Marie Camille Coudert, insegnante di fisica e chimica, da quest’anno è impegnata nel progetto Les Savanturiers del Cri (Centre Recherche Interdisciplinaires) di Parigi.

Cosa sono le classi "inversé”?
La classe "invertita”, capovolta, è una pratica pedagogica che cerca di affidare all’autonomia dello studente una parte dell’attività di trasmissione del sapere ponendola fuori dalla classe (di solito sotto forma di video da guardare a casa), così da dedicare il tempo trascorso in classe ad attività di gruppo e a un sostegno individualizzato. Le classi capovolte sono nate negli Stati Uniti. In Francia la prima volta che ne ho sentito parlare è stato tre anni fa. Mi sono incuriosita e ho cercato di saperne di più. Siccome da tempo sentivo il bisogno di avere tempo in classe per fare altre cose mi sono detta: proviamo. Ne ho prima discusso con il direttore della scuola. Dopodiché, all’incontro di inizio anno ho spiegato ai genitori come avrebbe funzionato. In Francia quando ho cominciato ero veramente fra i primi. Nella mia materia, fisica, eravamo in tre, poi il numero è cresciuto. Da due anni esiste anche un’associazione che si chiama "Inversons la classe” che ha messo gli insegnanti in rete. Nel 2015 hanno organizzato il primo congresso che ha visto partecipare circa duecento insegnanti; quest’anno c’erano circa ottocento persone. C’erano anche insegnanti italiani.
Si stima che oggi in Francia siano più di un migliaio gli insegnanti che adottano la classe capovolta almeno una volta all’anno. È difficile avere delle stime precise perché molti lo fanno da soli nella loro classe.
Devo dire che il mio non è stato l’approccio classico. I professori spesso sperimentano questa modalità per stimolare la motivazione degli studenti. L’approccio tradizionale, la lezione frontale infatti rischia di non andare in profondità: il ragazzo sta in classe, ascolta ma non apprende. Per alcuni insegnanti si tratta anche di andare incontro a un problema di uguaglianza. I compiti per casa infatti rischiano di aumentare le differenze. In questi pochi anni abbiamo potuto constatare che con le classi capovolte gli allievi dal rendimento meno soddisfacente progrediscono di più. Fare gli esercizi per uno studente che non ha una famiglia che lo segue, può essere complicato, perché magari non ha capito la lezione, non sa applicarla, stabilire dei nessi. Paradossalmente quello che si fa in classe è più facile. L’idea allora è di fare l’inverso: a casa gli si chiede di fare cose semplici, vedere un video, ricopiare una definizione, mentre in classe si fanno le cose complicate. In questo modo i ragazzini che al pomeriggio sono a casa da soli non vengono penalizzati.
Tu come organizzi le lezioni?
Io ho un rapporto particolare con la scuola. Sono molto lontana dallo schema classico. Per me gli allievi devono poter fare quello che vogliono quando vogliono. Se desiderano procedere più speditamente propongo del lavoro ulteriore da fare a casa, se non vogliono, non sono obbligati. Anche in classe il tempo è libero, non sono costretti a lavorare se non vogliono. Bisogna anche mettere gli allievi in condizione di apprendere quando sono più efficaci. Per esempio quando ho un’ora di scuola dalle 13 alle 14, in cui praticamente dormono, è inutile cercare di fargli fare cose impegnative, invece a metà mattina è il momento ideale per lavorare.
Il mio approccio è molto libero. Anche rispetto ai telefonini: esistono regolamenti scolastici molto rigidi che ne consentono l’uso solo durante la ricreazione. La maggior parte dei prof confisca gli smartphone. Nella comunità delle classi invertite i telefoni invece sono molto utilizzati, sono uno strumento di lavoro e devo dire che, a parte qualche caso molto raro, non abbiamo mai avuto problemi. Ormai dai quattordici anni hanno tutti un telefono cellulare, allora io dico: usiamolo! Per esempio, se un ragazzino non ha capito un concetto, posso dirgli: "Prova a guardare il video che ho caricato su youtube, vedi se ti aiuta...”.
Per me la cosa più importante è responsabilizzarli. Io, per esempio, gli chiedo che cosa vogliono fare nei successivi quindici giorni: "Decidete su quale nozione volete lavorare e poi vi organizzate come preferite”, dopodiché possono vedere dei video, approfondire su internet, sui libri, l’importante è che il lavoro sia fatto. È un modo per dargli fiducia. Io sono lì per vegliare che scelgano degli obiettivi che non siano né troppo ambiziosi né troppo banali. Non solo lì per organizzargli il lavoro, questo lo debbono fare loro.
Il lavoro in classe come funziona?
Io ho due stanze: sta a loro scegliere dove andare. Gli studenti che sentono la necessità o il desiderio di lavorare in gruppi di due o tre ragazzi hanno la possibilità di stare soli in una stanza, dove possono stare tranquilli e concentrarsi. Io sto nell’altra stanza, la classe tradizionale, dove rimangono quelli che vogliono lavorare con il professore. Parlo degli anni della secondaria. I più piccoli, fino ai 14 anni, stanno tutti nella stessa classe.
In questi anni ho insegnato sempre a Parigi, prima nell’VIII arrondissement in una scuola molto favorita dal punto di vista culturale, con una certa élite sociale, e poi nel XX arrondissement che è un quartiere molto più misto socialmente. Ho sperimentato le classi capovolte in entrambi i contesti con risultati diversi. Gli studenti favoriti sul piano socio-culturale, anche quelli che avevano problemi di metodo, hanno compreso il principio della scuola. Parliamo di ragazzini che sanno segnarsi sul diario le cose da fare e sanno mettersi al lavoro. Nel XX già questo succede con più difficoltà: gli allievi scrivono nel diario, ma poi non lo aprono nemmeno! Non sono autonomi, ma non sanno nemmeno chiedere aiuto.
Nella VIII ho registrato proprio un altro approccio: un ragazzo che non capisce qualcosa non esita a chiedere spiegazioni; in un contesto più critico, gli studenti non chiedono aiuto, sono molto passivi, rassegnati. Molto del tempo viene investito proprio per insegnargli a essere studenti.
Dicevi che le classi capovolte permettono un approccio personalizzato.
È soprattutto per questo che ho scelto la classe capovolta, per avere il tempo di personalizzare l’apprendimento, di fare un accompagnamento individuale. Quando hai trentacinque allievi, ti trovi ad aver a che fare con persone che apprendono in maniera diversa e con tempi diversi. Offrire lo stesso corso a tutti non funziona. Con la lezione tradizionale io mi sono accorta che a seguirmi davvero erano tre o quattro allievi, e tutti gli altri?
Di qui l’idea di sperimentare un altro modo. Come dicevo, nelle mie classi sono gli studenti a decidere su cosa lavorare all’interno di un ventaglio di opzioni. Una volta che hanno deciso, io controllo i risultati e li faccio lavorare in funzione degli errori che hanno fatto. Ogni volta che si può faccio sì che si aiutino tra di loro "Guarda, hai fatto lo stesso errore che aveva fatto tizio, fattelo spiegare da lui”. Lavorare sugli errori è fondamentale, già questo costringe a personalizzare. In questo modo seguo passo passo quello che hanno compreso i miei allievi rispettando il loro ritmo di apprendimento. Attenzione, il lavoro è modulato sui loro deficit, ma anche sulle loro ambizioni. Gli allievi che vogliono fare i "prépa”, le classi preparatorie che conducono dalla maturità alle Grandes Écoles, hanno bisogno di avere una formazione diversa da chi intende fermarsi al Bac, il Baccalauréat, il diploma.
Questi gruppi di tre, quattro studenti, formati mettendo assieme livelli di apprendimento compatibili, fanno sì che nessuno sia penalizzato: chi ambisce ai prépa viene aiutato ad andare più lontano; chi ha altri programmi e magari più difficoltà può a sua volta andare a un ritmo più lento ed essere seguito.
È un metodo molto radicale, quanto è diffuso?
Siamo pochissimi. Il mio metodo è molto diverso da quello adottato normalmente. Io sono andata molto avanti nell’autonomia degli allievi e nella loro responsabilizzazione. Teniamo presente che anche all’interno del movimento delle classi capovolte c’è una gamma di possibilità molto ampia, si va dal professore che semplicemente indica quale video guardare al pomeriggio a chi, come me, punta alla massima autonomia.
In genere i professori che scelgono la strada della classe capovolta lo fanno concedendo un’autonomia che cresce gradualmente. Quello che tutti verificano è che gli allievi avanzano di più se responsabilizzati.
Quali sono i risultati e i problemi?
I risultati sono difficili da misurare, anche perché non esistono valutazioni esterne. Personalmente, ho l’impressione che i miei allievi siano complessivamente migliori, e che quelli più bravi siano nettamente migliori. I mediocri sono più o meno nella media, mentre i peggiori sono meno peggiori degli altri. Quindi direi che di questo metodo trae vantaggio chi va molto bene e chi va male; gli altri restano nella media. Quando ho iniziato a insegnare avevo mediamente una decina di allievi per classe a cui proprio non riuscivo ad arrivare, oggi sono uno o due: con la classe capovolta è nettamente diminuita la quota di allievi che non sono attivi, che non si sentono protagonisti.
È per questo che non tornerei indietro. Inoltre migliora moltissimo il clima in classe: gli studenti sono contenti di venire a scuola e c’è molto aiuto reciproco fra di loro. Alla fine dell’anno tutti gli studenti mi hanno detto di non aver mai avuto un ambiente di studio migliore. Nella classe capovolta, si sperimenta un grande aiuto reciproco non solo all’interno dei gruppi, ma anche fra i gruppi più avanti e quelli meno. Così il sapere circola e c’è un apprendimento reciproco.
Veniamo ai problemi. Questo metodo richiede un cambiamento di attitudine da parte dell’allievo. Lo studente classico, se può, si mette in fondo alla classe, vicino al termosifone, ascolta un po’ e poi si distrae; l’insegnante classico, durante la sua lezione, lo richiama, cerca di attrarne l’attenzione.
Ecco, qui c’è un problema perché con il mio sistema se si mettono in fondo alla classe e non fanno niente, semplicemente l’apprendimento è nullo. Questo è difficile da far comprendere agli alunni: loro tendono a essere passivi, aspettano che sia il professore a offrirgli le conoscenze. Io invece voglio che siano loro a chiedere, a diventare attori della loro formazione. È molto difficile per certi allievi e per alcuni è quasi impossibile. Quei due o tre che non si lasciano coinvolgere ottengono un risultato peggiore che nel sistema tradizionale. Questo va detto.
D’altra parte io credo molto nell’apprendimento attraverso la ricerca. Il progetto Les Savanturiers (un gioco di parole fra savant e aventure) in cui oggi sono impegnata è volto  proprio ad aiutare le istituzioni e i professori a costruire una scuola più ambiziosa fondata sulla ricerca e la cooperazione.
Il lavoro dell’insegnante cambia completamente.
Sì, il nostro mestiere cambia molto e all’inizio può essere faticoso. Anche per questo i colleghi iniziano offrendo poca autonomia e poi la aumentano. Anch’io ho impiegato un po’ di tempo, però i risultati sono stati molto incoraggianti, si valorizza proprio la classe. In quest’ottica di un accompagnamento quasi individuale, la relazione umana insegnante-allievo diventa veramente il cuore del mestiere, molto di più che non la preparazione delle lezioni. Il tempo trascorso con gli allievi diventa molto appassionante e stimolante.
I genitori?
Anche in Francia non è più come un tempo quando la scuola era sacralizzata. I genitori sono molto critici con gli insegnanti. Soprattutto nell’VIII arrondissement c’era un’enorme aspettativa da parte dei genitori rispetto ai figli e quando arrivava un brutto voto a volte nascevano dei conflitti. Davanti ai cambiamenti, a volte i genitori fanno resistenza anche perché temono di non sapere aiutare i loro figli. Attraverso il dialogo, credo di essere riuscita a spiegare in modo concreto che cosa l’allievo dovesse fare e come potevano aiutarlo, ad esempio assicurandosi che vedessero i video, che guardassero le le loro agende, cose molto semplici e precise. Una volta superato l’ostacolo iniziale, anche i colleghi mi confermano un ritorno positivo fra i genitori della classe capovolta. Anzi direi che i genitori sono piuttosto contenti perché capiscono che così c’è la possibilità di una personalizzazione. Questo aspetto è molto apprezzato: finalmente si inizia a lavorare a una scuola su misura per loro figlio.
Direi che abbiamo più problemi con le istituzioni. L’istituzione considera molto positiva la classe invertita, a parole dice di volerla valorizzare, ma poi magari ti chiede di rallentare per non mettere in difficoltà i colleghi che non sono in grado di adottare questo metodo. Così però gli insegnanti più intraprendenti rischiano di essere lasciati soli...
Inoltre non tutti hanno gli strumenti e le capacità. C’è anche un problema di qualità degli insegnanti. Sarkozy nel 2012 ha soppresso la nostra formazione. Hollande ha reinserito la formazione pedagogica, ma dopo tre anni non siamo ancora a regime.
Oggi, dopo aver vinto il concorso, gli insegnanti per un anno passano metà del tempo a scuola e l’altra metà seguendo dei corsi di livello universitario per apprendere la pedagogia. Dopodiché si entra in un percorso di formazione continua. Io ero entusiasta di quest’idea, la delusione è arrivata quando abbiamo scoperto che questi formatori spesso non avevano mai insegnato. Insomma il problema resta ed è grave perché una formazione di cattiva qualità finisce per demotivare gli insegnanti: quando ti chiedono di trascorrere una giornata ad ascoltare qualcuno che non parla dei tuoi problemi quotidiani, ti passa proprio la voglia di andarci!
In una società sempre più composita, la scuola riveste una ruolo cruciale...
Credo che abbia un grande ruolo, ma anche che si pretenda troppo. L’ultima scuola in cui ho insegnato era privata e tuttavia c’era un documento-guida per la salvaguardia dell’eterogeneità sociale. Un’attenzione rara nel privato. In quella scuola le cose funzionavano molto bene, c’erano allievi di tutti i colori e di tutte le confessioni. L’ultimo anno, gli attentati hanno messo a dura prova la comunità scolastica e direi l’intero quartiere: la presenza in classe di allievi musulmani ha messo in crisi tutti, loro compresi. Io avevo scelto quella scuola proprio per queste caratteristiche, perché c’era l’intera società. Però davvero, è stata dura.
In Francia abbiamo un grave problema di segregazione geografica e purtroppo le scuole ghetto rischiano di essere le più penalizzate, perché gli insegnanti cambiano ogni anno, nessuno vuole rimanerci a lungo. Nella prima banlieue parigina, Créteil, Versaille, dove c’è una situazione sociale disagiata, e dove quindi ci sarebbe un gran bisogno di professori bravi, oggi ci finiscono soprattutto stagisti e insegnanti all’inizio della loro carriera. Gli insegnanti più anziani o più esperti chiedono di andare nelle scuole più socialmente favorite: vorrebbero andare tutti a Nizza, Montpellier e nessuno a Saint-Denis! Dopodiché si chiede alla scuola di fare l’integrazione: non è facile!
(a cura di Bettina Foa e Barbara Bertoncin. Traduzione di Cesare Panizza)