Nelly Norton vive a Torino, dove lavora come psicologa presso il Dipartimento di Salute Mentale.

Mi commuove sempre parlare di Jacek. Avevo tredici anni quando l’ho conosciuto. Mia madre era disperata perché ero una ragazzina “complicata” cioè difficile, ribelle, che andava male a scuola creando problemi non indifferenti, tant’è che mi aveva anche portato da un neuropsichiatra infantile che mi aveva sottoposto a vari test. Ebbene, gli specialisti le avevano consigliato di inserirmi in un gruppo, un’organizzazione di ragazzi della mia età.
Così, attraverso un amico comune di mia madre e di Jacek Kuron, sono entrata nei “pionieri rossi”, rossi a differenza di quelli ufficiali, dello Stato, che pure si consideravano tali… ma noi lo eravamo di più, portavamo anche il fazzoletto rosso al collo…
Sono così entrata nei Walterowcy, questo il nome dell’organizzazione, e lì ci sono i ricordi più belli della mia infanzia…
Le attività erano le stesse dei pionieri ufficiali, salvo che noi partecipavamo con uno spirito completamente diverso, più autentico. A seguirci c’erano dei ragazzi un po’ più grandi di noi e in tutti c’era una grandissima attenzione alla trasmissione dei valori supremi, che per me e per la stragrande maggioranza di chi ha fatto questa esperienza cruciale sono rimasti tali: la difesa dei deboli sempre ovunque, a qualunque prezzo, la partecipazione, la vicinanza, la solidarietà, la verità, la correttezza, il rispetto nei rapporti interpersonali…
Ricordo soprattutto i campi estivi, in cui andavamo a dare una mano ai contadini nelle campagne; vivevamo accanto ai loro figli che andavano in giro per i campi a badare le mucche scalzi. Ecco, per dire, ad un certo punto, spontaneamente, da soli, avevamo deciso di toglierci anche noi le scarpe, ma con una totale naturalezza, non c’era nulla di imposto.
Un altro valore che Jacek ci insegnava era quello dell’internazionalismo: noi non siamo soli, non siamo isolati, facciamo parte del mondo intero e siamo uniti nella “fratellanza dei popoli” -slogan del regime comunista, ma che per noi era una sfida affascinante. Tant’è che noi ragazzini cantavamo canzoni in tutte le lingue; dalle canzoncine cinesi a quelle delle brigate internazionali della guerra di Spagna, alle canzoni in francese, e soprattutto in Yiddish. Io mi ricordo in particolare le canzoncine che si accompagnavano ai balli vicino al falò. Il messaggio era che anche quella era la cultura della Polonia, del posto dove vivevamo. Tra di noi c’erano tanti figli di ebrei più o meno mascherati, all’epoca tutti nascondevano la loro origine ebraica.
Nell’organizzazione c’erano i figli dell’élite intellettuale di Varsavia, e della nomenklatura. I nostri genitori erano assolutamente consapevoli che noi venivamo educati in proseguimento ai loro ideali ma con un forte spirito critico.
I Walterowcy sono stati la nostra scuola; i legami che si sono creati allora permangono tuttora; per Jacek, poi, eravamo tutti i suoi figli ed a ragione perché per noi lui in effetti era un “papà” alternativo a quello di casa.
Considera che noi eravamo cinquecento ragazzi e lui ci conosceva uno per uno, sapeva tutto di ciascuno ed era molto attento ad ognuno.
Jacek era un grande pedagogista, aveva una straordinaria dote: sapeva stare con le persone indipendentemente dalla loro età, quindi anche con noi ragazzi. Nel corso degli anni ho avuto modo di vederlo all’opera infinite volte, anche con i nostri figli, i suoi “nipoti” -lui infatti non smise mai di chiamare noi i suoi bambini, i suoi figli…
Quando Jacek è morto, ho ricevuto una telefonata da Varsavia alle 6 del mattino e il mio primo pensiero è stato: “Nessuno più mi chiamerà figliola mia”. Per i nostri figli lui era diventato “nonno”, un nonno molto caloroso, attento, ormai anche un mito…
Era una persona straordinaria. Ricordo che qualche anno fa durante una vacanza, eravamo seduti in canoa e stavamo parlando, c’erano tutti i bambini intorno… beh, improvvisamente Jacek disse: “Adesso facciamo piangere Nelly”. Era seduto davanti a me. Ogni tanto ci metteva in crisi, ci diceva: “Tu tornerai qui, vedrai che da grande vorrai vivere qui...”.
A quel punto, comunque, si mise a intonare -cantava molto bene- una canzone dei lager sovietici degli anni ‘40 che io avevo portato nell’organizzazione dopo averla imparata in montagna da alcuni alpinisti che andavano nel Caucaso ad arrampicare e l’avevano sentita cantare dai dissidenti russi. Insomma, c’era questa canzone del lager di Kogima che tutti ...[continua]

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