Abdesselam Cheddadi è professore presso l’Istituto Universitario della Ricerca Scientifica dell’Università Mohammed V, a Rabat. Ha curato, per le edizioni francesi ‘La Pleiade’, la traduzione del Kitab al-sibar (‘Il libro degli esempi’), opera principale del filosofo arabo medioevale Ibn Khaldûn.

Oggi il Marocco è un paese in trasformazione, con luci e ombre. Lei individua un elemento di preoccupazione in quella che definisce una situazione di "eterogeneità”. Può spiegare?
Chi visita il Marocco è sempre colpito dalla varietà degli ambienti, dei paesaggi, ma anche delle condizioni economiche e sociali. Questa diversità viene generalmente percepita come un fattore positivo. Io sostengo invece che l’attuale situazione sociale, politica e culturale del Marocco sia segnata da una specie di eterogeneità.
In un paese il fondamento dell’omogeneità è la lingua; è attraverso la lingua nazionale che si sviluppano valori comuni, sia culturali, religiosi che civici. Ecco, noi in Marocco abbiamo esattamente un problema di lingua. Avrete notato che intorno a voi non tutti parlano la stessa lingua: c’è chi parla arabo, chi parla francese, chi un melange tra le due lingue, altri ancora parlano il berbero. Si potrebbe pensare che avere una coesistenza di molte lingue sia una ricchezza. Apparentemente è una ricchezza, ma in realtà, nella situazione attuale, la mancanza della padronanza di una lingua comune diventa un sintomo, un segno di povertà e non di ricchezza.
Dobbiamo infatti considerare che in Marocco la maggior parte della popolazione non padroneggia né l’arabo, né il francese, spesso comincia una discussione, un discorso con qualche frase in una delle due lingue, per poi passare all’altra, ma perché in realtà non ha la padronanza di nessuna delle due lingue.
La questione della lingua ci porta immediatamente a un altro problema che è quello dell’istruzione, del sistema scolastico.
E’ da cinquant’anni che il Marocco è indipendente. Durante il protettorato francese è stata praticata una politica dell’istruzione piuttosto selettiva: c’era una piccola minoranza delle classi privilegiate che aveva accesso alla scuola, ma la maggior parte della popolazione era esclusa dal sistema educativo; in più c’era una separazione tra i musulmani e gli ebrei marocchini, e tra i marocchini e gli europei.
Era appunto un sistema selettivo, gerarchico, che riproduceva le differenze all’interno della società.
Dopo l’indipendenza si è cercato di uscire da quel sistema e di allargare al maggior numero di persone possibile l’istruzione. E’ difficile ora individuare le ragioni del fallimento di questo tentativo che puntava non solo a diffondere l’istruzione, ma anche a garantirne la qualità.
Volendo fare un bilancio possiamo dire che effettivamente l’accesso all’istruzione è stato esteso a una popolazione molto ampia, ma non siamo riusciti a garantirne un livello adeguato.
Col tempo poi è emerso anche il problema della lingua perché inizialmente, ad esempio, le scuole superiori e il relativo diploma erano in francese. Dopodiché è partita la campagna di arabizzazione. Ora, senza entrare nel merito dell’opportunità di questa opzione, certo è che questa riforma non è stata accompagnata dal necessario impegno affinché gli insegnanti fossero dotati della formazione e del materiale necessario per istruire le giovani generazioni.
Al momento di imporre l’arabizzazione, il regime non ha preparato questo passaggio in maniera razionale, il che avrebbe richiesto di tradurre in arabo tutti i libri scientifici, di preparare i docenti ad insegnare in arabo, mantenendo contemporaneamente l’uso del francese per i contatti col resto del mondo. Invece tutto è stato fatto all’insegna dell’improvvisazione.
Sul piano scientifico, l’arabizzazione si è rivelata un disastro. Così, col tempo, al problema di un sistema educativo inadeguato si è aggiunto il problema della lingua e di un corpo docente non sufficientemente formato.
Mentre il sistema educativo pubblico andava sempre più in crisi, i figli delle élites e di chi aveva i mezzi si sono rifugiati nelle scuole private, sia marocchine che straniere. La quota di giovani che può beneficiare di questo sistema è però molto ridotta, parliamo al massimo del 5-6% della popolazione. Va da sé che a usufruire di questo sistema privato, che spesso viene completato con periodi di studio all’estero, sono le persone destinate poi a occupare posizioni di potere nell’amministrazione pubblica o dell’economia, ecc.
S ...[continua]

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