Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 0 / 2012 dicembre

Intervista a Giuseppe Monsagrati
realizzata da Giovanni Pasini

PER LA FRATELLANZA DEI POPOLI
Antonio Fratti, forlivese, repubblicano militante, giornalista, coerente anche nella minoritaria ricerca di un punto di incontro col socialismo, neodeputato, partì a 52 anni per combattere per la libertà della Grecia... Intervista tratta dal mensile "questa città".

Giuseppe Monsagrati, già professore di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, si è sempre occupato di Ottocento italiano e di Risorgimento. è membro dell’Istituto della Domus mazziniana di Pisa. L'intervista è tratta dal mensile questa città (numero 2, dicembre 2011) Fratti è un personaggio del Risorgimento un po’ irregolare. Ce ne può parlare? Partiamo dal presupposto che quando Fratti, nato nel ’45, diventa maggiorenne, l’Italia non si è compiuta del tutto: mancano il Veneto e Roma, quindi c’è ancora fervore di iniziative. Fratti ne viene contagiato e trova subito la sua strada perché poi, altro elemento non trascurabile, c’è il fatto che è nato a Forlì, zona di Saffi, uno dei padri del repubblicanesimo italiano, quasi un alter ego di Mazzini. Dopo la guerra del ’66 entra nell’Alleanza repubblicana universale, un’organizzazione quasi paramilitare, pensata per un’insurrezione, perché i repubblicani non hanno accettato la soluzione monarchica imposta. Quindi Fratti cresce nel clima del repubblicanesimo, anche delle sue sconfitte, e in questa atmosfera di potenziale rivolta. Però, al di là di questo, c’è, da parte di Fratti e di molti altri repubblicani della sua generazione, una capacità di recepire i punti di forza ideologici del messaggio mazziniano: la sovranità nazionale, il suffragio universale, la repubblica quindi come espressione e sanzione della volontà dei cittadini, il contenuto spirituale della vita, insomma che non si debba darla vinta al materialismo. Quello che attira Fratti, nel mazzinianesimo, è proprio il sistema di pensiero e di valori, quello un po’ messo al bando nell’Italia di allora, perché anche se non c’è una vera e propria persecuzione politica, certo non è facile per un repubblicano vivere in quell’Italia monarchica. Lui è facilitato dal fatto che vive in Romagna che, per definizione, è una zona portata alla ribellione, un ambiente certamente repubblicano, di circoli operai, di circoli massonici, insomma di opposizione, mentre il resto del Paese ormai ha accettato tranquillamente la monarchia. Tutto questo favorisce la vena ribellistica, di opposizione, di Fratti, che è congenita, e rafforza questa sua fede nel mazzinianesimo come ideologia repubblicana, ma anche come ideologia dell’utopia, se vogliamo, di qualcosa che rappresenterebbe la soluzione certamente preferibile. Parliamo però di un’ideologia che, in quel momento, in Europa praticamente non ha diritto di cittadinanza, a parte San Marino e la Svizzera. Le monarchie sono solide. Un momento difficile sarà poi la morte di Mazzini che segna l’andata in crisi della sua ideologia. Morto lui che la rappresentava ed era rispettato per l’aureola del patriota, del profeta, del precursore, il pensiero repubblicano un po’ alla volta decade, mentre invece viene su il socialismo, viene su l’anarchismo. La difficoltà in cui si imbatte chi, come Fratti, cerca di tenere alta la bandiera repubblicana è quella di dover fare i conti con questa realtà nuova, di fronte alla quale si rischia quasi di passare come dei conservatori, o complici del sistema, perché quelli predicano la lotta di classe, la fine della proprietà privata, oppure sono anarchici. Insomma la gioventù, anche quella romagnola, pur con tutta la sua origine mazziniana, un po’ alla volta si stacca da quello che era stato il suo primo profilo. Pensi a Bakunin e a quanto successo ha l’Internazionale Socialista. Fratti tenta di opporre una sua visione internazionale, l’Alleanza Repubblicana Universale, che ha una prospettiva di sollevazione di tutti i popoli oppressi. Però col passar degli anni un po’ tutto il movimento repubblicano finisce con l’essere quasi confinato o nella necessità di venire a patti con la nuova realtà del socialismo o ancora di dover star contro ed essere condannato all’isolamento. Come matura in Fratti l’idea di trasferirsi a Roma? Roma... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!


archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
Intervista ad Andrea Canevaro.


Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
Intervista a Anna Sabatini Scalmati.

Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







chiudi