Pur avendo scritto poco (forse anche per questo), Vittorio Sereni è stato un autore centrale e un punto di riferimento nella poesia italiana dopo Ungaretti e Montale. Certo, questo si spiega anche con il suo ruolo di direttore letterario alla Mondadori dalla fine degli anni Cinquanta in poi. Ma Sereni realizza precocemente, con Diario d’Algeria, uscito nel 1947, un modello di scrittura poetica capace, con molta tenacia e assoluta naturalezza, di mantenersi fedele a un tono e livello "medio”: espressivo senza espressionismi linguistici e realistico senza esibizionismi mimetici. Il suo realismo è più coscienziale che oggettuale. La sua intensità espressiva nasce da un’emotività sommessa e autorepressa, che esplode qua e là inaspettatamente con certe torsioni sintattiche, lampi metaforici inusitati, quasi incontrollati, e minime ma sorprendenti anomalie lessicali.
È come se in Sereni l’uomo comune che vive le sue grigie e comuni esperienze, fosse visitato da uno slancio e da un surriscaldamento emotivo e immaginativo a sua insaputa, senza intenzione, fuori tempo, spesso, e al di là di ogni previsione. Il grigiore e la compressione delle esperienze (prigionia durante la guerra, lavoro di insegnante e poi di funzionario editoriale) vengono lacerate da soprassalti morali e visionari, attese e nostalgie di una vita più degna di essere vissuta, evasioni inquiete, impazienti, velleitarie, che si intromettono come "visitazioni” mentali che "salvano l’onore”, almeno a intermittenze, di chi si sente, con vergogna, sconfitto, umiliato, inadeguato. ­
È questo il lato "crepuscolare” di Sereni, che dà senso alla sua scelta giovanile di ­laurearsi con una tesi su Guido Gozzano, il maggiore dei crepuscolari, e che è presente già nel suo primo libro di versi, Frontiera.
Così in Sereni il sentimento della propria marginalità, irrilevanza, ineffettualità e incompiutezza, sia nella vita pubblica che in quella privata, fa di lui l’emblema di una generale, generazionale sconfitta. Il suo nucleo letterario è concentrato in questa onesta esperienza morale, preletteraria, non letteraria, che evidentemente ha permesso ai suoi lettori e soprattutto a diversi poeti più giovani di rispecchiarsi, altrettanto onestamente, in lui.
Un destino storico e collettivo fatto di frustrazioni e di quasi clandestine evasioni viene nello stesso tempo abbassato e sublimato da una coscienza morale che si manifesta, a sprazzi, in forma di poesia. Se Sereni ha scritto poco è perché sentiva di non meritare la poesia e di non meritare neppure di essere, o di essere considerato, davvero e pienamente poeta. A pochissimi altri poeti sarebbe venuta in mente una cosa simile, un simile rimorso. Certo non ai più giovani (e da lui diversissimi) Pasolini e Zanzotto, poeti inflessibilmente, ossessivamente tali, espansi e produttivi in senso sia coattivamente morboso che professionale. In Sereni (come ha detto lui stesso di sé) l’impulso a scrivere esprime anzitutto una "fedeltà al tempo e alle esperienze vissute”: cosa che vale certamente (per restare ai suoi coetanei) sia per Attilio Bertolucci sia per Giorgio Caproni, ma molto meno per Luzi: anche lui, come Zanzotto e Pasolini, poeta totale e in servizio permanente, poeti protetti e viziati dai "favori della Musa”, a cui danno e da cui ricevono la più piena, ininterrotta, materna fiducia.
Sereni invece quando scrive non è mai sicuro di sé. Appare sempre come stentato, leggermente forzato, in difficoltà espressiva, in lotta con parole, frasi e versi, a disagio con se stesso proprio nel momento in cui la felicità o la semplice possibilità di esprimersi gli viene concessa dal caso, dalla grazia della cosiddetta ispirazione, un raptus momentaneo. Leggerlo è avvertire subito l’instabilità e il disagio di colui che scrive. Sereni sembra che stia scrivendo e cercando di scrivere proprio nel momento in cui lo si legge, cosa che fa somigliare i suoi testi a una performance in atto, più improvvisata che premeditata. Perciò la sua lingua letteraria è un misto di semplice lingua comunemente parlata e di reminiscenze letterarie nobilitanti e intensificanti, sia per passione che per ironia.
Tutte le poesie di Sereni sono abitate da vuoti improvvisi compensati da certe iterazioni e insistenze, o svolte repentine dell’ordine sintattico, dolorose fitte di rimorso, improvvise vertigini emotive tra memoria e premonizione. La sua maturità precoce di soldato in guerra, di italiano sconfitto, di prigioniero in Alge ...[continua]

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