Mi chiedete di parlarvi del mio passato, ma non è molto facile in questo momento. Negli ultimi tempi si sono rotti molti fili, molte connessioni e per certi aspetti può anche essere un bene che sia così, in fondo dobbiamo prepararci a cambiare secolo. Ma io alle volte sento un po’ di nostalgia per i tempi andati, quando era più facile scegliere. Non mi riferisco tanto a quello che si usa definire il "crollo delle ideologie", che d’altra parte si erano venute via via logorando e quando sono crollate avevano già perso da tempo il potere di sedurre, di attrarre. Penso piuttosto a quei momenti che hanno un carattere direi manicheo oggettivo in cui l’alternativa non può essere che tra il Bene e il Male, come fu la Resistenza. Ma adesso si dice che le categorie del fascismo e dell’antifascismo sono superate, anche se poi assistiamo a dei fatti come le ultime elezioni amministrative che, almeno a Roma e a Napoli, hanno riportato in vita proprio quella vecchia contrapposizione. Certamente il mondo è molto cambiato da allora, molto più complicato e affollato. Ma quella fase felice, di autentica liberazione, in cui le persone, la maggioranza delle persone, erano diventate migliori, disinteressate, generose, erano capaci di gesti di altruismo e solidarietà, così semplicemente, senza stare a pensarci su molto, ebbene tutto questo mi sembra debba essere ricordato e salvato al di là delle categorie storiche.

Ho avuto un’esperienza carceraria molto limitata durante la Resistenza. Sono stata arrestata dalla banda Koch nell’estate del ’44 a Milano. Mi presero in casa di amici. Ero andata a Lecco a portare del materiale e sono capitata perché la casa era vicina alla stazione e avevo un vuoto di tempo: un rallentamento della prudenza che poteva costare caro. E infatti dopo un po’ è arrivata la polizia, cioè quella strana polizia speciale che era la banda Koch, una di quelle organizzazioni, più criminali che poliziesche in senso proprio, che pullulavano nella Repubblica di Salò. Non aspettatevi da me delle memorie dal carcere, ci sono stata troppo poco, una quindicina di giorni nei sotterranei della villa dove abitava quella banda, in Via Paolo Uccello, poi a San Vittore per altre due settimane e poi in un ospedale piantonata: aspettavo un figlio e feci finta di stare male, e poi dall’ospedale sono scappata. Una reclusione così non ti permette di fare delle riflessioni filosofiche sulla vita, di leggere e meditare. Era una reclusione particolare quella della Resistenza. Ti hanno beccato ma non ti puoi rilassare, devi subito pensare a come sopravvivere. Devi giocare d’astuzia per non farti torturare, aguzzare l’intelligenza per raccontare delle storie plausibili che non presentino troppe falle, cercare di comunicare in qualche modo con l’esterno. Sei così preso dai problemi immediati, minuto per minuto, che non hai tempo di pensare ad altro. Non era un carcere quello, era un incidente di percorso. Il vero carcere è una cosa diversa, i tempi sono lunghi, ti rilassi, la tua vita è organizzata dagli altri. Lì era il contrario, dovevi organizzarti tu stessa la tua vita, la tua sopravvivenza. E nemmeno c’era tempo o voglia di stringere amicizie al di fuori del cerchio delle "politiche". Mi ricordo vagamente delle detenute "comuni", che a quel tempo erano soprattutto accusate di borsa nera o di aborto, povere ragazze allo sbando, disponibili a parlare e spiegare le loro ragioni e con cui in altri momenti avresti potuto fare causa comune. Ma bisognava diffidare...

E anche l’evasione in realtà è stata una liberazione, perché io stavo alla maternità di Via Commenda ed è venuto un piccolo commando a prelevare me e una mia amica, piantonata anche lei. La cosapiù bella era la solidarietà di tutti, delle suore, dei medici, delle infermiere. Il primario del reparto, che si chiamava Alfieri ed era fratello del gerarca fascista, tutte le mattine passando diceva senza nemmeno guardarmi in faccia: "questa qui bisogna mandarla via". Ma subito dopo tornavano i suoi assistenti a rassicurarmi: "stia tranquilla, finché siamo qui nessuno la manderà via". Credo che fossero disposti a nascondermi nei sotterranei piuttosto che rimandarmi a San Vittore. E poi, quando un pomeriggio, alle due, in un momento di tranquillità, sono arrivati i compagni a disarmare i poliziotti e a chiuderli dentro uno sgabuzzino, i medici che incontravamo per le scale mentre fuggivamo in camicia da notte e scalze si congratulavano con noi: "brave, brave che tagliate la corda". Una volta per stra ...[continua]

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