Marina Ottaway è la direttrice del Centro per gli Studi del Medio Oriente al Carnegie Endowment for International Peace, uno dei più prestigiosi think tank americani. Si interessa di questioni relative alla democrazia e alla ricostruzione post-bellica, in particolare di problemi di trasformazione politica nel Medio Oriente e di ricostruzione in Iraq, Afghanistan e nei paesi africani. Ha fatto ricerca e ha insegnato presso diverse università in Africa e in Medio-Oriente, inclusa l’American University del Cairo. E’ autrice di vari testi, tra cui Beyond the Facade: Politica Reform in the Arab World.

Hai studiato la trasformazione politica in Medio-Oriente per tantissimi anni. Secondo te, quali sono le ragioni per cui la democrazia non si è ancora sviluppata in questa regione?
Si tratta di una questione complicata, una realtà causata da molteplici aspetti rilevanti. Penso che un elemento molto importante nell’impedire questa trasformazione verso la democrazia vada ricercato nella natura delle idea e dei movimenti politici che hanno fatto la storia del mondo arabo negli ultimi cento anni.
Possiamo contare tre principali correnti di pensiero nel mondo arabo moderno. Innanzitutto vi fu un’ondata di nazionalismo, a partire dai primi anni Trenta. L’Egitto ne era il rappresentante più importante. Questo tipo di nazionalismo aveva anche una connotazione democratica. Ed emerse, questo nazionalismo democratico e liberale, perché fu portato avanti dalle élites, dalla borghesia che riuscì a conquistare il sostegno delle masse, non perché le masse fossero democratiche o liberali, ma perché erano nazionaliste. Così facendo, si creò un misto di nazionalismo e democrazia che per un qualche tempo ebbe successo.
La tendenza nazionalista-democratica si esaurì negli anni cinquanta. Nel dopo-guerra, il socialismo emerse come l’ideologia dominante. O meglio, un misto di nazionalismo e socialismo (mentre prima il nazionalismo si era legato a ideali di democrazia).
Negli anni Settanta anche il pensiero socialista cominciò a perdere rilevanza, a partire dalla morte di Nasser. Da allora, le élites istruite, gli intellettuali, che erano sempre stati all’origine delle tendenze liberali, non sono più state capaci di trovare un linguaggio che parlasse alla popolazione araba. Una delle tragedie del Medio Oriente è che gli intellettuali arabi si sono rivelati incapaci di trasformare il proprio messaggio di democrazia in qualcosa con cui le masse potessero identificarsi. Ancor’oggi, gli ideali democratici rimangono elitari. E, di conseguenza, alla morte del socialismo, i liberali si videro sconfitti dagli islamisti per quanto riguarda l’uso del linguaggio popolare e la formulazione di un messaggio popolare.
Quindi, le ragioni di una mancata democratizzazione del mondo arabo vanno ricercate in questa storia dei movimenti politici e nell’incapacità di fare della democrazia un’ideologia rilevante di per sé, e non semplicemente come un’appendice del nazionalismo. Sinceramente, non mi convince la tesi che i paesi arabi non abbiano una cultura democratica di base. La realtà è che nessun paese ha una cultura democratica prima di diventare una democrazia. Tutti i paesi che sono divenuti democratici erano in precedenza governati da regimi autoritari.
Sono state tante e dure le critiche all’approccio dell’Amministrazione Bush rispetto all’esportazione della democrazia. Qual è la tua opinione in proposito?
L’Amministrazione Bush non si è mai fermata un momento a pensare a cosa stesse davvero facendo. In un certo senso, il piano era semplicemente quello di ottenere una trasformazione immediata del Medio Oriente, una speranza che naturalmente si è rivelata estremamente naif. A Washington pensavano che se gli Stati Uniti si fossero imposti sul serio, se avessero ordinato ai governi mediorientali di cambiare le cose, sarebbe avvenuto un cambiamento improvviso.
Non si sono mai presi una pausa di riflessione per domandarsi se, perlomeno, esistessero dei movimenti politici in questi paesi che potessero contribuire a fare degli ideali democratici degli ideali rilevanti per la popolazione. Ci si dovrebbe ricordare, in questi casi, che le trasformazioni in senso democratico necessitano di un processo politico che le conduca a termine. Non è tanto una questione di volontà e pensiero individuale, quanto un’attività di gruppo. L’Amministrazione Bush non ha mai cercato di scoprire se vi fossero, nel mondo arabo, delle organizzazioni pronte a promuovere un’agenda d ...[continua]

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