Francesco Grassi è dottorando in Storia e sociologia della modernità presso il dipartimento di scienze della politica dell’Università di Pisa.

In una società come quella occidentale, che sembra ormai irreversibilmente identificarsi con il sistema di libero mercato, il dibattito sulle sorti del socialismo sconta un’evidente subalternità ideologica nei confronti delle tendenze di pensiero dominanti. Eppure non tramonta del tutto il bisogno di ricercare strategie di intervento che consentano alla politica di farsi portatrice di un progetto in grado di coniugare le ragioni della libertà con l’inestinguibile tensione verso l’uguaglianza e la giustizia sociale. La figura di Riccardo Lombardi incarna un tentativo politico e teorico legato ad un’esperienza del passato, che forse conserva motivi di interesse anche nel presente. Quali credi che siano gli elementi peculiari del pensiero di Lombardi?
Il nome di Riccardo Lombardi è immediatamente associato, da coloro che abbiano una conoscenza anche solo approsimativa del personaggio, alla politica di programmazione economica. Ed in effetti la tematica planista costituisce senza ombra di dubbio l’elemento centrale dell’impegno teorico e pratico dello storico esponente della sinistra italiana almeno fino al 1964. Bisogna però ricordare che Lombardi non sostiene questa linea interventista fin dal principio; anzi, nella prima metà degli anni Quaranta, quando milita nelle fila del Partito d’Azione, in nome del libero mercato egli condanna esplicitamente l’ipotesi di un intervento statale in campo economico, vedendo in tale intervento il tratto caratteristico della politica dirigista del fascismo, secondo uno schema interpretativo accettato non solo, com’è ovvio, dalle forze moderate, ma anche dai partiti di sinistra, con la significativa ma circoscritta eccezione del Psiup.
Paradossalmente, Lombardi si libera di questo pregiudizio antistatalista proprio quando, terminata la guerra, le tendenze liberiste si impongono in maniera definitiva ottenendo che l’opera di ricostruzione dell’economia del Paese sia affidata alle forze spontanee del mercato, senza ingerenze statali. Lombardi comincia allora ad abbracciare quelle tematiche planiste che di lì a poco diverranno il tratto caratteristico della sua strategia politica, come testimoniano alcune iniziative di grande rilievo quali la battaglia per il cambio della moneta, la critica della politica economica portata avanti dal ministro del Tesoro Epicarmo Corbino, la difesa delle Partecipazioni statali dai propositi di smantellamento, la “lettera aperta” indirizzata nell’ottobre 1946, nelle vesti di segretario del PdA, alla Cgil. Quest’ultimo documento, sebbene cada nel vuoto senza ricevere risposta, riveste un’importanza particolare in quanto, con la richiesta della pianificazione degli investimenti e del controllo pubblico sulle imprese, contiene già, in nuce, le linee strategiche della programmazione lombardiana degli anni Cinquanta-Sessanta.
A partire dall’ottobre 1947, Lombardi prosegue il proprio impegno politico nel Psi, dove le tendenze planiste, impersonate da Rodolfo Morandi, sono particolarmente forti. Dopo la sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile 1948, i progetti di pianificazione vengono però accantonati dalle sinistre per decisione di un Pci ancora influenzato dalle teorie antiplaniste di Eugen Varga.
Come un fiume carsico, il tema della programmazione (termine asettico che ad un certo punto soppianta, anche nel linguaggio dei socialisti, quello di pianificazione, colpevole di ricordare troppo da vicino l’esperienza sovietica) torna tuttavia in superficie alla metà degli anni Cinquanta, in concomitanza con la presentazione dello “Schema” messo a punto da Ezio Vanoni e con la fine, poco tempo dopo, dell’esperienza frontista. Gli eventi del 1956, dal XX Congresso del Pcus all’invasione sovietica dell’Ungheria, segnano infatti uno spartiacque per il movimento operaio internazionale, mettendo in crisi i dogmi costitutivi di quella Weltanschauung che va sotto il nome di stalinismo, tra i quali occupano un ruolo preminente l’interpretazione catastrofica della situazione economica dei paesi capitalistici e la prassi della conquista del potere per via rivoluzionaria, mediante l’abbattimento dello Stato borghese. Rivelatasi illusoria, almeno nel breve periodo, la prima ipotesi ed impraticabile, nei paesi occidentali, la seconda, alla sinistra italiana non resta che affrontare un lungo e travagliato processo di revisione ...[continua]

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