"In una Bosnia arcipelago di lingue, c’è una città a maggioranza mussulmana, con un quartiere serbo, al cui interno c’è una via abitata da croati, con una casa di turchi, con un appartamento occupato da italiani che ospitano una giovane coppia con un bambino. Il marito ha un padre serbo ed una madre macedone. La moglie una madre croata ed un padre mussulmano".
Esiste la possibilità di uno stato monoculturale?

Il sole è già alto quando con il nostro piccolo furgone ci incolonniamo alla dogana di Split. Le pratiche sono lente. L’attesa è lunga. Gettiamo un’occhiata negli automezzi che ci precedono. Maglie, calze, camiciole e pantaloni. Vestiti dalle forti tinte, inusuali e fuori mercato in Italia. Comprati all’ingrosso e rivenduti al dettaglio in Croazia. "Non ci lasciano passare" dice un bolognese stancamente appoggiato al cofano di un Transit, più o meno 50 anni, abbronzato, giubbotto da pescatore. "Più di 50 cartucce non ce le fanno portare. Ne abbiamo 5 volte tante, ci servono per la caccia". "Sono diversi anni che abbiamo affittato in gruppo una tenuta vicino a Mostar; cerchiamo di venirci spesso a cacciare, ultimamente è più difficile ma ora va meglio, almeno speriamo". Vengono a cacciare nella Mostar bombardata ed assediata dai croati dell’Herceg-Bosna. Così si fanno chiamare i nazionalisti filo croati. Solo pochi mesi fa i mussulmani di quella zona sono fuggiti come selvaggina terrorizzata: simile a quella inseguita dai cacciatori bolognesi, alla ricerca di aria buona ed emozioni forti. "L’ultima volta che siamo venuti -aggiunge- un bosniaco ci ha indicato alcune grotte che usavamo come rifugio. Erano tutte murate. Dentro è pieno di cadaveri.
A pochi chilometri di distanza c’era un villaggio di 200 abitanti mussulmani. Sono arrivati in otto all’alba, se ne sono andati dopo alcune ore in sei. Dei 200 abitanti del villaggio nessuno sa più nulla". Il 1° novembre di Split si sta spegnendo mentre si accendono sulle finestre delle vecchie case i lumini per la giornata dei morti. Il tremolio della loro luce impedisce alla notte di impossessarsi dell’intero spazio. Domani all’alba partiremo per Tuzla.

E’ possibile un’Europa che non sia multiculturale? Intorno a questa domanda si sono ritrovati per tre giorni a Tuzla, dal 3 al 5 novembre scorso, una sessantina di rappresentanti di istituzioni pubbliche, di organizzazioni culturali e politiche, di 15 paesi d’Europa, Nordamerica e Sudamerica. Tra questi diversi esponenti democratici della Croazia, della Serbia, del Montenegro e soprattutto della coalizione di partiti antinazionalisti che sotto la guida del sindaco Selim Belasgic governano la città, fortemente impegnati a mantenerla come roccaforte dell’identità bosniaca multietnica.
E c’eravamo anche noi, tre altoatesini/sudtirolesi, provenienti da una regione che, negli anni 60, aveva vissuto una lunga stagione di conflitti etnici e di atti terroristici. Superati attraverso la progettazione di un’avanzata autonomia piuttosto che una nuova modifica di confini.

C’è un posto di frontiera lungo la Neretva poco prima di Mostar. Cerchiamo di tenere il furgone ben vicino all’autobus della linea Zagabria/Tuzla su cui viaggiano i partecipanti al convegno. Né la presenza di una scorta dell’Unprofor né quella più rassicurante dei tre abilissimi autisti bosniaci, ci accelera il disbrigo delle pratiche. In realtà i croati che presidiano la frontiera fasulla dell’Herceg-Bosna non amano gli aiuti umanitari, né i giornalisti, né una così composita rappresentanza di forze e movimenti democratici provenienti dalle regioni dell’ex-Jugoslavia. "Materiale strategico", così definiscono il nostro carico. Pretendono che al termine del convegno sia riportato indietro tutto. Naturalmente giuriamo che sarà così e finalmente si parte. La strada verso Mostar è un tratto particolarmente pericoloso per gli aiuti umanitari. Bande di irregolari fermano e sequestrano carichi e persone per giorni interi. Chiedono una tangente. Da qualsiasi parte ci giriamo si possono vedere i segni della distruzione, villaggio per villaggio, casa per casa. Sterpaglie annerite dalle esplosioni, alberi divelti dalle granate, migliaia di fori nei muri diroccati. A Mostar lunghe file di croci annunciano la città.
Arriviamo a Tuzla, la città del sale. Così -da tz, sale- l’hanno battezzata i turchi nel ’400. Duecentomila metri quadrati di città stanno sprofondando nei giacimenti salini sottostanti. 15.000 persone hanno dovuto abbandonare le case pericolanti. Sono quasi ferme, ma ...[continua]

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