Il 26 marzo si è tenuto a Firenze un dibattito sulla situazione in Europa, a partire dal problema dell’immigrazione e xenofobia. Si è discusso molto della situazione nella ex Jugoslavia, del perché ci riguarda così da vicino e del perché, inceve, l’Europa assiste passsivamente a tanta tragedia. Partecipavano fra gli altri, Daniel Cohn-Bendit, uno dei leader del Maggio Francese oggi assessore alle politiche multiculturali di Francoforte, Alex Langer, europarlamentare verde e Adriano Sofri. Riportiamo stralci dei loro interventi.

Adriano Sofri. E’ di oggi la notizia che anche gli ultimi resistenti, fra i mussulmani bosniaci, hanno dovuto accettare la proposta della spartizione etnica della Bosnia, cioè della distruzione della Bosnia, della consegna alla Serbia di una gran parte della Bosnia. Li hanno costretti a farlo e realisticamente lo hanno fatto. Forse si è compiuto l’ultimo passo nella cancellazione fisica dell’ultimo frantume di realtà multinazionale, multietnica che restava: la città di Tuzla cede le armi.
Allora: secondo me sarebbe importante riuscire finalmente a discutere come mai in Italia non si sia discusso di niente riguardo la Jugoslavia. E dalle poche cose che ho capito, direi che la discussione non è andata molto avanti neanche in Germania. Bisogna chiedersi, cioè, come mai, sul tema della Jugoslavia, non si è ottenuto di ripetere nemmeno la discussione, a mio parere disastrosa, che avvenne per la guerra nel Golfo. E perché allora ci fu una discussione che arrivò a spaccare le famiglie, a far sì che gli amici non salutassero più gli amici, in Italia, in Germania, in tutta Europa? Perché c’era stato l’intervento. Oggi non c’è stata nemmeno la discussione più idiota che è quella tra interventisti e non interventisti. Io, dopo mesi che mi mangiavo il fegato e le mani, ho pubblicato un articolo su L’Unità nel quale mi pronunciavo sulla questione della Jugoslavia in termini che mi sembravano provocatori oltre che stupidi. Dicevo: sono favorevole all’intervento in Bosnia e, per costringerli a fermare l’attenzione su questo brano del mio articolo, fornivo alcune indicazioni -mi ero consultato con persone che conoscevano bene la situazione- sui posti precisi da bombardare. Una cosa da pazzi, da Napoleone, e immaginavo che qualcuno mi dicesse: ma come si permette questo scemo! Ma quell’articolo è passato senza una riga che notasse che io avevo detto quelle cose.
Poi l’Italia ha una ragione ulteriore di non porsi il problema della Jugoslavia, perché l’Italia, l’Italia pubblica, è oggi totalmente ostaggio di quel panico da carcere a cui alludeva Daniel. Daniel parlava dell’assessorato alle politiche multiculturali, in Italia ormai non c’è assessorato che non richiami immediatamente l’idea di carcere... Ma il fatto è che tutto questo fa pensare agli italiani e ai partiti italiani che della Jugoslavia non ci si debba occupare. Si conosce un partito italiano che abbia una posizione sulla Jugoslavia? E magari i partiti non avessero delle posizioni su alcun problema, ma su altri problemi hanno delle posizioni. Ora stanno fingendo che sia una questione di vita o di morte il sì o il no al referendum e stanno creando una spaccatura morale sulla questione della riforma elettorale, una spaccatura di tipo manicheo, fra buoni e cattivi come per la guerra nel Golfo. Ma sulla Jugoslavia non conosco posizioni dei partiti, non hanno avuto il tempo di occuparsene; e guardate che sulla situazione jugoslava è avvenuto potenzialmente, anche se non esplicitamente, il più grande mutamento di coscienze che ricordi da quando mi occupo di politica: il potenziale superamento della distinzione fra pacifisti e non pacifisti e cioè di uno dei più grandi equivoci del dopoguerra. Questo è avvenuto. E’ avvenuto che dei pacifisti, magari continuando a pagare lo scotto del loro rapporto col movimento pacifista, parlano, se non di intervento militare, di intervento di polizia; si pongono il problema. E’ avvenuto che pacifisti molto seri e responsabili, di ritorno dalla Bosnia, hanno detto: non cambiamo niente delle nostre convinzioni di principio, ma lì è necessario fare qualcosa.

Dopodiché ci troviamo al punto di passare le giornate a invidiare il Generale Morillon e ho scoperto, parlando con Daniel, che il generale francese -a priori l’idea di un generale francese evoca l’idea di un coglione- è il campione di cui entrambi andiamo fieri: uno che è stato mandato a fare il buffone alla testa di un compartimento delle Nazioni Unite, che si lascia ammazza ...[continua]

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