Wlodek Goldkorn, giornalista, ha curato, con Rudi Assuntino, per le edizioni Sellerio, il libro Il guardiano. Marek Edelman racconta.

La situazione fra israeliani e palestinesi sembra deteriorarsi irrimediabilmente. Perché tutto è precipitato quando sembrava che si fosse a un passo dalla pace?
E’ successo che tra israeliani e palestinesi si è rotta quella fiducia reciproca che, in questi anni, con alti e bassi, passi avanti e passi indietro, era andata rafforzandosi, tanto da far sperare nella costruzione della pace.
Come era nata quella fiducia, dopo quasi 100 anni di conflitto?
E’ nata dall’altra intifada, cominciata nel dicembre ’87; e proprio a causa dell’intifada, non nonostante. Non è una tesi paradossale: quell’intifada fu pianificata dai suoi ideatori palestinesi come una rivolta che innanzitutto doveva restituire la dignità e la soggettività ai palestinesi dei territori occupati, e così si svolse. Per la prima volta nella storia del popolo palestinese, dopo la catastrofe del ’48, i protagonisti principali della lotta di liberazione del popolo palestinese non erano le organizzazioni guerrigliere, i vari fronti di liberazione nazionale, ma la popolazione dei territori occupati; c’era un’organizzazione della popolazione ramificata in tutti i settori sociali e in tutte le fasce d’età. Ma questo passaggio, da una lotta armata che veniva da fuori Israele a una lotta, non pacifica, perché le pietre comunque non sono pacifiche, ma portata dall’interno dei territori occupati, era reso possibile dal fatto che le élites palestinesi dei territori occupati (e probabilmente anche Arafat stesso, ma questo è meno importante) avevano capito di avere un interlocutore in seno alla società israeliana. Voglio dire che quell’intifada, oltre a restituire la dignità e la soggettività ai palestinesi dei territori occupati, fu anche un appello alle istanze democratiche della società israeliana. Il messaggio all’interno era: “Noi dobbiamo raddrizzare la schiena”, e fuori: “Cari israeliani, noi siamo come voi”; era come dire, parafrasando Shakespeare: “Guardate, abbiamo lo stesso fegato, le stesse facce, lo stesso naso”. E funzionò, nel senso che Israele, alla fine, nel ’93, riconobbe l’Olp, permise ad Arafat di rientrare nei territori, e fu fatta la pace.
Ma cos’era successo perché cambiasse così l’atteggiamento degli israeliani?
Gli israeliani videro nel nemico uno specchio in cui riconoscere loro stessi. Questo fu molto importante. Durante l’intifada viaggiai molto nei territori, vidi anche gli scontri: l’impressione nettissima era che, anche se c’erano molte vittime, e ovviamente da parte palestinese, non c’era un clima di tipo balcanico, non c’era quell’odio che porta a non riconoscere l’altro come una persona. Quel che dico può sembrare cinico, ma non lo è: anche chi sparava riconosceva nell’altro una persona; la sensazione soggettiva prevalente era quella dell’autodifesa, anche se, in tanti casi, non lo era. Ripeto: funzionò. Tant’è vero che fu fatta la pace.
Poi qualcosa si è rotto.
E che cosa è successo?
E’ successa una grave incomprensione tra Barak e Arafat.
Ma anche per capire questo bisogna tornare indietro: a Oslo, al ‘93.
Quando partì, il processo di pace aveva dietro un’idea molto semplice di Peres, alla quale poi si convertì anche Rabin. Questi all’inizio non ci credeva, poi, forse, ci credette ancor più di Peres. Non so se Peres fosse riuscito a verbalizzare quell’idea tra sé e sé, ma penso l’avesse ben chiara. Nonostante provenisse dal movimento laburista israeliano e fosse un allievo di Ben Gurion, Peres era riuscito a capire che la radice del conflitto tra gli israeliani e i palestinesi o, se vogliamo, tra il movimento sionista e i palestinesi è coloniale.
Questo cosa comportava?
Due cose. In primo luogo la presa d’atto che gli ebrei sono una minoranza nel Medio Oriente. Potranno essere maggioranza a Tel Aviv e dintorni e da qualche altra parte, dopodiché nel Medio Oriente sono e saranno sempre una minoranza.
Peres aveva capito, cioè, che gli ebrei sono esattamente come i bianchi del Sudafrica, una minoranza che deve trovare un modo per sopravvivere. E questo anche se temporaneamente sono più forti perché hanno più armi, e più sofisticate.
In secondo luogo, il riconoscimento della radice coloniale del conflitto comportava l’accettazione del fatto che i palestinesi, anche facendo la pace con Israele, non avrebbero mai rinunciato all’idea di tornare ad Haifa, Jaffa, nelle altre città che oggi fanno pa ...[continua]

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