Don Virginio Colmegna, ex direttore della Caritas, è oggi alla guida della Casa della Carità di Milano.

Che cos’è la Casa della Carità?
La Casa della Carità è un luogo che offre ospitalità a chi, italiani o stranieri, donne e uomini, mamme con bambini, anziani, si trovi in una situazione di fragilità, disagio sociale ed emarginazione. Si tratta evidentemente di un’ospitalità gratuita, ma comunque temporanea. Parliamo di una presenza che non deve superare i 6 mesi -la media è di 4 mesi. In questo periodo si riattivano tutte le risorse pregresse affinché la persona -attraverso la casa e un lavoro- possa riconquistare una propria autonomia. Pur lavorando con l’emergenza noi abbiamo come obiettivo primario quello di spezzare la cronicità tipica dell’assistenzialismo.
Per quanto riguarda la fase d’uscita è previsto anche un accompagnamento, grazie a un’associazione che gestisce una serie di appartamentini. L’ospitalità è notturna e diurna, tranne che dalle 9 alle 5 del pomeriggio, ore in cui queste persone, sulla base dei progetti concordati, escono a cercare un lavoro o un inserimento. Il sabato e la domenica c’è la possibilità di stare in casa. All’interno della casa funzionano due ambulatori, uno medico e l’altro di carattere psicologico. Su 100 ospiti accolti più di 40 ormai sono passati ai servizi psichiatrici. Il problema del disagio mentale è drammaticamente presente.
Questa è un’ex scuola ristrutturata, gli uomini vengono ospitati in camere da cinque posti letto coi servizi, le donne in stanze con quattro posti letto, poi ci sono degli appartamentini, 3-4 appartamentini piccoli per mamme con bambini. C’è anche un’ospitalità non finalizzata alla residenza, che è quella delle docce, dove vengono almeno 100 persone alla settimana con un tesserino di riconoscimento. E’ un servizio generico che si accompagna poi a degli altri interventi che svolgiamo sulla strada. C’è anche una mensa.
All’ultimo piano invece c’è una comunità che chiamiamo “So-stare” per persone segnate dal problema del disagio psichico che hanno un progetto di permanenza più lungo che prevede una presa in carico e una cura che può durare anche anni. Questa è l’articolazione principale. A lato c’è il luogo di ascolto, ci sono spazi per il tempo libero. Ricordo che sono impegnati molti volontari accanto agli operatori.
Recentemente, ci siamo portati in casa, per così dire, anche alcuni rom vittime degli ultimi sgomberi. Siamo nella fase iniziale del progetto. Allo stato attuale abbiamo più di 40 bambini rom che sono qui con le loro mamme per sei mesi per un progetto di uscita in cui abbiamo coinvolto anche il Ceas, Centro Ambrosiano di solidarietà, che lavorava storicamente nel Parco Lambro dove abbiamo costruito un primo villaggio solidale per 70 persone, uomini, donne e bambini, lì temporaneamente per poi trovare dei progetti di uscita.
Devo dire che pur avendo così tante persone di etnie diverse, con storie diverse si è creato un luogo, una comunità. Tre giorni alla settimana vengono 80 anziani del quartiere, il movimento Terza età viene qui col parroco a fare gli incontri. Prima questo posto veniva guardato con diffidenza, ora invece si è creata una simpatia. Intendiamoci, nessuno nasconde che ci sono alcune difficoltà, alcune preoccupazioni, ma le persone hanno apprezzato la qualità della risposta e su questo si è creato un affiatamento anche positivo.
Diceva che la sfida è di superare la cronicizzazione…
Non vogliamo che le persone che si rivolgono a noi diventino più dipendenti, precipitando nelle categorie del clochard o del senza dimora o ancora dell’irregolare, vogliamo smontare questo meccanismo e valorizzare le risorse, restituendo agli uomini e alle donne il loro nome e cognome, quindi con un progetto di reinserimento, di accompagnamento anche legale (qui ci sono anche persone che arrivano dopo un percorso di carcere, c’è un rapporto anche istituzionale col carcere di Bollate e con quello di Opera). Insomma le persone quando vengono qui hanno un nome, hanno una storia, hanno una dignità.
Le regole per noi sono estremamente importanti, parlo di norme minime, come occuparsi della propria stanza, tenere in ordine, non portare alcol o altro, instaurare un rapporto di convivenza sereno con gli altri, essere disponibili a un dialogo.
Credo sia anche grazie a questo che le tensioni restano in fondo a un livello fisiologico. Superare la cronicizzazione, lo status di emarginato vuol dire anche puntare sull’eccellenza. Guai a noi a chiamarlo dormi ...[continua]

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