Andrew Arato, docente di Teoria Politica alla New School di New York, ha pubblicato, tra l’altro, The Occupation of Iraq and the Difficult Transition from Dictatorship (2003).

A differenza delle raccomandazioni del gruppo Baker, la nuova parola d’ordine è diventata “surge”, ovvero un aumento, un “balzo” nelle truppe di stanza in Iraq; d’altro canto è stata avviata una nuova strategia con i Sunniti, tesa a correggere quel processo di de-Baathificazione da molti criticato… Come dobbiamo interpretare quello che sta succedendo in Iraq?
Innanzitutto, non sono così convinto che le raccomandazioni della commissione Baker, che peraltro non erano certo rivoluzionarie, siano state ignorate. In ogni caso, perlomeno c’è stato un primo contatto con l’Iran; ed effettivamente ci sono stati dei tentativi di conciliazione con i Sunniti durante l’ultimo periodo della carica dell’ambasciatore Zalmay Khalilzad, come pure il reinserimento alcuni tra i molti sottoposti all’“epurazione” post-bellica. C’è stato anche qualche contatto con gli insorti, per cui qualcosa si muove, qualcosa si evolve.
Non dobbiamo poi dimenticare che la strategia del “surge” era una possibilità prevista dallo stesso rapporto Baker. Potrei sbagliarmi, ma l’opzione di un incremento di breve periodo della presenza militare, seguita da un decremento di lungo periodo, mi sembra fosse già stata presa in considerazione. Per tutti questi motivi, non credo che l’amministrazione si sia molto allontanata da quanto previsto dalla Commissione Baker, che, ricordiamolo, non proponeva nulla di radicale né di audace.
Credo che la vera domanda da porsi sia se almeno una di queste strategie possa funzionare. Servirebbe evidentemente una sfera di cristallo per fare delle previsioni, tuttavia dal punto di vista militare ho l’impressione che il nostro contingente resti troppo ridotto per contare qualcosa: qualche beneficio si potrà ottenere solo nel breve periodo, e non su tutto il territorio.
Dal punto di vista politico, il problema principale degli Stati Uniti è che quand’anche vengono fatte delle cose giuste, ciò avviene così tardi che non riescono a incidere, certo non quanto se fossero state fatte in tempo utile. Se, ad esempio, si fosse tentato prima di costruire un’alleanza regionale con i vari paesi, come Arabia Saudita e Iran, sarebbe stata una scelta molto intelligente e importante, anche nell’ottica della questione israelo-palestinese.
Ma ora che il conflitto tra sunniti e sciiti si è allargato e approfondito, diventando parte del conflitto tra Arabia Saudita ed Iran, è troppo tardi. Così, nel momento in cui sarebbe opportuno tentare un negoziato, ci troviamo con una guerriglia che nemmeno i due Paesi sembrano in grado di fermare.
E’ certamente vero che l’Arabia Saudita ha avuto le propria responsabilità nell’avviare questo conflitto, e nell’armare i gruppi fondamentalisti sunniti in quest’ultima fase e nella precedente, l’avranno anche fatto per una questione di autodifesa, ma ora come fermare il fondamentalismo pakistano, le cellule di Al Qaeda in Mesopotamia, e tutti quei gruppi armati decentrati, accomunati dall’ideologia ma privi di un’ organizzazione unica?
Cosa intendi quando parli di “cose giuste al momento sbagliato”?
Non voglio dire che tutte le scelte giuste siano state compiute fuori tempo massimo, ma l’approccio in effetti sembra quello di uno sprovveduto: ci si mobilita regolarmente a posteriori, in base agli errori commessi, per cui è sempre una corsa a rimediare. Ma questo è il comportamento tipico di un ragazzino, non è certo la modalità con cui dovrebbe muoversi un governo. Un atteggiamento responsabile significa saper anticipare i problemi. Tra l’altro era possibile. In molti avevamo scritto con anticipo cosa sarebbe stato necessario fare: approntare una strategia da tenere con i Sunniti e in generale con i Paesi della regione, e tutta un’altra serie di elementi che -ammesso che una guerra fosse davvero la cosa giusta- avrebbero consentito di gestire la situazione nel modo migliore. Queste cose non sono state fatte allora, e ora è tardi per tentare di recuperare.
Khalilzad era lì già prima che arrivasse Paul Bremer, ed era già impegnato in molte delle cose che avrebbe fatto in seguito in qualità di ambasciatore. Bremer ha scalzato Khalilzad, che se ne è andato in Afghanistan, una cosa che pochi ricordano. Quand’era ancora in Iraq, fu proprio Bremer a fare pressioni sul governo perché venisse congedato. Al suo ritorno, Khalilzad ha quindi tentato di ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!