Alessandro Santoro, sacerdote, è ideatore e fondatore della comunità Le Piagge, quartiere alla periferia di Firenze, dove vive e opera.

La comunità delle Piagge prende il nome dal quartiere dove ha la sua sede e opera. Puoi raccontarci come è nata e cresciuta questa esperienza?
Prima di tutto c’è il quartiere, che nasce nella testa degli amministratori negli anni ’70. In quel periodo in tutte le grandi città si avverte l’urgenza e il bisogno di costruire spazi abitativi per le giovani coppie, come pure per le persone che all’epoca emigravano soprattutto dal Sud verso il Nord d’Italia.
Quindi in quegli anni viene fatto un piano di edilizia popolare che trova una possibilità di finanziamento negli anni ’80. Questo è un corridoio stretto e lungo, 3 km e mezzo per una larghezza di 500 metri nel punto più largo, incuneato tra la Pistoiese e l’Arno, con accanto la ferrovia, l’autostrada e il viadotto.
Le Piagge viene costruito a pezzetti lungo questo corridoio di terra nella periferia ovest di Firenze: un luogo certamente malsano e sicuramente inadatto alla costruzione di un quartiere visto che è una delle zone di esondazione dell’Arno. Nell’85 vengono assegnati i primi 3000 appartamenti popolari (che costituiscono il 70% di questo quartiere) a famiglie originarie del Meridione, o comunque a persone costrette in situazioni abitative molto precarie. Il resto sono case di edilizia residenziale per impiegati pubblici, come le case dei postali, dei ferrovieri…
Dall’85 a oggi il quartiere ha visto molti cambiamenti. Generazionali in primo luogo. Qui si fanno figli abbastanza presto, la media per famiglia è molto alta rispetto a quella cittadina. Ma i figli di quegli emigrati -e per qualcuno anche i nipoti- sono molto diversi dai loro genitori e parenti: sempre più lontani dalle caratteristiche identitarie delle proprie famiglie di origine. Vivono il quartiere con un forte senso di appartenenza e hanno una visione del mondo molto più ristretta -anche molto meno accattivante di quella dei loro genitori (che ho conosciuto quando erano ragazzi). Allora le relazioni con il quartiere, con il mondo circostante erano anche violente, aggressive, ma i ragazzi che nascono in una situazione di periferia urbana come questa oggi rischiano di essere figli del niente. Parliamo di ragazzi che vivono il loro quartiere senza avere una piazza -l’unica è quella del centro commerciale. Tutto questo ha creato una sorta di fatica, di pesantezza: i ragazzi nascono e crescono senza una visione armonica della città, senza una relazione con il territorio. Fuori da questo pezzetto di terra non si sanno muovere, qui magari sembrano dei leoni, ma il loro mondo è questo, al massimo ti dicono: “andiamo a Firenze”. C’è anche un disagio diffuso: nel nostro quartiere solo un ragazzo su dieci circa arriva alla fine delle scuole superiori; anche per questo motivo la possibilità di spostarsi dal quartiere diventa minima; ti sposti soltanto per fare delle cose che sono strumentali al consumo come andare in discoteca; se gli domandi chi è il sindaco non lo sanno, dov’è Palazzo Vecchio, non lo sanno…
Il secondo cambiamento importante riguarda l’aumento del numero delle famiglie straniere che hanno visto via via assegnarsi le case popolari. Ci sono anche parecchi rom, ormai stanziali, rumeni, albanesi, africani.
L’orizzonte ristretto dei ragazzi italiani riguarda anche i ragazzi stranieri?
No, i ragazzi stranieri vivono un’altra sofferenza, che è la crisi rispetto al paese di appartenenza. Si tratta di ragazzi di 15-20 anni che non sono nati qua, casomai sono arrivati da bambini e ora vivono questa sorta di schizofrenia tra la vita all’interno della famiglia, dove vengono conservati gli usi, i costumi, le tradizioni, la lingua e la vita “fuori”. Questo li rende molto vulnerabili, precari, e in qualche modo a rischio, tant’è vero che molti di loro, anche molto bravi, aperti, sono andati alla deriva con problemi di alcool, tossicodipendenza.
Prima accennavi ai rom...
Hanno abitato per anni in un campo informale, cioè non autorizzato; erano 70-80 persone rom abbastanza tollerate e accettate. Poi qui al centro noi gli abbiamo fatto un po’ da collettore, in modo che avessero cittadinanza piena. Quindi il campo è stato smantellato e i rom sono stati “diasporati” come spesso succede. Allo stesso tempo è iniziato l’inserimento dei rom nelle case popolari, e questa è diventata la zona della città dove ci sono più rom alloggiati in edifici popolari.
Quindi una comunità rom com ...[continua]

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