Olivier Dupuis, sociologo, eletto segretario del Partito radicale transnazionale nel 1995, membro del parlamento europeo, lo scorso gennaio ha intrapreso uno sciopero della fame affinché la questione del genocidio ceceno sia finalmente affrontata con determinazione, dal punto di vista politico e umanitario, dalle autorità dell’Unione Europea e degli Stati membri.

Si può parlare di genocidio in Cecenia?
E’ evidente che questo genocidio prende forme diverse da quelle che conosciamo: non ci sono le camere a gas, non ci sono le forze armate, come nel caso armeno, che massacrano durante qualcosa che assomiglia più o meno a un conflitto. In Cecenia è una cosa diversa, intanto parliamo di una guerra che si protrae da almeno dieci anni (la prima guerra russo-cecena va dal ’94 al ’96, ripresa poi dal ’99 fino ad oggi) e questo è un elemento importante per valutare la natura e l’ampiezza del fenomeno in atto. Ricordiamoci poi che stiamo parlando di una popolazione di circa un milione di abitanti, dei quali si stima ne siano morti tra i 150.000 e i 250.000, il 20% circa, nell’arco di dieci anni.
A questi vanno aggiunti il numero dei feriti e soprattutto di coloro che sono rimasti invalidi, combattenti ma spesso anche civili, bambini, donne, anziani, ecc., e anche qui parliamo di decine di migliaia di persone. Inoltre bisogna considerare un numero altissimo di rifugiati; qui le stime variano, è difficile fare un censimento, ma anche in questo caso si parla di 250.000-300.000 rifugiati interni (cioè ceceni che sono rimasti in Cecenia ma che sono stati costretti ad abbandonare la propria casa perché distrutta o perché la città in cui vivevano era diventata troppo pericolosa) e di oltre 200.000 rifugiati al di fuori della Cecenia. Molti si trovavano in Inguscezia, ma da un anno a questa parte le autorità russe hanno messo in atto una politica di espulsione, chiudendo questi campi profughi e innescando una serie di manovre e di logiche che hanno costretto questi rifugiati a tornare in Cecenia. Di questi, una parte oggi è entrata a far parte del numero dei rifugiati interni, un’altra è fuggita all’estero; una decina di migliaia probabilmente è andata in Azerbaijan, alcune migliaia in Georgia, parecchi in Russia, e sempre di più nell’Unione Europea. Oggi poi molti si stanno dirigendo anche verso i paesi confinanti con la Russia che ora fanno parte dell’Unione Europea, come la Polonia ad esempio, ma anche verso l’Ucraina e altre ex repubbliche sovietiche. In particolare c’è un grosso flusso verso il Kazakistan, che fu il loro paese di “accoglienza” durante la deportazione in Asia Centrale del popolo ceceno e di altri popoli del Caucaso, messa in atto da Stalin nel ’44. Avendo sempre mantenuto contatti con quel paese, e in mancanza di soldi per rifugiarsi nell’Unione Europea, che è sempre la via più ambita ma anche più costosa, il Kazakistan -o anche l’Uzbekistan- diventano paesi rifugio accettabili pur di fuggire dalla Cecenia, ma anche dalla Russia.
Sono molti i ceceni profughi nell’Unione Europea?
Le stime sono diverse, e di questo bisogna tener conto; quelle ufficiali parlano di 150.000 persone, ma secondo me il numero è molto più vicino al doppio perché molti ceceni non sono registrati, anche a causa delle difficoltà che molti dei paesi dell’Unione Europea frappongono a concedere asilo politico. Soprattutto negli ultimi tempi c’è stata un’accelerazione, per cui ogni giorno ci sono centinaia di ceceni che tentano di arrivare nell’Unione Europea attraverso la Polonia, e si stabiliscono in Germania, Belgio, Francia e Olanda (i paesi in cui si trovano le comunità più grandi). Probabilmente siamo attorno ai 100.000 rifugiati.
Quindi riassumendo: un quarto dei ceceni vive attualmente in Cecenia, un quarto ci vive ma non più nella propria casa, un quarto è stato ucciso e un quarto ha trovato rifugio al di fuori della Cecenia. Questo per dare delle cifre, perché credo sia importante anche conoscere i numeri di questa tragedia.
Se a questo aggiungiamo l’ampiezza della distruzione di Grozny, la capitale, che contava 400.000 abitanti nel ’94… beh, persino Putin ha dovuto ammettere di essere rimasto sconvolto durante la sua ultima visita, risalente a quattro mesi fa. Grozny è oggi una città quasi completamente rasa al suolo, non c’è più lavoro, perché non ci sono più industrie, non c’è più produzione, se non nel campo illegale dell’estrazione di petrolio o in alcuni business altrettanto illegali. Ci sono infatti traffici di petrolio, in buona part ...[continua]

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