Anna Segre insegna geografia all’università di Torino. Per l’editore Sellerio, ha curato la pubblicazione di Venti mesi, il diario tenuto dal padre durante i venti mesi in cui rimase rifugiato in una clinica psichiatrica per sfuggire alla persecuzione antiebraica.

Il diario ho sempre saputo che esisteva. Un centinaio di pagine scritte a macchina ordinate in una cartellina rigida marrone, mio padre era una persona ordinatissima, riposta in quel mobile lì, che era il mobile dove mio padre ha tenuto sempre anche la sua collezione di francobolli. E che avesse tenuto un diario non mi sembrava poi strano. Era un uomo sedentario, con l’hobby, appunto, della filatelia, ero abituata a vederlo sempre al suo tavolo, in una nuvola di fumo intento a guardare i francobolli o a scrivere e prendere appunti...

Me l’aveva fatto leggere a pezzi. La storia ha dei momenti drammatici, ma anche altri più distensivi, di descrizione di paesaggi, di persone, e lui adattava molto quello che mi faceva leggere alla mia età. Man mano che crescevo mi faceva leggere anche delle altre cose, ma dall’inizio alla fine non me lo aveva mai fatto leggere. Della guerra e anche delle vicissitudini passate insieme a mia madre, me ne parlava, ma mai in modo tragico, credo per non spaventarmi. Mi raccontava che loro erano scappati, e dato che in un primo momento erano finiti intorno a Biella, in posti che erano anche quelli delle nostre passeggiate, sovente se ne parlava. Quando andavamo al santuario di Graglia, che è stato il loro primo rifugio, guardava quella tal finestra e diceva: "Quella è la finestra della nostra stanza, lì c’era la biblioteca a cui io badavo in modo particolare". Si vedeva che aveva voglia di parlarne, non era restio. Per esempio mi faceva vedere i documenti di cui era ancora in possesso, i documenti falsi, le tessere annonarie, le ricevute dei conti della clinica in cui erano stati ricoverati. Credo solo che non volesse spaventarmi, voleva raccontarmela come una vicenda che lui e mia madre avevano vissuto, tremenda, terribile, perché non risparmiava gli aggettivi, ma certo non voleva crearmi delle ansie nuove. Quel racconto faceva un po’ parte della mia educazione politica, così come quando mi portava alle manifestazioni del 25 Aprile e del I Maggio. Non perché fosse particolarmente implicato, non era iscritto a nessun partito e mai avrebbe voluto esserlo, però tutto quello faceva parte della nostra storia e un po’ alla volta me lo insegnava.

L’episodio che più mi aveva fatto impressione, e le pagine in cui lo racconta me le aveva fatte leggere quando ero già grandina, era proprio quello del santuario di Graglia, quando erano arrivati i tedeschi. Cercavano ebrei rifugiati e fecero aprire tutte le porte, perquisirono tutte le stanze e alla fine di porte da aprire ne rimaneva solo una, quella della loro stanza e i preti del santuario a dire che quella era la dispensa e che momentaneamente non trovavano la chiave... I tedeschi si accontentarono della risposta, o capirono e lasciarono perdere, chissà, insomma se ne andarono. Mi ha sempre fatto molta impressione pensare a mio padre e a mia madre chiusi dietro a quella porta, che non potevano respirare perché anche quello faceva un rumore di troppo rispetto a quello che i tedeschi dovevano sentire o intuire. Me li immaginavo in silenzio, paurosi, sentire tutto il tramestio, tutto il colloquio. Credo abbiano vissuto istanti di paura immensa, c’era solo una porta di mezzo e sarebbero stati portati via. Io poi non ho mai immaginato né mio padre né mia madre come particolarmente coraggiosi e, invece, in certi momenti, evidentemente, si trova il coraggio per forza.

Nel diario, poi, la storia dei miei si intreccia con quella di una persona la cui importanza solo in ritardo sono riuscita a comprendere pienamente. All’inizio della televisione, nei primi anni ’60, cominciò ad apparire in video un giovane giornalista che faceva reportage dagli Stati Uniti o da Parigi. Ogni volta che mio padre lo vedeva diceva: "Quello è il figlio di chi ci ha salvato la vita". Io capivo e non capivo, perché sapevo che il padre di Piero Angela era un medico che lavorava nella clinica dove loro erano rifugiati, ma non avevo capito l’importanza che quell’uomo aveva avuto nel salvare i miei genitori, nel proteggerli.
Beh, devo dire che il professor Angela fu veramente una persona straordinaria. Basti pensare che quando si sparse la voce che in clinica c’erano degli ebrei lui fu chiamato al comando delle SS in via Asti, qui ...[continua]

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