Che Orbison non fosse “un lacchè del mercato” ma un autentico artista e autore, lo dimostra il particolare seguito che lo accompagnò nel corso della sua carriera. Il 3 gennaio del 1988 venne trasmesso uno spettacolo svoltosi al nightclub dell’Ambassador Hotel’s Cocoanut Grove, intitolato “Roy Orbison and Friends: A Black and White Night”. Si tratta di una sorta di commemorazione in vita, dato che Roy morirà quello stesso anno, un omaggio che i suoi ammiratori musicisti hanno voluto dedicargli accompagnandolo in un repertorio di successi. Certo capita spesso che a vecchie glorie si conceda un po’ di visibilità, ma vedere insieme Bruce Springsteen, Tom Waits, Elvis Costello, Jackson Browne, David Lynch, Billy Bob Thornton e Kris Kristofferson, Bonnie Raitt e altri non è cosa comune. Che la musica di Orbison avesse in se qualcosa di molto rappresentativo e ambiguo della vita americana, del suo disgregamento, della sua difficile tenuta, lo si poteva dedurre dalla scelta che David Lynch aveva fatto in Blue “Velvet”. Nel film del 1986, Lynch non solo colloca “In Dreams” in una delle scene cardine del film, ma ne fa simulare il canto da Kyle MacLachlan di fronte a un impietrito Dennis Hopper, che nel clou della scena spegne il riproduttore e spezza l’atmosfera attonita e onirica che la canzone aveva diffuso. Nel testo della canzone l’elemento sognante è ovviamente protagonista: “A candy-colored clown they call the sandman / Tiptoes to my room every night / And just to sprinkle stardust and to whisper / Go to sleep, everything is all right” [Un clown dai colori vivaci che chiamano uomo nero / Ogni notte entra in punta di piedi nella mia stanza / E sparge polvere di stelle sussurrando / “Dormi, va tutto bene”]. Orbison stesso si è spesso definito un “non autore”, nel senso che le sue canzoni le scriveva in sogno, in una sorta di automatismo involontario.
La peculiarità di Orbison è che piace ad uno spettro di ascoltatori quanto mai vasto. La sua voce capace di tre ottave può naturalmente captare i gusti dell’amatore della melodia, la sua familiarità con la figura del solitario. “Only the Lonely”
è stato uno dei suoi più grandi successi. Può attecchire tra le fila dei tristi amanti dell’indipendent music, i suoi guizzi rock&roll tra i nostalgici, ma il fascino di Roy fa breccia anche nel mondo punk. I Gogol Bordello, proprio nel febbraio di quest’anno, hanno registrato una versione di “In Dreams” veramente coraggiosa, perché per un cantante che fa della rozzezza il suo forte confrontarsi con un brano semilirico è una sfida notevole. Sfida però riuscita. Eugene Hütz infatti riesce a scantonare dai trabocchetti vocali con qualche grugnito e se di certo non potremo candidarlo a un premio tra i migliori baritoni, ciononostante la sua versione tzigana e popular del brano ha un suo fascino. I Gogol Bordello sono un gruppo che pot ...[continua]
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