David Bidussa vive a Milano e lavora alla Fondazione Feltrinelli; ha pubblicato, fra l’altro, Sionismo politico, Unicopli, 1993, e Mito del bravo italiano, Il saggiatore, 1994.

In un tuo saggio hai messo in evidenza come alcuni capisaldi del “racconto” della storia di Israele, dell’identità collettiva israeliana, siano entrati in crisi. Uno di questi riguarda certamente il ’48 e la questione palestinese. Il lavoro dei cosiddetti “nuovi storici” che hanno documentato l’espulsione dei palestinesi ha dato un contributo rilevante, ma che tuttora da più parti si tende a minimizzare...
Io credo che l’operazione che fanno i cosiddetti “nuovi storici israeliani” si basi su alcuni elementi. Primo dato: esistono dei documenti che raccontano alcune vicende. Su questi documenti oggi in Israele c’è un grande dibattito. In Italia è intervenuta sulla Stampa Fiamma Nirenstein, sostenendo che questi documenti sono citati parzialmente, che c’è un contesto, una documentazione molto più vasta, il che ridurrebbe di molto la portata revisionistica del loro lavoro storiografico sulla storia nazionale
Intanto credo che bisognerebbe partire dal presupposto che, in primo luogo, questi documenti esistono; in secondo luogo, ed è l’aspetto più interessante, che questi documenti si trovano nell’archivio dello Stato Maggiore. Non sono le memorie di un signore privato che racconta che lui ha fatto la tal cosa il tal giorno.
Allora, chiunque creda che l’operazione storiografica e d’indagine messa in piedi da Benny Morris e dagli storici israeliani di seconda generazione sia un’operazione propagandistica antinazionale farebbe bene a riflettere su questo fatto.
Dopodiché può pure esserci stata una lettura parziale dei documenti, possiamo pure considerarli come un punto di partenza, come dei documenti che non ci raccontano tutto ciò che è avvenuto, ma sicuramente ci raccontano una parte significativa di quella vicenda.
E cioè? L’espulsione c’è stata?
Io sono dell’avviso che nel ‘48 sono avvenuti molti fenomeni, fra loro non uguali: in alcuni casi ci sono state delle espulsioni vere, in altri casi la gente si è allontanata a trenta chilometri di distanza in attesa di ritornare “appena fosse passata la linea di fuoco”, ma poi nessuno li ha fatti più tornare; terzo, c’è stato certamente anche chi ha pensato che bisognasse lasciar libero il campo perché la guerra potesse scatenarsi e chiudersi velocemente; in queste tre dinamiche si è realizzato l’allontanamento dei palestinesi.
Qualcuno, però, potrebbe dire che questa nuova storiografia sta venendo fuori in un momento di grave crisi della società civile e politica israeliana…
Verissimo, ma in realtà a venir fuori ora è l’attenzione di massa a questo problema. Se infatti sappiamo distinguere tra quello che si potrebbe chiamare senso comune di una società e l’opera di professionisti che si occupano di storia, la discrepanza tra quest’ultima e il mito fondativo nazionale non è una novità recente, ma esiste almeno dalla fine degli anni ‘70, dal momento, cioè, in cui lo storico George Mosse divenne visiting professor all’università di Gerusalemme. Lui contemporaneamente continuava a insegnare alla Wisconsin University e il suo intento fu quello di tenere dei corsi all’università ebraica di Gerusalemme che riprendessero, applicandoli alla storia di Israele, i criteri comportamentali e culturali con cui aveva letto la storia della Germania e che aveva codificato nell’opera La nazionalizzazione delle masse: e cioè i sistemi di feste, i monumenti, i cimiteri di guerra, le cerimonie ai caduti, tutti quei simboli coi quali si costruisce la memoria di una collettività nazionale.
Fra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, quindi molto prima che scrivesse Benny Morris, una serie di allievi di Mosse hanno lavorato su questo in Israele e fuori d’Israele. Questi hanno nomi e cognomi; Tom Segev è uno di loro e il suo primo libro, 1949, i primi israeliani, esce nel 1983 ed è fondamentale.
Lì Segev individua le quattro categorie fondanti, e problematiche, della nascita dello Stato d’Israele, quattro categorie di coppie opposizionali: la prima, fra immigrati e residenti, cioè a dire fra i nuovi immigrati che arrivano dopo la Shoah e chi è andato in Palestina negli anni ‘20 per una scelta ideale e non mosso dalla spinta “oggettiva” dell’espulsione (dove il problema è poi decidere chi è legittimato ad essere in qualche modo la leadership politica e morale di una comunità); la seconda opposizione, quella tra ebrei ed arabi, che è qu ...[continua]

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