La copertina è dedicata ancora una volta a quel che succede in Israele e nei territori occupati. Un nostro abbonato ci scrive, molto bonariamente del resto, che troppe copertine sono dedicate a macerie. È vero, ma se ci guardiamo in giro, cosa vediamo? Questa volta, però, in copertina ci sono due giovani che si abbracciano. Sono di Standing Together, un’associazione di ebrei e arabi israeliani che lottano per difendere i palestinesi della Cisgiordania e le loro case dalle violenze dei coloni e dei soldati, per impedire, cioè, la pulizia etnica. Quanto sia popolare e stimato il loro impegno nell’opinione pubblica israeliana lo sapremo dalle prossime elezioni. Rimmon Lavi da Gerusalemme ci scrive che si comincia a pensare alla fondazione di un partito misto, di ebrei e palestinesi. Secondo lui la scelta è ancora prematura, ma la prospettiva strategica è quella. Del resto, pur essendo quasi utopica, resta la più sensata. È la pace, la pacificazione, la conciliazione coi palestinesi, una specie di giustizia riparativa reciproca, la via maestra per isolare e mettere al bando per sempre i fanatici islamisti e quelli ebrei. Purtroppo la soluzione dei due stati sembra essere sempre più problematica, ma le formule si troveranno, se il clima iniziasse a cambiare. Perché non liberare Barghouti? Provassero. 

Si discetta ancora sulla parola genocidio. Siamo incompetenti quindi solo due considerazioni forse banali. Si dovrà pure distinguere fra tentativo genocidiario e genocidio. Se un genocidio fallisce non è che cambia l’intento. Poi: decidiamo una volta per tutte se è genocidio solo il tentativo di sterminare gli appartenenti a un popolo, a una religione, a un’etnia, ovunque siano o se è genocidio anche la persecuzione di una minoranza etnica o religiosa, tramite uccisioni di massa, anche di donne, bambini e anziani, col terrore quindi, per sradicarla dalla sua terra e disperderla altrove. Se si è per la prima definizione, faremo la felicità di Erdogan, ma per gli interessati non cambia nulla: oltre un certo limite il tasso di sofferenza inflitta non si misura più, così come quello della cattiveria e della ferocia. Quello che invece si può continuare a rilevare è la stupidità, per scelta, di tanti commentatori anche rinomati. Si è sentito dire: dovendo colpire Hamas, con una densità di popolazione a Gaza fra le più alte del mondo, cosa si fa? La si fa evacuare; sì, certo: a sinistra e si rade al suolo a destra, poi la si evacua a destra e si rade al suolo a sinistra. Poi li si lascia lì a sopravvivere, o a morire, fra le macerie, centellinando l’assistenza. E questa sarebbe la prova che non è genocidio? E poi: sarebbe stato questo il modo per liquidare Hamas? Ad ascoltare tanti dei “filo-israeliani” che non vivono in Israele sembra di sentire quegli stalinisti di un tempo accecati dalla fede nello stato-guida. Ma sbaglia anche chi “dissente”, chi premette sempre che lui “dissente dal governo israeliano”, per poi scagliarsi, accusandolo di antisemitismo, contro chiunque si scagli contro Israele. Chiedetevi come avreste giudicato un tedesco o un italiano o un francese che di fronte alle leggi razziali e alle deportazioni avesse detto: “Io dissento eh”. Certo, si resta impotenti, ma dire la verità, quello almeno, possiamo e dobbiamo farlo. Ed è sempre utile. Ci ha scritto un ebreo che vive in Europa e i cui nonni, marito e moglie, furono trucidati a Forlì nel ’44. Dice che proprio non ce la fa, quest’anno, a venire alla commemorazione dell’eccidio: non se la sente nel momento in cui degli ebrei fanno le stesse cose che furono fatte ai suoi nonni. E aggiunge che è ben contento di non vivere in Israele. Il danno che la destra israeliana ha fatto a Israele è incalcolabile. E speriamo che il peggio non debba ancora arrivare. 
In ultima ricordiamo Khaled Abdelwahhab, un tunisino che a rischio della vita mise in salvo decine di ebrei, salvandoli dalla caccia spietata che davano loro i nazisti. Ci sono stati molti “giusti arabi” e le loro storie sono raccontate in un libro: Tra i giusti, di Robert Satloff. È difficile da trovare, ma vale la pena. Quindi viva Standing Together. 

Apriamo la rivista con un articolo di Pietro Marcenaro sul sindacato. E vorremmo cogliere l’occasione per iniziare un’inchiesta e un dibattito su tutto ciò che riguarda la sinistra. Cosa succede? Pensiamo, appunto, al sindacato, “ai sindacati” purtroppo, al “partito dei lavoratori”, se in Italia c’è, alla cooperazione, al mondo dell’associazionismo e delle buone pratiche di cittadinanza. Alla fine si tratta di cercare di rispondere a una domanda: come è messa la socialdemocrazia? E non solo in Italia, ma in Europa e in America. Vorremmo anche continuare una “resa dei conti” con la tradizione italiana, che ha oscurato completamente il ruolo e l’importanza politica e culturale che ebbe la socialdemocrazia e il liberalsocialismo. (Fra parentesi: ci hanno regalato una vecchia bacheca, trovata da un rigattiere, del Partito socialista unitario dei lavoratori italiani, che fu uno dei nomi che prese il partito nato dalla scissione dai socialisti massimalisti, il partito cioè di Giacomo Matteotti. L’abbiamo appesa volentieri). Insomma, vogliamo chiederci se la parola socialismo ha ancora un senso. Vorremmo anche approfondire il dibattito su temi che non sono “di destra” ma che stanno alla base della planetaria avanzata della destra estrema: il tema dell’immigrazione incontrollata e quello dell’ideologia woke. Infine -ci ripetiamo- bisognerà cercare di riparare i danni di quella che consideriamo una vera catastrofe: che una parte della sinistra, tra cui molti giovani, in nome del pacifismo o per un antiamericanismo atavico o per l’odiosa parola d’ordine, quella sì di destra, che l’Italia deve “badare ai propri interessi”, sono diventati incapaci di riconoscere il fascismo e di parteggiare, innanzitutto col cuore, con chi vi resiste a costo della vita. 

Ps. Col numero siamo in grave ritardo e lo consideriamo doppio. Abbiamo passato un periodo difficile. Ora va meglio e potremo tornare a dedicarci alla rivista, alla casa editrice, all’emeroteca digitale. Grazie a tutti.