Chiara Marinelli è vice presidente della cooperativa Progetto Muret.

Come sei “approdata” a questa cooperativa? Quali sono state le tappe del tuo percorso?
La cooperativa è nata nell’82 e io sono diventata socia nell’86: sono ben ventun anni che ci lavoro!
Il contesto è quello dei primi anni ’80: da una parte, c’era un forte sviluppo del movimento cooperativo, dall’altra, importanti riforme legislative davano vita a grandi sperimentazioni nel settore dei servizi.
Personalmente, non potendo frequentare a Trento la facoltà di Sociologia, avevo deciso di soddisfare comunque il mio interesse per l’ambito sociale scegliendo la scuola per Assistenti sociali, che mi consentiva anche di garantirmi un impiego in tempi abbastanza rapidi e di conquistarmi così un’autonomia economica.
Di fatto questo percorso professionale mi ha messa in contatto con un mondo in movimento in cui c’era molta sperimentazione e molta innovazione. Si potevano dire cose forti (fare ipotesi audaci, formulare sogni coraggiosi) e si aveva l’idea che si potessero davvero costruire delle pratiche nuove, non solo parlarne, descriverle, affermarne la necessità. Questa sorta di militanza sociale ha sempre rappresentato il mio modo di far politica, anche se nel tempo si è accentuata una dimensione più professionale.
Dopo un anno di esperienza con minori provenienti da famiglie in difficoltà, ho incontrato la Progetto Muret che nasceva dalla fusione di due cooperative: la cooperativa Progetto, nata nell’82 nell’ambito del processo di superamento dell’ospedale psichiatrico a seguito della legge Basaglia, e la cooperativa Muret-Barca nata negli stessi anni in un quartiere periferico di Torino dove aveva sviluppato un lavoro sul territorio, soprattutto con i minori e con i giovani.
La cooperativa Progetto si era “inventata” la figura dell’operatore d’appoggio che aveva il compito di accompagnare le persone in difficoltà in un percorso di riabilitazione e di ripresa della vita quotidiana. L’idea di fondo era quella che si aveva a che fare con persone, anzi meglio con cittadini, uomini e donne di cui andavano rispettate la storia e le esperienze di vita, anche se dentro il manicomio. La cooperativa Muret Barca attraverso il suo lavoro territoriale urbano, aveva sviluppato una professionalità in quest’altro senso. Da qui è nata l’idea di unificare le due entità/realtà e le relative esperienze e competenze. Questo è stato il momento del mio arrivo.
Allora c’erano una quarantina di persone, circa come oggi: Muret Barca era molto piccola, con una dimensione locale; Progetto era un po’ più articolata.
Il primo gruppo di operatori della cooperativa Progetto nacque a seguito di un percorso di formazione finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del progetto di superamento dell’ospedale psichiatrico di Collegno, denominato Torino Progetto, cui partecipava anche La Nuova Cooperativa, una cooperativa allora definita “integrata” in quanto gli stessi degenti dell’ospedale psichiatrico ne erano soci lavoratori.
E’ in questa fase che si sono progettati percorsi formativi per creare una figura di operatore sociale “non professional”: la stessa selezione dei partecipanti ai corsi è stata fatta più che per titoli acquisiti, per la valorizzazione di competenze sviluppate in esperienze di vita.
La formazione verteva su due aspetti in particolare: da una parte doveva fornire agli individui gli strumenti per lavorare con lo specifico disagio della malattia mentale; dall’altra si proponeva di favorire la costituzione di collettivi in cui le persone potessero fare esperienze, anche di auto-organizzazione, recuperando capacità non più messe a frutto e sviluppandone altre ancora sopite. Il tutto era orientato a restituire alle persone la capacità di esercitare i propri diritti di cittadinanza, nonostante la propria condizione di malattia, di disagio, qualunque fosse il livello di debolezza identificato dagli altri. Quindi all’“operatore d’appoggio” veniva chiesto di essere capace di costruire nel sociale delle traiettorie, dei percorsi, dei contesti che rendessero possibile davvero questo percorso. Il nostro slogan è: “casa, lavoro e appoggio terapeutico”.
Puoi parlare un po’ di questa figura di “operatore d’appoggio”?
Oggi secondo me una figura così non trova una corrispondenza precisa in uno dei profili professionali esistenti nei servizi. Il più vicino è quello dell’educatore, ma essendo un profilo presente ormai in molte tipologie di servizi, rivolti a molti tipi di utenza e di d ...[continua]

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