Laura Dolci Kanaan, bolzanina, dopo aver lavorato nella missione di pace dell’Onu in ex Jugoslavia è stata sindaco Onu di Obilic, una cittadina in Kosovo di trentamila abitanti. Prima di essere trasferita nella sede di Ginevra, ha lavorato a New York, nel palazzo dell’Onu.
Il libro di Jean-Sélim Kanaan a cui si fa riferimento nell’intervista è La mia guerra all’indifferenza, uscito in Italia per Marco Tropea Editore.

Non sono andata al Cairo, è stato bruttissimo per me non andare, ma mio figlio aveva un mese e non era vaccinato. Poi era piena estate, c’erano cinquanta gradi, io lo allattavo al seno… Per miracolo il latte era rimasto e il dottore mi ha detto: “Signora, è un miracolo che lei stia in piedi, che il bambino stia bene, non si sottoponga a questo”. Era stato già un tour de force… perché il funerale è stato dieci giorni dopo la morte, tanto c’era voluto prima che il corpo tornasse a casa. Però avevo voluto io che fosse sepolto al Cairo e conoscevo il cimitero perché ero stata sulla tomba di suo padre.
Al Cairo ci sono andata soltanto a febbraio di quest’anno, dopo sei mesi. Mi sono portata dietro il piccolino, e quando sono arrivata sulla tomba… Avevo lasciato carta bianca alla famiglia per la lapide, e la zia s’era presa l’arbitrio, uno: di mettere la “c” al cognome, e poi di mettere “dottore”, “dottor Jean-Sélim Canaan”. Io arrivo davanti alla tomba e faccio: “Ma zia…”. E lei: “Da morto non mi poteva più dire niente, quindi la “c” se l’è beccata”. “E per il “dottore” con tutto quello che ha fatto è più che dottore, quindi il titolo di dottore se l’è guadagnato”. E poi sotto, in arabo, hanno fatto scrivere “martire”, shaid, “per la pace e per l’umanesimo”. Molto bello.

Già, la “c” al posto della “k” di Kanaan. E’ una vecchia storia della sua famiglia. Il ramo di mio marito, che poi era l’unico che aveva prodotto il maschio, e che quindi “teneva” il nome, scrive il nome con la “k”, perché il suo papà, al tempo di Nasser (non ho mai capito bene la storia, suo padre è morto che Jean-Sélim era adolescente, quindi nemmeno lui la storia l’aveva potuta sapere bene) fece cambiare il nome perché la “c” non è un suono arabo, mentre la “k” sì. Quindi fece arabizzare il nome. L’altro fratello, che, fra l’altro, produceva solo femmine, ha tenuto il cognome con la “c”, e quindi ogni volta che Jean-Sélim tornava in Egitto questa storia saltava fuori a tavola, in famiglia: “Devi rimettere il nome con la “c””. E lui: “No, no, papà aveva ragione, con la “k”, siamo tutti arabi”, e faceva arrabbiare tutti i parenti… Perché i cristiani d’Egitto sono convinti di discendere in linea diretta da Kheope, gli arabi sono arrivati dopo. Insomma, Jean-Sélim prendeva sempre in giro sua zia, ma in maniera bonaria, alla fine si finiva tutti a ridere.
Sì, i Kanaan sono cattolici melchiti, quindi minoranza delle minoranze. E’ una comunità che si è sviluppata lungo il Mediterraneo, in tutto mi sembra che siano diecimila-quindicimila al mondo, soprattutto in Siria, in Libano, fino in Egitto. Praticamente sono cattolici, hanno riconosciuto il papa, però il rito è bizantino. Poi sono talmente pochi che si sposano anche con i copti o con gli ortodossi, è abbastanza che siano tra cristiani. Infatti il funerale, quello a Parigi, l’abbiamo fatto nella chiesa dedicata a questa comunità, che è molto bella, è una delle chiese più vecchie di Parigi, si chiama St. Julien le Pauvre ed è attaccata a Notre-Dame. Come dicevo il rituale è bizantino, quindi con le icone e i canti. Il funerale è tutto cantato in una mescolanza di greco antico, di arabo e di aramaico. Fa molta impressione.
Poi quando il corpo è arrivato in Egitto, hanno fatto la cerimonia anche nella chiesa cattolica melchita della parrocchia della famiglia, ce ne sono diverse in Egitto. E’ stato un funerale cantato, anche più bello -mi hanno detto- di quello di Parigi. E poi il cimitero antichissimo, nella vecchia Cairo, con queste pietre vecchie, con il muro limitrofo al cimitero copto. Vicino c’è il convento di San Giorgio, la chiesa di Marie Guirguis, c’è una vecchissima sinagoga… Da fuori non ti rendi neanche conto che è un cimitero perché ci sono degli scavi archeologici, degli scavi di fognatura, e poi entri e c’è la vecchia baracca del custode, dove vive la sua famiglia, tre o quattro bimbi (quando tu arrivi gli dai quattro lire egiziane e ti puliscono la tomba, buttano l’acqua, perché la sabbia del deserto copre tutto). Sono entrata e non mi hanno visto perché erano in casa; ero davanti a ...[continua]

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