Maria Giulia Fabi è professoressa di Studi letterari e linguistici all’Università di Ferrara. Il libro di cui si parla nell’intervista è Narrazione della vita di Frederick Douglass, uno schiavo americano, scritta da lui stesso (Marsilio, 2015).

Questo libro si inserisce in una tradizione di narrazioni di liberazione. Ma già dal titolo si evince una novità.
Prima di Douglass c’erano stati altri schiavi fuggiaschi che avevano scritto la propria autobiografia, però Douglass enuncia subito nel titolo il paradosso dello "schiavo americano”, giocando proprio sul contrasto del mito dell’America, allora ancora molto vivo, come terra della libertà e l’esistenza della schiavitù. Quando esce questo libro, era già da 200 anni che la schiavitù era attiva negli Stati Uniti. Non si trattava certo di un errore temporaneo, era parte integrante dell’economia; all’inizio della guerra civile il cotone, che era il risultato del lavoro non pagato degli schiavi, costituiva il 60% delle esportazioni degli Stati Uniti.
La novità principale di Douglass però è la bellezza del testo, il modo in cui riesce a riproporre alcune caratteristiche tradizionali, quasi ripetitive, della struttura delle slave narratives, e al contempo le supera; fa anche molto di più a livello stilistico e nella costruzione del rapporto con chi legge. È importante insistere sull’aspetto della scrittura e dello stile perché -e Douglass stesso lo sapeva- i pregiudizi nei confronti degli schiavi si traducevano allora, e accade ancora oggi, in pregiudizi nei confronti delle loro opere letterarie. Le si considera dei documenti, testimonianze di persone che riescono a dare delle informazioni per aver vissuto personalmente qualcosa, come se non si riuscisse a dar loro credito di una capacità di interpretazione in grado di collegare l’esperienza personale a quella di un’intera nazione. Il testo di Douglass è un testo modernissimo anche per un lettore odierno. Quando Douglass parla del suo arrivo nel nord e c’è la sua descrizione di cosa vuol dire trovarsi in un posto dove non si conosce nessuno, di com’è trovarsi in una terra ricchissima, ed essere povero, non leggiamo solamente una testimonianza.
C’è poi il modo in cui Douglass riesce ad anticipare luoghi comuni del pubblico che l’avrebbe letto. Ci riesce perché quando ha scritto questo testo era già stato conferenziere per molti anni, cosa che significava trovarsi in trincea; le presentazioni cui partecipava erano molto combattute, erano frequenti le risse, anche agli oratori capitava spesso di venire picchiati, e non erano solo gli abolizionisti neri che rischiavano le botte. Douglass parla di quello che ha dovuto affrontare, di questioni di sfruttamento e marginalità, di immigrazione in modo particolarmente complesso. E quello della complessità, oggi come allora, rimane uno dei problemi fondamentali nel trattare queste cose, al di là della compassione, al di là del sentimento che si può esprimere o meno in favore delle persone soggette a schiavitù. Douglass sapeva che il solo sentimento, se non collegato a un’analisi complessa, si poteva trasformare molto facilmente in accondiscendenza, oppure fermarsi facilmente di fronte a un conflitto d’interessi.
Colpisce il rapporto con una padrona, la signora Auld, che inizialmente è gentile, ma poi si rivela perfida come gli altri. Douglass nota come lo stesso padrone diventi vittima del rapporto di schiavitù...
Questa era una argomentazione di base contro la schiavitù, e Douglass la rende in modo particolarmente efficace. Gli abolizionisti volevano convincere il pubblico che la schiavitù non era un danno solamente per gli schiavi, ma che era in grado di corrompere l’intera nazione. La cosa che fa impressione nell’episodio della signora Auld, che prima di lui non aveva mai avuto schiavi, è che se inizialmente lo tratta come una persona invece che come un oggetto, poi cade preda della schiavitù. Alla fine si riscatta: è lei che lo aiuta quando viene malmenato dai colleghi che non volevano neri sul lavoro, ma se anche non è la persona più orribile che incontriamo nel racconto, quello che fa più impressione è il suo mutamento. Negli altri schiavisti troviamo persone psicologicamente danneggiate dalla schiavitù fin dall’inizio. Douglass, che conosceva benissimo la Bibbia, ci presenta gli schiavisti come inclini a tutti i peccati: lussuria, violenza, tendenza al furto e all’omicidio; sono anche ipocriti, perché usano brani della Bibbia per giustificare la violenza e lo sfruttamento sia e ...[continua]

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