Stephen Casale è musicista e musicologo. Appartiene alla "terza generazione” di italoamericani. Vive tra Boston e New York. (Il dvd di cui si parla nell’intervista è "I Knew It Was You: Rediscovering John Cazale”, 2010).

Mio nonno era genovese e si chiamava Giovanni Casale. Quel che ho potuto scoprire della sua gioventù, del suo viaggio, del suo sbarco e dei primi anni che ha passato in America è molto poco. So che era nato a Genova nel 1852, sbarcato a New York il 27 settembre 1868 per trasferirsi a Boston, e che il 13 febbraio 1884 diventò cittadino americano. Pare che a un certo punto, tra il 1868 e il 1884, abbia cominciato a scrivere il suo cognome con la zeta: Cazale.
Non so perché si fosse imbarcato su quella nave, ma lo posso immaginare. Era poverissimo. So che in Italia aveva lavorato da ragazzino in una miniera in Sardegna. Per un genovese già allora era facile raggiungere la Sardegna.
Dopo quella esperienza, tornato a Genova con i soldi per il biglietto, decise di imbarcarsi nuovamente, questa volta per l’America. Forse per evitare di essere richiamato nel nuovo Regio Esercito d’Italia, che si stava costituendo e che magari lo avrebbe rimandato in Sardegna.
Mio nonno era analfabeta, ma sapeva scrivere il suo nome. Aveva u n udito finissimo e un vero talento naturale per la fonetica, come dimostrò la facilità con cui imparò a parlare la nuova lingua. Era un perfetto imitatore di voci. Questo lo so per sentito dire, dato che sono nato un anno dopo la sua morte.
Era un bel giovane, alto e biondo, coi baffi. È possibile che abbia cominciato a scrivere il suo nome con la zeta per mantenere il suono dolce della esse intervocalica (in America i nomi stranieri venivano regolarmente storpiati, per esempio un amico del nonno a Boston si chiamava Cassassa…).
Oppure per non essere subito catalogato come "wop”, un guappo, il termine dispregiativo usato per gli italiani e tanto temuto dal giovane protagonista dei racconti di John Fante. È possibile anche che il cambiamento del nome, seppur minimo, lo confermasse nella sua decisione di tagliarsi i ponti alle spalle. Queste sono illazioni mie. Sta di fatto che il nonno non tornò mai in Italia, né quando era ormai diventato una persona agiata, né più tardi, quando poteva dirsi relativamente ricco.

Dopo 16 anni dal suo arrivo si presentò da un notaio per la richiesta di naturalizzazione, accompagnato da un amico già naturalizzato, secondo le regole di allora. Il notaio prese uno stampato in testa al quale scrisse: Giovanni Casale, con la esse. Poi diede lettura della formula del giuramento sulla costituzione americana: "Giuro solennemente di fare completa e assoluta rinuncia ed  abiura di ogni fedeltà  verso qualsivoglia principe, sovrano, stato o  potentato straniero di cui in precedenza sia già stato suddito, e in particolare verso la regina Vittoria, sovrana del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Giuro di sostenere fedelmente la Costituzione degli Stati Uniti d’America, con l’aiuto di Dio”. Giunto a questo punto il notaio cancellò con un tratto di penna "la regina Vittoria…” e al suo posto scrisse: "Humbert 1. King of Italy”. Questo documento esiste ancora, è in mio possesso. Con in mano il suo stampato il nonno andò poi all’Ufficio Immigrazione, sempre accompagnato dal Nicolini, e ricevette il certificato di naturalizzazione, intestato a Giovanni Casale, con la esse. Ma nella firma in calce al documento, di pugno del nonno, il nome è scritto con la zeta: Cazale.

Il certificato indicava anche la professione esercitata dal richiedente, fruttivendolo. Io non so se abbia mai fatto il fruttivendolo, in casa si diceva che i primi tempi facesse l’arrotino ambulante. Forse dire fruttivendolo gli sembrava più prudente che maneggiare coltelli. A Boston c’è un quartiere, il North End, dov’erano già insediati molti genovesi. I primi anni Giovanni Cazale li passò lì, dove incontrò una ragazza la cui famiglia veniva da Montebruno, un paese sulle montagne dietro Genova, ma lei era nata a Boston: Annie Cavagnaro, la nonna. Qualche anno fa sono andato a Montebruno per cercare una traccia degli antenati della nonna. Mentre aspettavo che l’ufficio anagrafe del Comune aprisse, feci un giro nel cimitero, e scoprii che su quasi tutte le lapidi era scolpito il nome "Cavagnaro”. Troppa grazia. Al Comune mi dissero che ai tempi dei genitori della nonna l’anagrafe non esisteva ancora come ufficio pubblico. Era il parroco a tenere l’elenco dei nati e dei morti, purché battez ...[continua]

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