Aljosa Drazovic, studente all’Università di Belgrado e membro di Otpor, nel periodo pre-elettorale era stato arrestato per aver con sé 46 adesivi dell’organizzazione.

Per capire il 5 ottobre bisogna capire il 24 settembre, che è una data fondamentale.
E’ stato decisamente strano per il presidente Milosevic chiedere quelle elezioni, dato che non erano previste fino al prossimo giugno. Comunque, che abbia sbagliato i suoi calcoli o altro, lui le ha indette. E le ha perse.
Il fatto è che, come prevedibile, lui l’ha semplicemente ignorato e ha cercato di arrivare al ballottaggio, che era stato fissato l’8 ottobre. Quella era la scadenza.
La protesta degli studenti è cominciata il 2 ottobre, abbiamo trascorso tre giorni cercando di metterci in comunicazione con la polizia, abbiamo parlato con gli agenti e abbiamo cercato di raggiungere dei compromessi con loro. Abbiamo così capito che la polizia era esitante; avevano ricevuto degli ordini, ma non ci avrebbero picchiato; ci dicevano: “Ma per favore non fate cose stupide, o ci costringerete a colpirvi”.

Ma il vero imprevisto è stato l’arrivo della gente di Cacak, il vero simbolo del 5 ottobre, una sorta di eroi nazionali, guidati da Velja Ilic, il sindaco, e da un bulldozer. Dovete sapere che Cacak è una cittadina di circa 100.000 abitanti che si trova nella regione della Sumadia, una zona agricola puntellata da piccole città industriali. Cacak è il capoluogo della regione, ma molti si sono uniti anche dalle zone circostanti.
La gente delle campagne ha avuto un ruolo chiave perché in questi dieci anni sono sempre stati i più spaventati, quelli meno informati e il vero zoccolo duro dell’appoggio a Milosevic. E’ stato questo a rendere il 5 ottobre un evento radicalmente diverso dalle proteste precedenti perché la gente di campagna e la gente di città hanno unito le proprie forze, si sono sentiti una cosa sola.
Io credo che quel giorno comunque nel complesso in prima fila, attorno al Parlamento, ci fossero almeno 50.000 persone pronte a qualsiasi cosa pur di liberarsi di Milosevic e non solo da Cacak. La gente di Cacak è stata solo la più coraggiosa, la prima a prender l’iniziativa.
Erano arrivati già a mezzogiorno, poi hanno aspettato fino alle quattro del pomeriggio, quando sono arrivati tutti e a quel punto sono partiti. Io ero là e ho visto le facce di questa gente: c’erano piccoli delinquenti, ma anche semplici contadini, di corporatura forte, c’erano tifosi di calcio che notoriamente non amano la polizia, insomma c’era un po’ di tutto, ma erano uniti nella convinzione di non permettere più a nessuno di derubarli dei loro diritti.
Loro hanno circondato tutto l’edificio del Parlamento, formando un anello.
Questo è stato molto importante perché la chiave del controllo di Milosevic sulla Serbia era che Belgrado e la Serbia profonda erano due realtà separate, per cui ogniqualvolta l’opposizione chiamava la gente da altrove lui bloccava le strade. Ma tra il 24 settembre e il 5 ottobre l’atmosfera era cambiata, era così strano ed elettrizzante che pure la polizia aveva paura.
E poi il traffico era bloccato. Questo infatti era il piano dell’opposizione: “Noi bloccheremo il traffico, bloccheremo l’intero sistema con uno sciopero generale e la disobbedienza civile”. La Serbia, da questo punto di vista, è stata più efficace di Belgrado, dove la repressione era più forte, e poi in una città di 2 milioni di abitanti non è così facile paralizzare il traffico come nelle piccole città, dove non ci sono più di un paio di strade principali, e basta qualche macchina nelle varie entrate e uscite.

Così è arrivato il giorno della rivoluzione, il 5 ottobre, quando l’opposizione ha invitato la popolazione a raggiungere Belgrado per sancire la vittoria di Kostunica; ha chiamato la gente da tutta la Serbia perché un milione di persone sulle strade è un fattore di sicurezza. Perché non puoi usare la polizia: sarebbe inutile e insensato; puoi picchiare 100 persone, 2000, anche 5000, ma con persone dappertutto…
Quel giorno era stata organizzata una protesta degli studenti, per cui la gente si è raccolta di fronte alla Scuola di filosofia, in centro, che è sempre stato il punto d’incontro delle manifestazioni; c’era della musica e circa 20-30.000 persone. Abbiamo cominciato a camminare, ma dopo un po’ ci siamo accorti che la gente aveva smesso di seguirci e si era diretta verso il Parlamento, dove stava succedendo la vera rivoluzione. Noi volevamo tenere i più giovani lontani dai luoghi di diso ...[continua]

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