Toni Capuozzo, già intervistato nell’ultimo numero del nostro giornale, è appena tornato da un altro viaggio nella ex-Jugoslavia. Gli abbiamo chiesto di raccontarci le ultime impressioni sulla situazione.

Dove sei stato in questo ultimo viaggio?
Sono stato a Tuzla, nel nord est della Bosnia che è il capolinea dei profughi che arrivano da Srebrenica. Srebrenica, prima della guerra, era un paesotto di montagna di 10000 abitanti, sconosciuto. E’ diventata nota, l’estate scorsa, per la guerra, perché è stata la prima città occupata dai serbi e poi liberata dai mussulmani. E’ un posto dove si sono concentrati 60000 profughi che venivano dai paesi vicini. Quando si vedevano le immagini in televisione di tutte quelle persone che si stringevano nei camion fuggendo verso Tuzla, si trattava in realtà di persone che erano già fuggite da altri paesi e che erano già profughi lì. Persone che stanno facendo un’esperienza di esodo prolungato, senza fine. Perché anche Tuzla è praticamente assediata, se non fosse per un sottile corridoio che la collega al resto del mondo. L’esperienza di questa gente che fuggiva da Srebrenica è allucinante: persone che da un anno stanno fuggendo di posto in posto. Un esodo ripetuto e continuato nel tempo.
Poi sono tornato a Sarajevo. La situazione, da un punto di vista materiale, è lievemente migliorata: la distribuzione del cibo, anche se quello a cui ciascuno ha diritto è molto poco, funziona in qualche modo. In realtà mancano tante piccole cose e inoltre viene distribuita farina, pasta, olio, ma mancano da un anno carne e verdura. I medici sostengono che è molto probabile che una generazione intera di bambini, abituati a una dieta come la nostra, sia segnata nello sviluppo da questa improvvisa e prolungata carestia.
La situazione invece è peggiorata dal punto di vista psicologico. Il protrarsi di questa situazione di assedio, di difficoltà a capire anche quello che sta succedendo fuori, per una persona normale è una condizione insopportabile dal punto di vista psicologico. E lo si comincia a vedere. Ad esempio si può notare che, a differenza che in passato, agli incroci sotto tiro dei cecchini sono sempre più numerose le persone che non corrono più. Camminano e questo è segno evidente di rassegnazione, di abitudine a considerare il pericolo, e anche la morte, come una eventualità quotidiana. Da un certo punto di vista l’atmosfera "eroica" dei primi mesi dell’assedio lentamente si sta sfilacciando, anche nei rapporti interpersonali. La gente è provata da questa lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Una cosa impressionante da vedere in una Sarajevo che era una città molto alberata, sono questi giardini oggi completamente spogli e desolati, senza più alberi. Anche per chi non ci fosse mai stato prima della guerra, è una cosa che si coglie subito, si capisce subito che tutti gli alberi sono stati tagliati. Però con l’arrivo del caldo e la fine del problema del riscaldamento, già si pone il problema dell’acqua. L’acquedotto, prima della guerra, aveva una gestione fortemente centralizzata, e aveva un numero di addetti molto alto, circa 400, e credo che 20 siano stati uccisi nel corso della guerra mentre riparavano l’acquedotto o si recavano al lavoro. Oggi il numero degli addetti è drasticamente ridotto e hanno continuato a lavorare rattoppando di volta in volta. Ma adesso la situazione è tale che non c’è più neanche modo di rattoppare: ci sono molte infiltrazioni, anche pericolose.
Da certi punti di vista complessivamente la situazione sta peggiorando di giorno in giorno.
Ho anche visitato un brefotrofio. E avevo lasciato l’Italia proprio mentre c’era in corso un dibattito molto forte e che sembrava anche alto nei toni della morale, sul problema dello stupro etnico, anche se c’era un elemento fastidioso, perché sembrava si discutesse come consigliare queste donne.
Comunque lì a Sarajevo in un orfanotrofio, in condizioni immaginabili di forte mancanza di cibo, di cose d’uso quotidiano, pannolini ad esempio, ci sono cinque o sei di questi bambini nati dagli stupri, che in Italia sono stati chiamati "figli dell’odio". Una delle cose che colpisce molto è che non so bene per quale legge jugoslava precedente alla guerra, questi bambini portano il cognome delle madri che li hanno abbandonati, che non se la sentivano di tenerli con sé, però non gli è stato dato un nome. In Italia quando è capitato di trovare una bambina abbandonata in un cassonetto, la prima cosa è stata dargli un nome che in qualche modo contribu ...[continua]

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