Sms, cioè Spazio di Mutuo Soccorso, è il nome che è stato dato a un luogo di Milano nel quale da cinque anni è in atto l’occupazione di quattro palazzine dismesse da parte di una trentina di famiglie. Il complesso residenziale, che ha un ampio cortile interno alberato e affaccia su una piazza, è degli anni Venti del secolo scorso ed è sottoposto a vincolo di tutela. Ne è proprietaria una società immobiliare che aveva avviato da tempo un progressivo svuotamento degli appartamenti probabilmente in attesa di ottenere dall’amministrazione comunale il via libera a una totale riconversione degli edifici. 
L’occupazione è una delle più grandi e certamente la più centrale della città; la zona è servita da due linee metropolitane e da numerosi mezzi di superficie ed è adiacente a quartieri in forte trasformazione e riqualificazione edilizia e finanziaria -Portello, Porta Garibaldi, City Life. Trattandosi di una zona un tempo sede di molte importanti industrie, ha qui avuto anche insediato negli anni Trenta e Quaranta un grande "quartiere modello” di edilizia popolare, oggi luogo di approdo, grandemente degradato, di numerosa popolazione immigrata. 
Abbiamo parlato con alcuni dei giovani che hanno guidato e seguono l’occupazione,  per capire che ruolo essa gioca o potrebbe giocare entro il "modello Milano”, non solo sul piano sociale, ma anche istituzionale e, infine, urbanistico e legislativo. Se sia un intralcio che la forza del progresso spazzerà presto via o se, sommessamente, suggerisca un nuovo "modello” di sviluppo per una città più inclusiva.
Ci siamo dunque incontrate con G. e P. (i due ragazzi che preferiscono rimanere anonimi) nello Sms di piazza Stuparich 18, in un luminoso locale adibito a ufficio di una delle palazzine. (B. B. e A. D.)
 
Come si è formato il vostro gruppo? Quando, come e perché è nata questa vostra iniziativa?
P. Noi venivamo da un’esperienza di movimento nata tanti anni fa, in occasione del G8 di Genova. Poi siamo confluiti nel Comitato degli abitanti San Siro che da una decina di anni ormai si occupa dell’emergenza abitativa nel quadrilatero che ha più di 6.000 alloggi. Qui si sono formati rapporti tra diverse famiglie che avevano problemi e che hanno cominciato a conoscersi e ad aiutarsi, instaurando un meccanismo di reciprocità, di mutuo soccorso, appunto: tu dai una mano a me, io do una mano a te. Non è solo retorica dire che "l’unione fa la forza”! Se ci si trova da soli in una condizione di difficoltà è più faticoso affrontare i problemi.
Oltre alle famiglie qui arrivano anche persone singole in difficoltà, magari proprio perché rimaste sole o perché hanno lavori precari con i quali oggi fanno fatica a tirare avanti perché il mercato privato degli affitti in una città come Milano è fuori da ogni controllo e l’accesso alle graduatorie delle case popolari è particolarmente complesso e lungo. A questo primo gruppo si sono poi aggiunti altri, sia italiani, sia stranieri. Noi venivamo da diverse esperienze di comitati e il tema del diritto alla casa e di dare risposte al bisogno abitativo che c’è in città, era comune a tutti noi. 
G. Il tema della casa per noi ha una valenza forte, si tratta di dare una mano per rispondere concretamente a un bisogno, ma anche di allargarsi in una visione più grande che deve investire tutta la città, con un discorso di "bene comune” anche attraverso la ricostruzione di un attivismo dal basso a partire dai bisogni.
Questo è uno spazio aperto che vuole offrire dei servizi sul tema dell’abitare attraverso un’attivazione dal basso, diciamo un welfare alternativo: il problema della casa, del cibo sano, dei vestiti, della scuola… Ma un altro obiettivo è anche quello di creare un sapere consapevole e un empowerment personale per dare un contributo alla collettività.
In una città come Milano si può sempre sopravvivere attraverso la carità o l’assistenzialismo, ma per noi è importante far sì che ciascuno dia il suo aiuto, che capisca che se anche sei povero puoi dare il tuo contributo, per sviluppare le tue competenze e superare così, attraverso un mutualismo comunitario, la frustrazione che deriva dalla tua condizione; questa è la cosa più importante, più efficace per combattere il modello dominante per il quale chi non ce la fa viene espulso.
...[continua]

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