbiamo diritto. Insomma, non credo di dover aggiungere che noi non siamo così contenti di queste proposte che vengono dal mondo sindacale e politico in genere.
State studiando una formula per appoggiarvi a una società di mutuo soccorso…
Anna. È un’idea maturata in Acta. Noi vorremmo, per quanto riguarda la malattia, fare un opting out dalla gestione separata e accordarci con una società di mutuo soccorso che provveda ad assicurare la nostra malattia. In realtà sarebbe molto interessante fare un opting out anche per una parte del versamento pensionistico. Il testo della manovra Salva Italia aprirebbe a un’ipotesi di questo tipo. In qualche modo se ne parla, anche se in riferimento ai più giovani. Noi saremmo favorevoli, cioè se di quel 27% si potesse dirottare un 9% in un fondo a capitalizzazione, potrebbe essere un modo per assicurarci quel secondo pilastro da cui di fatto siamo esclusi, perché dopo aver pagato il 27,72% di tasca nostra, è difficile che rimanga molto altro da investire in una previdenza privata. Potrebbe essere un’opportunità, si tratta di vedere se è davvero possibile.
Chi rappresenta oggi i lavoratori autonomi?
Anna. È assurdo: la vecchia rappresentanza si è spostata in massa anche sul nostro segmento, per cui abbiamo tutti i sindacati e ora anche la Cna e l’Unione del Commercio che si occupano delle partite Iva, con il risultato che però non ci rappresenta nessuno!
I sindacati infatti continuano a pensare a noi come a dei dipendenti o dei simil dipendenti mancati, e gli altri ci assimilano a delle imprese ("imprese della conoscenza”, ecc.). Senza apportare niente di nuovo rispetto a un modello che vede solo il dipendente o l’impresa.
Noi non riusciamo a emergere come voce diversa. Anche adesso che è in discussione una riforma del mercato del lavoro, chi è che partecipa ai tavoli? I sindacati, Rete Impresa Italia, Confindustria, i primi a tutela dei lavoratori dipendenti, i secondi in rappresentanza dei datori. Lo schema resta quello: impresa-lavoratore dipendente.
Dario. E i risultati si vedono. È notizia di questi giorni quella di un disegno di legge, in base al quale sarà introdotto un tetto ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che vadano a costituire più di due terzi del reddito di un lavoratore con la medesima azienda. Per cifre al di sotto dei 30.000 euro, ci sarà una conversione automatica verso il Contratto Unico di Ingresso. Il sindacato sarà ovviamente d’accordo con questa formula perché da sempre il suo sforzo va nel senso di portare nell’alveo del lavoro dipendente una serie di lavoratori che invece non lo sono. Però, se si guarda nel dettaglio, non mi sembra un’ipotesi che si spalma su tutti i casi. Almeno fosse previsto un diritto di replica da parte di coloro sulla cui vita si sta decidendo...
Anna. Si parte sempre dall’idea che un monocommittente sia un finto lavoratore autonomo. Ma quel disegno non prende in considerazione un’altra cosa: un’impresa non può preoccuparsi se la persona a cui affida un lavoro abbia altri committenti o meno, per cui alla fine andrà da qualcuno di cui ha la certezza che è un pluricommittente, o più facilmente si rivolgerà a una società organizzata o a una cooperativa, così il problema non si pone. Il tutto a spese del freelance. È possibile che a questi geni non sia venuta in mente una cosa del genere?
Dario. Alla fine costringeranno la gente a far finta di non essere in monocommittenza. Certo è un modo un po’ bizzarro di guardare alla problematica.
Anna. Fra l’altro anche qua io vedo un paradosso: da una parte, di fatto, mi si dice che se sono sotto 30.000 euro posso essere considerato un finto autonomo; dall’altra, per le partite Iva che stanno sotto i 30.000 c’è il regime agevolato. Francamente non capisco.