Massimo Gozzetti, pubblicitario, è il vice presidente di UnBreakFast, libera associazione di professionisti in cerca di nuova occupazione, con sede a Milano.

UnBreakFast è un’associazione che riunisce alte professionalità temporaneamente fuori dal mercato del lavoro. Può raccontare?
UnBreakFast è nata ufficialmente poco più di un anno fa (abbiamo costituito l’associazione a marzo 2007). In realtà i primi incontri che abbiamo fatto sono stati all’insegna del "quattro amici al bar”. E’ stato lì che abbiamo cominciato a condividere i nostri problemi, ovvero la difficoltà di cercare un lavoro, ma soprattutto la presa d’atto che i network che avevamo, in un modo o nell’altro, erano limitati, quando invece il passaparola resta ancora un elemento fondamentale in queste situazioni. L’idea di mettere in piedi questa associazione è nata un po’ così, con l’obiettivo, a quel punto, di aiutarci a ritrovare un lavoro, che non vuol dire solo rientrare in azienda, ma anche, perché no, costruire e inventarsi dei nuovi progetti, delle società nuove e da lì poi ripartire.
Ma l’associazione non aiuta solo a questo livello. Uno dei primi bisogni che tutti noi abbiamo sentito è stato quello di non essere soli. Quando succede, la fuoriuscita dal mercato del lavoro, per quanto temporanea, è sempre abbastanza traumatica. Allora il fatto di avere un gruppo di persone che in qualche modo condivide questa condizione è importantissimo. L’altro aspetto rilevante, come dicevo, è la condivisione delle informazioni che permette un risparmio di tempo notevole perché avere la lista delle associazioni o società di outplacement, piuttosto che di social network, in maniera immediata rappresenta una grossa risorsa. In questo senso lo scopo dell’associazione è innanzitutto quello di fare network, ossia di mettere in condivisione le nostre relazioni.
UnBreakFast poi ha un target di riferimento molto preciso che sono le cosiddette "alte professionalità”. Abbiamo deciso di "specializzarci” convinti che agire a 360° avrebbe voluto dire non riuscire ad aiutare nessuno.
Ora, noi partiamo dalla convinzione che le competenze e le esperienze sono del know how prezioso. L’esperienza che uno ha accumulato lavorando 30 anni in un’azienda non può essere presa e buttata via, come se a quel punto le sue competenze non valessero più nulla…
Secondo me bisognerebbe addirittura trovare il modo di monetizzare la competenza e la professionalità che uno ha dato. Questi dati potrebbero anche essere messi in asset sulle aziende. In fondo Basilea 2 prevede che se esiste in azienda un certo tipo di management si riescono a ottenere anche degli sconti sul costo del denaro. Quindi comunque parliamo di competenze valorizzabili anche proprio sul piano economico.
Purtroppo oggi nel mondo del lavoro, la competenza non viene presa più di tanto in considerazione e una volta che sei fuori, sei fuori.
Poi c’è la questione dell’età: oltre i 40 anni il mercato dice che siamo "bolliti”. Eppure tutti noi sappiamo che non è affatto così, qui c’è tutta gente che ha voglia di fare, che tutto pensa tranne che mettersi in pantofole!
Su questo c’è proprio una contraddizione sistemica: lo Stato sta allontanando, ogni anno di più, quello che è il punto d’arrivo, cioè la pensione, con quote minime di contribuzione di 35 anni. Ora, i dati ci dicono che più o meno il periodo medio di assunzione nelle aziende è di 12 anni, questo vuol dire che restano "fuori” 23 anni per cui dobbiamo entrare nell’ottica che il precariato non è più precariato, è la norma.
Qui subentra un ulteriore elemento di difficoltà. Le persone di cui stiamo parlando hanno comunque superato i 40 anni, quindi appartengono a una generazione in cui eravamo abituati ad avere il posto fisso fino alla pensione. Insomma, è un vero stravolgimento e non è facile abituarsi. Probabilmente i nostri figli saranno in grado di gestirsi meglio in questo nuovo sistema.
Comunque questa è la realtà e occorrerà adeguarsi. In particolare bisognerà accettare di essere assunti con contratti brevi, essere disponibili a trasferirsi, essere disponibili ad andare in giro. L’Italia è un mercato piccolissimo, l’orizzonte sarà sempre più quello europeo. Noi su questo siamo indietro e quindi cominciamo a diventare un problema… cioè dopo i 40 anni non è facile ricominciare.
Cosa si intende per "alta professionalità”?
Parliamo di dirigenti, quadri o liberi professionisti con almeno 15 anni di esperienza lavorativa, persone che abbiano raggiunto certi livelli in azienda, che abbiano certe competenze, che non siano troppo giovani… Anche se recentemente si è rivolta a noi una persona di 37 anni e con un’esperienza importante.
Sulla questione dell’età poi andrebbe fatto un discorso più articolato. Nelle richieste di lavoro c’è sempre l’età, ma in realtà non è legale, perché non può essere elemento di discriminazione. Purtroppo non c’è nessuno che dica niente, quindi sarà dura sradicare questa abitudine.
Certo, a leggere gli annunci ci si intristisce e ci si arrabbia anche, perché per noi la sfida è esattamente quella opposta.
Da diversi mesi stiamo lavorando a un progetto di assessment, ovvero di valutazione, ma soprattutto di valorizzazione della persona. Siccome la logica che ci sorregge è quella di lavorare sull’individuo, nella convinzione che è la persona che fa il gruppo, che fa l’azienda, che fa tutto... allora attraverso questo progetto di assessment, vorremmo provare a tirar fuori i valori e le competenze della persona, che poi possono essere sfruttati dalla persona stessa verso le aziende, o anche dall’associazione. Anche se i vari consulenti non me la fan mai passare, in realtà è una sorta di "certificazione”, non è corretta la parola (e forse neanche bella), però di questo si tratta.
All’interno dell’associazione tenete dei corsi di formazione organizzati da voi stessi. Come si svolgono?
Sì, i corsi li conducono i soci, ognuno secondo le proprie capacità e le proprie competenze. Noi puntiamo molto sull’autoformazione. Questo serve per mantenersi in gioco, attivi, aggiornati. E poi così, chi non l’ha mai fatto, impara anche a presentare un argomento agli altri, quindi ad usare i sistemi di comunicazione che normalmente vengono utilizzati in questi ambiti.
Magari uno è sempre stato in un ufficio a svolgere determinati compiti, ecco che lì deve cominciare a buttarsi. Questo esercizio poi è propedeutico a eventuali colloqui di lavoro, così nel momento in cui uno dovesse presentare un progetto a un’azienda sarà in grado di farlo al meglio.
Noi siamo una palestra e al centro c’è proprio un discorso di mutuo aiuto. La persona che viene a fare una presentazione mi insegna qualcosa, ma io a mia volta posso offrirgli qualche feed­back sul suo modo di esporre l’argomento o dargli qualche dritta. In questo c’è una reciprocità di interessi.
Questo poi è un modo per valorizzare le nostre capacità, il nostro know-how e per metterlo a disposizione.
Noi non vogliamo passare per gli sfigati della situazione. E tuttavia vogliamo segnalare che questa nostra condizione sta diventando un problema sociale destinato ad aggravarsi perché nessuno se ne occupa.
Purtroppo, nel momento stesso in cui uno diventa dirigente, ha due svantaggi. Primo, diventa come lo yogurt, per cui viene preso solo con la data di scadenza. Secondo, il dirigente ha un po’ la nomea di essere ricco e quindi privilegiato... In realtà non è più così, lo era forse trent’anni fa. Oggi il dirigente è un funzionario come tanti altri, che ha responsabilità in più rispetto a un impiegato e però meno garanzie. Questa è una cosa di cui nessuno parla.
I vostri incontri di lavoro avvengono il giovedì mattina in un bar, perché?
La perdita del lavoro è un evento traumatico. Per tutti. Per le cosiddette "alte professionalità” c’è un di più legato non solo al ruolo di responsabilità, ma anche al fatto che parliamo di persone che talvolta letteralmente non sanno più che pesci pigliare; abituati ad avere una segretaria tuttofare, spesso non sanno farsi un biglietto da visita, cercarsi un gestore di telefonia, comprarsi un biglietto del treno o dell’aereo, e soprattutto col timore di telefonare a chiunque per il senso di vergogna, di fallimento. Magari qualche telefonata l’hanno anche fatta scoprendo che quelli che prima, quando si lavorava, sembravano amici, ora sono spariti. E’ un momento segnato da un grande senso di solitudine, psicologicamente molto pesante.
Per un dirigente fuoriuscito è difficile anche fare un curriculum, non solo per un’incapacità propria, ma anche perché per valorizzare adeguatamente 15 anni in un’azienda, per dire, il curriculum vecchio sistema non va bene.
Bisogna parlare di competenze, obiettivi raggiunti, eccetera. Le società di outplacement aiutano in questo, però sono molto costose, e comunque finiscono per deludere chi si aspetta anche un aiuto più complessivo. Noi cerchiamo di andare un po’ oltre.
E’ chiaro che non tutti vengono da noi e comunque non tutti lo fanno subito. Sono dei gran brutti periodi. Molti per mesi non dicono nulla a casa e continuano a uscire la mattina come niente fosse.
Ecco, è soprattutto per questo che abbiamo scelto di trovarci la mattina, perché è il momento più critico, perché la mattina tutti escono appunto per andare a lavorare e noi invece ci troviamo a casa, da soli, a fare i "mogli”.
Così almeno al giovedì c’è una mattinata di lavoro, in cui ci si incontra, si fanno riunioni, si chiacchiera. E’ importante.
Dal punto di vista funzionale il giovedì mattina è un punto di network. Ci sono i vecchi e i nuovi. In genere non c’è un argomento prefissato, organizziamo un giro di tavolo, dove ognuno di noi in trenta secondi si presenta. Dopodiché si parte aggiornandosi sulle novità di ciascuno: "Sono andato a fare un colloquio la settimana scorsa, è successo questo...”, oppure: "Ho visto la tal azienda e...”, o ancora, visto che come associazione stiamo portando avanti qualche progetto, raccontiamo lo stato dell’arte.
Da lì poi si instaurano tutti i collegamenti possibili e immaginabili. D’altra parte, lo sappiamo, la maggior parte delle aziende, delle società, sono nate al bar.
Un’altra cosa che noi facciamo è stimolare le persone a utilizzare la rete dell’associazione, per qualsiasi cosa. Cioè se hanno una necessità, la chiedano in rete, perché appunto, se uno ha un problema, o cerca qualche cosa, su 200 persone una che gli dà un’indicazione la trova. Questo tra l’altro alimenta il network, la vicinanza e le relazioni.
In un anno, a Milano, avete associato circa 200 persone. Come intendete procedere?
Adesso abbiamo cominciato a lavorare anche su Torino, un mercato completamente diverso, molto chiuso. Per ora una ventina di persone hanno iniziato a incontrarsi, lentamente stanno crescendo. Resta il fatto che evidentemente, nel nostro piccolo, rispondiamo a un bisogno, tant’è che stiamo ricevendo diverse richieste dal nord fino a Roma; ieri siamo stati contattati anche da Napoli. E’ stata la prima volta in assoluto...
Adesso stiamo affrontando la parte a nord di Milano, caratterizzata da un tessuto di piccola e media impresa molto interessante. Lì infatti stiamo incontrando proprio i casi di ex operai che si sono messi in proprio, e che potrebbero dunque avere necessità di manager che entrino come tutor, piuttosto che come supporto alla direzione o anche alla proprietà.
Le aziende cominciano a chiamarci, e l’approccio che noi cerchiamo di tenere è abbastanza rigoroso e un po’ diverso dal solito. Noi, cioè, non andiamo semplicemente a proporre il database, chiediamo una sorta di reciprocità. Cioè noi offriamo la nostra collaborazione, ma contemporaneamente chiediamo la loro. Mi spiego, nel momento in cui loro usufruiscono del nostro aiuto per trovare la persona che cercano, noi proponiamo una sorta di patto chiedendo che, nel momento in cui volessero o dovessero -questo è il mercato- mandar via una persona, non la mandino in mezzo alla strada, ma ci contattino per collaborare, contribuendo, anche finaziariamente, a una presa in carico del lavoratore, attraverso un piano di formazione e ricollocamento. Contemporaneamente l’azienda potrà scegliere qualcuno al nostro interno.
State ottenendo dei risultati?
Siamo all’inizio. Fino ad oggi, in termini assoluti, più o meno il 20% delle persone si è ricollocata, sia col nostro aiuto diretto, sia col fatto che hanno ricominciato a far funzionare il loro network. E’ difficile dire dove finisce l’aiuto di UnBreakfast e dove inizia la presa d’iniziativa personale… Come dicevamo, spesso è importante soprattutto superare l’empasse psicologico.
La perdita del lavoro viene sempre vissuta come una colpa, un’onta.
In passato il cambio del lavoro avveniva contestualmente al passaggio ad un’altra azienda. In realtà da qualche anno il mercato è cambiato e noi ci siamo trovati del tutto impreparati. E non importa se si è stati messi alla porta perché c’è stata una fusione (che ha prodotto figure in esubero), oppure perché la crisi economica ha costretto a fare tagli anche pesanti. Resta quest’idea che se si è stati buttati fuori è perché si è commesso un errore. Invece, ripeto, non è così. Oggi c’è una situazione di mercato molto diversa.
La conferma ce l’abbiamo ogni qualvolta andiamo a contattare le aziende e a parlare con i direttori del personale o figure affini. Loro sono mediamente molto disponibili, e ci si capisce subito, ma è ovvio! Cioè io so di parlare con persone che intanto conoscono la situazione del mercato, ma soprattutto hanno più o meno la nostra stessa età, e comunque ricoprono proprio quelle posizioni che ne fanno dei potenziali soci UnBreakFast. E’ chiaro che questo discorso resta nell’implicito, non lo diciamo, ma è palese, perché è questo il mercato: i contratti ormai sono ridotti a niente…
Qual è la sua storia professionale?
Io arrivo dal mondo pubblicitario, ho fatto 27 anni di pubblicità. Ci sono entrato in maniera casuale, sono cresciuto all’interno di un’azienda in cui sono rimasto appunto 12 anni; c’è stata anche una fusione fra due reparti di due aziende diverse, una l’avevamo comprata noi. Poi sono uscito, sono passato in un’altra azienda, ho fatto degli start-up e sono arrivato a ricoprire la direzione generale di diverse agenzie.
Arrivato ai 40 anni ho deciso di fare il grande passo... Mi sono messo in proprio. E’ durata sette anni. Poi ho avuto un problemino fisico… nel senso che ho avuto un infarto.
A quel punto ho cambiato regime, ho chiuso la società e ho cominciato a fare il consulente in giro. Ho seguito il passaggio generazionale in una concessionaria di pubblicità. Oltre a rigirarla come un calzino, l’ho portata a diventare leader del settore. Fatto il passaggio, i figli però hanno deciso di non correre più da soli, ma di entrare in partnership con altre concessionarie creando un pool. Io li ho sconsigliati, ma per loro era molto più comodo così. A quel punto ne sono uscito. Il tutto è avvenuto in modo molto tranquillo, ci sentiamo ancora adesso. Poi ho seguito lo start-up di una nuova tv via web, ho finito a febbraio. Adesso mi sto dedicando a UnBreakfast a tempo pieno, ma sono già in attesa di un nuovo incarico che dovrebbe chiudersi nel giro di un mese. Questa volta sarà in un altro settore, non nella pubblicità...
Quest’anno mi sono buttato anima e corpo in UnBreakfast, ci credo molto, e poi avere a che fare con persone che hanno una storia affine alla mia, poterle aiutare, stimolare, mettere in piedi con loro progetti nuovi, è appassionante... In un anno poi ho messo assieme una quantità di relazioni incredibile, mi si sono aperte strade che mai nella vita avrei pensato…
Devo anche dire che siamo stati molto aiutati dalla Provincia di Milano, con cui abbiamo avviato una collaborazione intensa. Il fatto di metterci a disposizione un ufficio presso di loro è stato un riconoscimento importante. Non solo, avere accesso alle loro banche dati e ai servizi che offre questo ente è fondamentale proprio sul piano strategico. Purtroppo pochi lo sanno. E’ il solito problema degli enti. La comunicazione verso l’esterno è sempre molto scarsa. Paradossalmente riusciamo a comunicare molto di più noi. Ed è un peccato perché sono tutte persone molto appassionate, con cui si ragiona e ci si confronta continuamente.
Che tipo di profili sono presenti nell’associazione?
La presidente arriva dalla comunicazione. Quando abbiamo costituito l’associazione era appena uscita dall’avventura delle Olimpiadi di Torino, ora si è ricollocata in un’altra agenzia di comunicazione.
C’è poi un’altra socia fondatrice che arriva dal mondo della pubblicità. E’ stato buffo reincontrarla qui, vent’anni fa eravamo colleghi -la potenza del network-, adesso si è ricollocata anche lei, ma in un altro settore. Per il resto abbiamo un po’ tutti i settori: dalle banche all’Information Technology, dal Gdo, la grande distribuzione organizzata, alla telefonia, al software, e poi direzione vendite, direzione commerciale, anche la farmaceutica. Ormai tutti i settori sono stati toccati...
In genere come avviene il contatto con voi?
Le persone si presentano perché ci trovano in internet o hanno letto di noi in qualche rivista, oppure transitano qui dalle "alte professionalità” della Provincia, dove noi oltretutto partecipiamo a una parte del seminario che organizzano, proprio presentando UnBreakfast.
Normalmente facciamo un primo colloquio conoscitivo, cui segue un incontro in cui raccontiamo cos’è UnBreakfast e chiediamo alla persona in qualche modo di presentarsi. Per noi è importante chiarire subito che UnBreakfast non è un ente di beneficienza, le persone devono in qualche modo mettersi in gioco, coinvolgersi perché noi abbiamo bisogno dell’aiuto dei soci. Come dicevo, la formula è quella del mutuo aiuto, infatti noi fin dall’inizio, alla persona che si presenta, chiediamo anche cosa è disposta a offrire.
Qui lo sportello per i colloqui è aperto dalle quattro alle sei-sette, poi c’è sempre qualcuno per i progetti. Infine c’è la questione delle email, che i soci seguono a rotazione, nel senso che risponde sempre la "segreteria”, ma dietro le persone cambiano.
Insomma, di lavoro da fare ce n’è e per poterlo svolgere al meglio noi cerchiamo di coinvolgere tutti i soci. Tra l’altro lavorare sui colloqui, sulla valutazione di una persona è fondamentale, non solo perché ci mantiene vivi e attivi, ma perché ci aiuta a prepararci al meglio anche ai nostri potenziali colloqui. Gestire un colloquio da questa parte, sentire cosa dice il "candidato” serve anche a capire come presentarsi quando ci si trova dall’altra parte.
Quando arriva una richiesta da un’azienda, normalmente noi facciamo un job-posting sui soci, che poi rispondono autonomamente. L’accordo che UnBreakfast fa con le aziende è che le persone che vanno devono esser trattate in un certo modo, nel senso che, nel bene e nel male, l’azienda ci deve dare un feedback che poi noi rigiriamo ai candidati.
Ci deve cioè dire perché è andato bene, se è andato bene, e viceversa. Questo ci serve molto. Se un candidato si è presentato con delle lacune, piuttosto che eccessivamente agitato, si cercherà di lavorare a partire da questi problemi. Noi questo lo chiediamo sempre, non sempre lo otteniamo…
Comunque, se l’azienda si rivolge a noi, in qualche modo ha già scelto di collaborare. Altra faccenda sono le condizioni contrattuali. Noi non facciamo intermediazione, ci limitiamo a mandare i nostri soci, poi è una trattativa individuale.
A livello contrattuale e previdenziale la situazione è piuttosto critica…
E’ così. Come modelli contrattuali noi ci vediamo proporre di tutto e di più. Abbiamo ricollocato dirigenti a tempo indeterminato, a termine, talvolta anche con contratti di livello inferiore. Le aziende ovviamente chiedono dei co.co.co., la fattura, ecc. In realtà in questo momento è abbastanza problematico suggerire delle tipologie contrattuali perché il panorama è drammatico. Il fatto è che per chi ha fatto 30 anni di contribuzione su una cassa, andare in co.co.co vuol dire andare a pagare la contribuzione su un’altra cassa. Così come se io apro la partita Iva, vado sì a pagare i contributi, ma se non faccio almeno cinque anni di contribuzione, sono persi... Con il sistema contributivo-previdenziale è un disastro, in questo momento è veramente un disastro.
Poi c’è un altro problema: se io vengo assunto con uno stipendio molto più basso rispetto a quello che avevo prima, corro il rischio che la mia pensione si abbassi significativamente...
Cioè se io contribuisco per 100, per 30 anni, e poi vado a 50, la mia media diminuisce e perdo un sacco di soldi, rispetto a quanto versato, perché la media è sugli ultimi anni (mi riferisco al sistema contributivo). Insomma, c’è da stare attenti, bisogna far bene i conti. Il sistema contrattuale, in realtà, è un problema enorme in questo momento. Per non parlare di tutto il discorso della tassazione. Che è altissima.
In UnBreakFast sono nate anche delle società?
Sì, le più disparate. Una, forse la prima, in realtà è stata l’acquisizione di una società esistente, un paio di soci erano usciti da un’azienda di telefonia e hanno acquisito questa azienda che tratta un prodotto sempre legato al discorso della telefonia.
Un’altra società si occupa di ottimizzazione dei costi non strategici per le aziende, non so, pensiamo al discorso assicurativo; per esempio, nelle aziende non c’è mai qualcuno in grado di dedicarsi specificamente a quello, allora quest’azienda si propone per dire: "Noi entriamo, facciamo un’analisi, una valutazione, e sulla base di quella vi garantiamo un risparmio”. Questa società lavora sostanzialmente dividendosi il vantaggio economico ricevuto. E’ nata poi una società che si occupa di digitalizzazione di documenti, un’altra importa in Italia un prodotto di diagnostica per la veterinaria.
Infine c’è una testata free press che partirà tra non molto. E’ un progetto interessante. Queste testate gratuite vivono sulla pubblicità. C’è già il numero zero pronto, stanno cercando di recuperare anche dei finanziamenti.
In tutte queste operazioni è stato importante essere riusciti a entrare in cordata con la Provincia nel progetto Saturno. Un finanziamento pensato per aiutare le Partite Ive o le piccole imprese a partire. Si parla di una cifra molto contenuta, 6250 euro, bazzecole, però intanto uno si paga il notaio, il commercialista, cioè, meglio di niente.
Ora qualcuno si è messo in moto per chiedere altri finanziamenti su nuovi bandi di cui siamo venuti a conoscenza. Il fatto di essere associazione è strategico da questo punto di vista. Nel momento stesso in cui qualcuno acquisisce delle informazioni, parte la chiamata verso tutti. Se uno invece si dovesse mettere lì a cercare da solo...
Tra un po’ cominceremo a chiedere aiuti un po’ più sostanziosi anche noi, come UnBreakfast, perché dobbiamo cercare di mantenerci. Qui infatti siamo tutti volontari.
Nessuno riceve compenso. I soci versano una quota associativa che però è minima, parliamo di 70 euro all’anno.
Finora siamo andati avanti così. La Provincia ci dà questo spazio gratuitamente, un po’ alla volta stiamo crescendo e abbiamo anche delle ambizioni. D’altra parte in un anno con una media di due colloqui al giorno, abbiamo già fatto molto.
Com’è nato il nome dell’associazione?
E’ un nome composto, Un-Break-Fast. La prima parte, quindi Un, deriva da unemployed, che è un modo più simpatico di dire disoccupato. Noi non utilizziamo mai la parola disoccupato bensì la parola inoccupato. Break, perché comunque è un momento di rottura, siamo nel break, nella pausa, che però bisogna cercare di sfruttare per fare delle cose, per riqualificarsi, per fare della formazione.
Breakfast, perché ci incontriamo nell’orario della colazione, che, come dicevo, è anche il momento più critico, nel senso che fin dal mattino presto eravamo abituati a fare riunioni, a cominciare a pianificarci il lavoro della giornata... e poi c’è Fast, perché cerchiamo di essere veloci, dinamici, sia nelle scelte, sia nel proporsi in giro, nell’organizzazione di quello che è l’attività.
E’ un nome originale, che rispecchia bene quello che siamo e che vogliamo fare, è un marchio che abbiamo depositato.