Silva, Marina, Pina, Licia, Graziella, Antonella, Patrizia, Francesca, Loredana, Laura, Liliana, Eliana, Mara, sono alcune delle donne di “Cagipota”, gruppo femminile di aggregazione, accoglienza e reciproco sostegno di Trieste.

Silva. Per raccontare la storia del nostro gruppo bisogna andare un po’ lontano nel tempo, al ‘96-’97. Siamo partite da una stanza del Centro di Salute Mentale di Barcola, dove abbiamo cominciato ad incontrarci, e da un progetto, quello di creare un punto di aggregazione per le donne accolte nel centro. L’idea base, scaturita da un’osservazione dei vissuti e dei comportamenti, era il riconoscimento di una specificità femminile nel vivere il disagio e la sofferenza, di una maggior difficoltà anche nel momento dello star male. In determinate situazioni, detto banalmente, gli uomini si riuniscono davanti alla televisione, magari per una partita di pallone, le donne, invece, forse si sentono più sole…
Da ciò è nata l’idea di creare un punto di aggregazione e di dedicarvi il mercoledì, che col tempo è diventata la giornata storica. Ed è forse la giornata meno strutturata, più movimentata, più libera, quella in cui le donne parlano dei loro progetti e dei loro sogni.
Abbiamo iniziato leggendo dei brani, dei testi anche relativamente brevi, ai quali seguiva una discussione aperta, per far emergere i saperi delle donne, le loro esperienze personali, i loro vissuti. Via via abbiamo fatto dei salti di qualità, legati anche a motivi contingenti. Ad esempio, in un periodo in cui il Centro di Barcola era inagibile per motivi di ristrutturazione abbiamo traslocato nel comprensorio della Stock, a Roiano, e questo ha fatto sì che fossimo più presenti nel quartiere.
Poi, dopo lunghissime discussioni, paure, titubanze, interrogativi, abbiamo fatto il salto e siamo approdate a questo appartamento. E’ stata una scommessa impegnativa perché un conto è riunirsi un pomeriggio alla settimana, un altro è gestire un appartamento all’interno di un progetto complesso di accoglienza e residenzialità.
Tra l’altro volevamo che non fosse il solito gruppo-appartamento, ma una casa dove le persone possano fermarsi per un certo periodo di tempo e fare un percorso individuale con l’aiuto di altre donne, di amiche che hanno provato anch’esse l’esperienza della sofferenza, e sono quindi più capaci di capire certi bisogni, certe domande.
Accanto a questo, ci sono anche altri progetti, l’ultimo in ordine di tempo sono gli incontri al Caffè San Marco la domenica pomeriggio, un momento piacevole di scambio tra amiche, assolutamente deistituzionalizzato e informale.
Marina. Io ho fatto un’esperienza personale di depressione molto grave, con qualche episodio di mania, un po’ più preoccupante. Perché se una persona si sente triste e sola non crea problemi a livello sociale, ma se a un certo punto crede di possedere la verità o robe del genere, inevitabilmente crea un po’ di allarme attorno a sé.
Quando ho ricominciato a lavorare, sono diventata insegnante di sostegno per ragazzi portatori di handicap, e il fatto di essere passata attraverso un’esperienza di sofferenza sicuramente è diventato una risorsa. Perché un conto è avere un atteggiamento che tende verso la depressione (cosa comunissima), un altro è sentirsi responsabili di tutto il male del mondo, per cui tutto quello che non va è colpa nostra. Non è evidentemente una lettura lucida della realtà, però, alla fine, una “capacità” di autocritica così eccessiva, può diventare utile in un lavoro di questo tipo. La mia vulnerabilità, la mia debolezza, se vogliamo chiamarle così, mi hanno dato una certa capacità di ascolto dei ragazzini con problemi. Uno che è portato a pensare che se il ragazzino non impara sicuramente è colpa del ragazzino, che poverino è limitato, oppure è colpa della famiglia, forse è meno adatto a fare questo lavoro.
Qui nel gruppo siamo sempre portate ad ascoltarci l’una con l’altra, e questo è molto importante. Ron Coleman, che ha scritto quel bel libro sulla sua storia di sofferenza, e sulla sua uscita dalla sofferenza -adesso è una persona che aiuta gli altri- diceva che non sarà un caso se la natura ci ha dato due orecchie e una bocca; forse bisogna che ascoltiamo almeno il doppio di quanto parliamo, cosa che nella società, lo sappiamo, succede molto poco. Allora, una delle ricchezze del nostro gruppo è proprio la disponibilità ad ascoltarci. Qualche volta parlando tutte insieme intorno al tavolo, altre volte parlando a due a due.
Qui si creano, come diceva S ...[continua]

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