Marcello Flores insegna Storia Comparata e Storia Contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Siena. Ha pubblicato, tra l’altro, Il Sessantotto (con Alberto De Bernardi), Il Mulino, 2003; Il secolo-mondo. Storia del Novecento, Il Mulino, 2002; In terra non c’è il paradiso. Il racconto del comunismo, Baldini&Castoldi, 1999; 1956, Il Mulino, 1996; L’età del sospetto. I processi politici della guerra fredda, Il Mulino, 1995.

Il partito comunista italiano ha sempre avuto la fama di essere “diverso”, ovvero meno ligio rispetto all’Urss. Eppure, in particolare a partire dal ’56, chi prese posizione contro l’Unione Sovietica venne isolato, anche sul piano personale. Come si spiega questa forma di ipocrisia?
Innanzitutto eviterei la parola “ipocrisia” perché connota subito un giudizio morale. Credo che la questione vada invece affrontata da un punto di vista storico. In quest’ultimo periodo ci sono stati diversi interventi sul tema, da Galli della Loggia sul Corriere della Sera all’ultimo libro di Zaslavsky sullo stalinismo della sinistra italiana, che, pur individuando giustamente i limiti, le colpe, le omissioni della sinistra italiana, si limitano, soprattutto il primo, a una forma di invettiva morale, senza compiere il passo successivo che è quello di problematizzare, ovvero di formulare interrogativi storici.
Il partito comunista francese, per esempio, sul piano ideologico era estremamente rigido, settario e anche abbastanza incolto. Il comunismo italiano rappresentava invece un modello di atteggiamento critico, che dava la possibilità di una presa di distanza dallo stalinismo. Quindi c’era innanzitutto un elemento di relatività che lo faceva sembrare diverso.
Oggi, a prevalere è un atteggiamento un po’ speculare tra gli accusatori e i difensori. Gli accusatori dicono: i comunisti italiani si credevano e si sentivano maggiormente autonomi invece erano servi di Mosca come gli altri -estremizzo un po’; gli altri rispondono: noi in Italia eravamo totalmente diversi, facevamo la nostra politica, avevamo la nostra linea…
Il partito comunista italiano è stato un partito estremamente ligio a Mosca; soprattutto negli anni ‘50 è stato un partito ultrastalinista. Il libro di Zavlavsky mostra appunto -documenti alla mano- che era quella l’interpretazione giusta. Tuttavia, è altrettanto vero che il comunismo italiano si è caratterizzato per una lotta in difesa della democrazia, dei diritti sociali, dell’allargamento di spazi di libertà e democrazia.
Ecco, questi sono due aspetti che vanno tenuti distinti e però considerati entrambi.
Tra gli anticomunisti pare abbiano trovato cittadinanza più gli ex comunisti che quelli che comunisti non erano mai stati. Figure come Nicola Chiaromonte sono rimaste ai margini… Perché in Italia non è mai sorto un anticomunismo di sinistra?
Questo è stato sempre un po’ vero nella storia del comunismo: gli ex comunisti, i disillusi o i rinnegati (a seconda di come venivano classificati o si qualificavano), sembravano i più adatti e i meglio autorizzati a capire e quindi a poter condannare.
In effetti, in Italia non c’è mai stata una sinistra antistalinista e di massa. E’ mancato proprio uno spazio culturale per figure come quella di Chiaromonte, così come è mancato uno spazio politico per un’esperienza compiuta di socialdemocrazia.
Probabilmente se la crisi del ‘56 fosse avvenuta nel ‘63, quando il processo di modernizzazione, del boom, era arrivato a compimento e c’erano anche altre possibilità culturali, le cose sarebbero andate diversamente.
Invece la crisi è arrivata mentre erano in atto uno scontro e una polarizzazione che non erano solo politiche, ma anche sociali. Nel 1956 era impossibile che le masse operaie decidessero di abbandonare il Partito Comunista perché questo, allora, non solo costituiva l’armatura che le difendeva sul piano contrattuale e sindacale, ma rappresentava anche un’identità diversa, l’idea di un avvenire e un futuro gratificanti, di una vita completamente differente che permetteva di reggere una quotidianità spesso difficile...
Non è un caso che siano stati gli intellettuali ad andarsene. Nel legame che si era costruito tra il Partito Comunista e le masse operaie, oltre al ruolo della Resistenza, della difesa sindacale ecc., il rapporto con l’Urss aveva costituito un elemento importante, era la nuova religione.
Allora, se vogliamo dare per buona questa analogia, bisogna anche riconoscere che non è così facile che la Chiesa perda fedeli perché in una parte del mondo si comporta male; non è perché alcuni preti cattolici americani vengono accusati di pedofilia che improvvisamente la gente smette di credere nella Chiesa. Le cose sono più complesse. Proprio perché il legame con l’Urss si era configurato come una vera religione con tratti fideistici, rituali e linguaggi, romperlo sarebbe stato possibile solo in una situazione di profondo cambiamento sul piano internazionale e attraverso un processo lungo, non improvviso.
Tanto è vero che ciò che lentamente ha allentato il legame con l’Urss, è stata la modernizzazione, quindi una progressiva laicizzazione dell’intera società anche attraverso il consumismo. In Italia poi c’è sempre stata questa spinta alla radicalizzazione del conflitto, della contrapposizione, che tutte e due le parti alimentano anche per poter continuare a esistere. Non è un caso che ancora adesso tutte le posizioni “terze” non riescano a trovare mai spazio, sbeffeggiate da uno schieramento e dall’altro.
Probabilmente se il Partito Socialista, ma anche un pezzo di Democrazia Cristiana, avessero pensato di creare davvero un partito democratico, le cose sarebbero potuto andare diversamente… Però parliamo di un’operazione totalmente artificiale, volontaristica... che di fatto non c’è stata.
Questo naturalmente non giustifica che le poche voci critiche spesso non siano riuscite ad avere proprio alcun pubblico, alcuna eco da nessuna parte; ma questo fa parte anche del provincialismo culturale dell’Italia di quegli anni che, anche se in versioni più mediatiche, continua tutt’oggi.
A differenza del fascismo, che certo alleandosi al nazismo s’è macchiato dell’onta della Shoah, sembra che il comunismo, nonostante i crimini commessi in suo nome, sia riuscito ad evitare quel marchio di infamia. Come si spiega? E’ legato a un processo di rimozione?
E’ difficile parlare di rimozione. Prendiamo il regime di Cuba: oggi sappiamo cosa accade eppure tutti coloro che si pongono alla sinistra dei DS (e alcuni anche dentro quel partito) continuano a difenderla. Peraltro le ragioni che adducono sono un po’ le stesse di allora, l’accerchiamento imperialista, le conquiste sociali, l’alfabetizzazione, il confronto con le dittature centroamericane che hanno portato miseria…
Credo che la spiegazione (o le spiegazioni) sia allora da ricercarsi nell’ideologia, nella teoria, cioè nell’idea che c’è un percorso storico in cui ci sono elementi principali, che vanno assolutamente difesi, e altri, secondari, di cui possiamo interessarci meno: tra questi la democrazia. Questo significa, per esempio, che quando si guarda a quello che una volta si chiamava Terzo mondo, ai Paesi arretrati, libertà e democrazia risultano secondarie rispetto agli obiettivi dello sviluppo economico e di una maggiore eguaglianza sociale. La Cina ha avuto uno sviluppo maggiore dell’India; che poi sia costato milioni di morti, beh quello fa parte del prezzo che bisogna pagare alla storia.
Questa, tra l’altro, è una giustificazione che in passato veniva non solo dai filocomunisti. Ad esempio, negli anni ‘30 si era iniziato a interrogarsi sul “prezzo” della collettivizzazione sovietica, si intuiva insomma che qualcosa non andava, però -di nuovo- il tutto si teneva: era il prezzo che i contadini (destinati a scomparire dalla storia) dovevano pagare; se qualcuno soccombeva pazienza. Ebbene, questo lo dicevano anche i liberali, i radicali, i democratici che andavano in Russia in quegli anni, tornando entusiasti. Anche perché nel frattempo l’Occidente stava attraversando la crisi del ‘29, e i fascismi avanzavano, per cui si pensava che quella potesse essere davvero un’alternativa.
Detto questo, è vero che c’è una dissimmetria: nessuno si sognerebbe di usare gli stessi argomenti per giustificare il nazismo. Eppure anche il nazismo ha portato progresso economico, ha pacificato, ha tolto la disoccupazione. Hitler ha creato un sistema di autostrade all’avanguardia e in anticipo su tutti, ma, lo ripeto, dubito che a qualcuno possa venire in mente di mettere tutto questo nella bilancia al fine di diminuire il peso dell’antisemitismo e delle sue tragiche conseguenze.
Credo che questa sia una specificità della sinistra, della sua mentalità. C’è quest’impronta, possiamo chiamarla marxista grezza, che implica un’idea del progresso storico, del progresso soprattutto quantitativo, materiale, per cui intanto si dà da mangiare a tutti e poi si darà anche la libertà. E questo nonostante che il crollo del regime sovietico abbia dimostrato l’esatto contrario: alla fine, pur avendo raggiunto il culmine della sua potenza economica, l’Urss non riusciva più a dare da mangiare a tutti.
Il che non vuol dire non riconoscere che, nella miseria diffusa, il sistema sanitario o pensionistico che esisteva nei Paesi di democrazia popolare, era qualche cosa di formidabile. E’ l’idea del baratto che non regge, questo bisogno di “scambiare” continuamente giustizia e uguaglianza con libertà e democrazia...
Nel caso della sinistra, in effetti, c’è qualcosa che è difficile da spiegare fino in fondo.
Credo che uno degli episodi peggiori della storia della sinistra sia il genocidio in Cambogia; un genocidio portato a compimento da una rivoluzione socialista vittoriosa che, appena preso il potere, ha cominciato a massacrare e decimare il suo popolo, e che è stato così tenacemente rimosso, se non addirittura negato -anche di fronte all’evidenza. Ora, potrei sbagliarmi, ma credo che Chomsky abbia accettato di chiamarlo genocidio nel ‘94, cioè 20 anni dopo.
Ecco, personalmente, ritengo che proprio quello sia stato il momento del crollo definitivo dell’immagine del comunismo, più ancora di tutte le vicende del passato.
Però credo, spero, che questo sia stato anche un fatto generazionale. Oggi mi sembra ci sia una maggiore lucidità nei giovani nel giudicare le nefandezze storiche dei diversi regimi.
Purtroppo il movimento pacifista, il movimento no-global, continuano ad avere come portavoce personaggi che invece hanno mantenuto quella mentalità, quella cultura della giustificazione che, in nome della lotta contro il nemico principale, accetta tutto.
Anche sul piano politico, alla dichiarazione solenne di alcuni leader, non è però seguito un vero cambio ai vertici dei partiti post-comunisti. Così resta un dubbio culturale…
Sì certo, perché in fondo sono tutti problemi che appartengono più alla politica che alla storia.
Allora, i post-fascisti (e non a caso però andando a Gerusalemme nel momento in cui Israele rappresenta anche politicamente una certa cosa) dichiarano genericamente: riconosciamo che la Shoah è stata la più grande disgrazia del secolo. Dal canto loro, i comunisti ormai accettano che si parli delle foibe perché è una cosa che in fondo riguarda i comunisti titini…
Io comunque negli anni ‘70 insegnavo a Trieste e ricordo bene quando, nel ’76, iniziò il processo alla Risiera di San Sabba; ecco, l’idea di parlare delle foibe venne immediatamente osteggiata dai comunisti e dalla sinistra in generale, un po’ perché la proposta veniva dalla destra e dai neofascisti, ma soprattutto perché si temeva di essere messi sullo stesso piano degli altri. Eppure i primi studi su quella vicenda, che però non erano mai stati resi davvero “pubblici”, erano avvenuti proprio nell’ambito della sinistra.
Nel nostro paese prevale sempre la logica dei panni lavati in casa. Ma riconoscere che ci sono state delle violazioni, denunciare, ad esempio, le violenze commesse dai partigiani dopo la Liberazione non significa certo equiparare la Resistenza alla Repubblica Sociale. Invece c’è sempre questo timore, questa reticenza, come se fare confronti, comparazioni (che dovrebbe essere considerata un’operazione elementare per qualsiasi ricognizione storica), volesse per forza dire soppesare e uniformare. Certo, se poi mi si dice che uccidere tre preti a Reggio Emilia dopo la Resistenza equivale al massacro di Marzabotto allora non ci sto nemmeno io, ovvio. E credo che a chiunque dotato di un minimo di buon senso questa equazione risulterebbe insostenibile.
Tra l’altro, gli stessi studiosi del fascismo, a suo tempo, hanno giustamente rivendicato l’autonomia di una ricerca storica che uscisse dagli schemi di facile condanna morale o politica, a favore di un maggiore approfondimento. De Felice, per esempio, ha aperto una stagione di importante rinnovamento rispetto agli studi sul fascismo, fuori della vulgata antifascista. Oggi invece i suoi eredi si accontentano di avvalorare una vulgata anticomunista del comunismo.
Ai comunisti allora è giusto e opportuno rinfacciare il silenzio, il fatto che spesso hanno preferito tacere. Chi però rimane a lato delle dinamiche e delle polemiche politiche e chi fa ricerca storica non dovrebbe rimanere invischiato nello stesso tipo di interrogativi, dovrebbe andare un po’ oltre.
Certo, una resistenza c’è ed è legata ovviamente anche al continuo legame che la questione comunista (come quella fascista) ha con la politica perché ci sono molti -forse troppi- personaggi, anche di rilievo, che fanno ancora parte di quella tradizione, pur avendola definita chiusa e avendo dato dei giudizi netti: insomma il ricambio in realtà non c’è stato.
Sembra quasi che gli eredi politico-ideologici dei grandi totalitarismi pretendano dagli altri un riconoscimento della svolta avvenuta, senza però a loro volta cercare di fare veramente i conti con la propria tradizione.
L’Italia ha fondato una democrazia senza riuscire a creare una vera forza democratica; questa è una caratteristica del nostro paese che andrebbe ulteriormente indagata: noi non abbiamo avuto una grande socialdemocrazia, come quella tedesca, ad esempio. La socialdemocrazia in Germania è più antica e più longeva del comunismo tedesco e internazionale, infatti è riuscita a superare tutte le intemperie della storia e ancora è presente. Allo stesso tempo noi non abbiamo avuto un centro, una destra alla francese realmente democratica e capace di creare un senso dello Stato e delle istituzioni.
Abbiamo avuto invece questa cosa molto particolare che era la Democrazia Cristiana, la strada italiana alla democrazia, che aveva però dei grossi limiti; non a caso la democrazia in Italia resta ancora oggi qualcosa da costruire, sia come solidità delle istituzioni, che nella coscienza civile complessiva.
Ho fatto questa apparente divagazione perché è difficile parlare del silenzio dei comunisti senza fare i conti con un passato e una storia che inquinano e influenzano pesantemente l’intera vicenda.
C’è anche da dire che i comunisti, l’autocritica l’hanno sempre fatta per finta, perché tradizionalmente faceva parte di ciò che veniva loro imposto; non sono capaci di farla sul serio. Non a caso, tra i personaggi oggi di rilievo l’unico che mi sembra sia stato capace di farla davvero è Veltroni, che non è mai stato un vero comunista. Gli altri, quelli che comunisti sono stati, aggiungono sempre una frase, un aggettivo che ti fa capire che in fondo, sì, in qualche modo è stato un errore e però…
Anche il movimento del ’68 ha appoggiato regimi assai poco presentabili, in alcuni casi rimanendo cieco di fronte a ciò che accadeva alle porte di casa…
Bellocchio, alla vigilia del recente convegno sui Quaderni Piacentini, ha rilasciato un’intervista a Repubblica, ammettendo, senza mezze parole, a lato dei tanti meriti di quell’esperienza, anche tragici demeriti, come l’appoggio al maoismo. Allora, di nuovo, il punto non è tanto e solo quello di capire perché Bellocchio e i Quaderni Piacentini abbiano travisato la Cina (e quindi accusarli o difenderli dalle accuse) ma di provare a interrogarsi su come è stato possibile che una generazione nuova, quella dei giovani della metà degli anni ‘60, che si è mossa in modo originale e autonomo rispetto al quadro politico e alle tradizioni politiche del passato, dopo un primo momento (in cui sono prevalse delle spinte che mescolavano situazionismo, cultura hippy, underground, ecc.) sia poi immediatamente ripiombata sotto l’egemonia comunista.
Questo movimento si è fatto sedurre da quelle che erano le grandi eresie o contrapposizioni antisovietiche nella storia del comunismo, rimanendo però comunque pienamente all’interno del marxismo. Così, mentre in qualche modo si può comprendere il richiamo alle eresie del passato -la Luxemburg, Trotsky, gli anarchici- perché erano esperienze storiche che comunque non si erano concretizzate, perché il maoismo? Ciò che stava accadendo in Cina era sotto gli occhi di tutti e allora perché il maoismo ha avuto tanto successo in Italia? Ecco, credo che questo sia un interrogativo a cui ancora non si è data una risposta esauriente. Si è detto che la sinistra è stata troppo permissiva e corriva nei confronti di comportamenti sbagliati; che nel mescolare la rivoluzione in casa con la rivoluzione nel Terzo Mondo, ci si dimenticava di quanto avveniva nei paesi comunisti, non si vedevano altre cose, pur gravissime. Le grandi manifestazioni di quegli anni, dal Vietnam a quelle contro gli omicidi dei braccianti di Avola, a quelle degli operai della Renault, non si contano. Eppure una manifestazione vera per la Cecoslovacchia, contro i carri armati a Praga, non c’è stata. Perché? Rispondere che quel movimento non aveva un’anima democratica, ancora una volta, è un giudizio politico, ideologico, magari giusto, che però non spiega fino in fondo come è potuto accadere.
La questione paradossale, che riporta un po’ alla contraddizione di fondo del comunismo italiano, è come un movimento che si caratterizzava per l’antiautoritarismo (perché quello era il suo dato assolutamente unificante a livello internazionale) abbia potuto accettare, in un altro paese naturalmente, elementi di violenta gerarchizzazione e repressione.
Voglio dire, dei morti in Cina non si è saputo subito, ma il mandare la gente coattamente a fare un lavoro piuttosto che un altro, l’autocritica indotta con forme se non violente, certo di pesante terrorismo psicologico, con modalità disumane e disumanizzanti; tutto questo avrebbe dovuto scandalizzare. Invece non è accaduto niente di tutto ciò. Se ci si pensa è paradossale.
Cos’è la coscienza democratica all’interno di un processo rivoluzionario? Qual è il ruolo dei simboli nella mobilitazione politica? Credo siano questi alcuni degli interrogativi che ancora oggi restano aperti.
Sembra quasi che la stessa libertà non sia così importante per i comunisti…
Questo sicuramente. C’è l’idea che la libertà va difesa e anzi allargata per se stessi, e però sembra che questa stessa libertà non appartenga agli obiettivi della sinistra. La libertà, del resto, era ritenuta l’obiettivo della borghesia, quindi doveva essere la borghesia coerentemente a difenderla. I comunisti dovevano lottare per quello che va oltre la libertà, cioè la giustizia, la società senza classi…
Così oggi si vuole la libertà degli iracheni contro l’occupazione americana, però poi non ci si scandalizza se le donne tornano a portare il velo o se la resistenza è in mano ai religiosi fondamentalisti... Francamente, io non riesco a capire come si possa non difendere la libertà sempre e comunque.
Dopo gli anni ‘60 e ‘70, che sono stati l’ultima esplosione -o forse l’ultima illusione- di movimenti rivoluzionari, ora di nuovo si considera l’Occidente perso alla rivoluzione, all’idea di giustizia sociale ecc. e quindi è nella critica radicale ad esso che si cerca un riferimento alternativo. Così, però si finisce per guardare chiunque critichi l’Occidente come un punto di riferimento e un elemento positivo. Certo, che i diritti debbano essere considerati storicamente e che quindi non ci si possa illudere che le donne sottoposte a vessazioni per centinaia di anni riescano a liberarsi in pochi anni o pochi mesi, e soprattutto grazie a una nostra imposizione, è fuor di dubbio. Ancora, l’Occidente ha difeso i campi di concentramento per tutto il secolo, prima quelli degli inglesi nel Sudafrica, poi quelli comunisti, poi quelli nazisti; oggi però siamo tutti d’accordo che sono un crimine. Insomma, non possiamo affermare che siccome c’è bisogno di tempo, di una maturazione lenta, allora bisogna aspettare che le tradizioni collettive, tribali, comunitarie facciano il proprio corso, addirittura difendendole nella loro totalità per convenienza politica. I diritti universali vanno comunque tutelati e pretesi per tutti.
In questo, tra l’altro, assistiamo a un curioso convergere -un tempo si diceva degli opposti estremismi. Io non ho paura a usare questa formula che so essere una banalizzazione, perché così come i neoconservatori non parlano dei diritti delle donne in Afghanistan, allo stesso modo trovo inquietante chiamare “combattenti della libertà” chi si muove con le sole armi del terrorismo.
Insomma, non si può mettere tutti sullo stesso piano solo perché il loro nemico è quello che noi pensiamo essere anche il nostro nemico principale, con una visione ottusamente antagonista.
Del resto, anche sulla violenza la sinistra è curiosamente oscillante: nella sua storia è sempre stata totalmente ambigua nei confronti della violenza, intrecciando pacifismo -vero, onesto oppure strumentale, poco importa- e difesa della violenza come atto risolutorio o come mezzo che, se il fine era buono, poteva comunque essere utilizzato.
Tornando alla questione dell’autocritica: nel ‘56 vengono resi pubblici i crimini commessi durante lo stalinismo. Tuttavia, anche lì, ci si ferma a Stalin, non si va più indietro, non si tocca quello che poi resta il nocciolo delle questioni, in particolare il marxismo. C’è come una resistenza a inoltrarsi in quelli che forse sono i vizi d’origine proprio delle teorie…
Per molti, anche della mia generazione, in effetti, il rifiuto del marxismo e di un’ideologia rivoluzionaria, è venuto più tardi. Allora il fatto che si potesse pensare di essere antiautoritari e rivoluzionari, che è un po’ una contraddizione (perché il rivoluzionario è quello che vuole forzare la storia, costringere le masse un po’ recalcitranti o ignoranti a fare quello che è giusto), non creava imbarazzi. E’ la vecchia contraddizione tra la spinta a occuparsi della realtà, a fare politica nella realtà, e l’eredità e il peso della legittimazione teorica e ideologica. Se si guarda alla storia, del resto, l’ideologia a cui si rifanno i movimenti è sempre vecchia di almeno 50 o 100 anni. I movimenti -e ancor più chi aspira a mettervi un cappello, i leader e gli ideologi- usano sempre categorie che appartengono al passato, nonostante in genere esprimano delle realtà nuove. Questo però, mi sembra, vale davvero per tutti i movimenti, per i no-global di oggi, come per il ‘68, ma anche per il fascismo delle origini…
E il dato più grave è che questo atteggiamento preclude una comprensione vera, onesta, di tali fenomeni. Il fatto stesso che oggi si parli con tanta tranquillità di fondamentalismo islamico come del nuovo totalitarismo, dopo il nazismo, dopo il comunismo, mentre dovremmo limitarci ad ammettere che non abbiamo ancora compreso bene questo fenomeno, mi sembra emblematico di questa tentazione. Ma basterebbe pensare al riduttivismo e alla semplificazione con cui anche nel movimento pacifista si affrontano certe questioni. Questa settimana la carovana della pace si è fermata a Siena; hanno tenuto un’assemblea; francamente lo spettacolo è stato piuttosto desolante: vedere applaudire chi diceva: “Guardate che il massacro di Madrid è stato fatto dalla Cia” decisamente dà da pensare.
C’è una specificità italiana in queste dinamiche o sono tratti comuni anche alle altre esperienze europee?
In parte c’è sicuramente una peculiarità. L’Italia sta conoscendo il bipolarismo solo adesso; un bipolarismo a sua volta particolare, per cui, appunto, da una parte ci sono gli ex fascisti e dall’altra ci sono gli ex comunisti. In altre realtà le cose sono andate diversamente.
In Francia, la società si è compattata attorno all’antifascismo nazionale di De Gaulle, che non è mai stato egemonizzato dai comunisti. E’ stato quello il momento unitario che ha permesso la pacificazione.
In Germania la pacificazione è avvenuta attraverso una lotta generazionale: la generazione degli anni ‘50 che negava, che nascondeva, che faceva sì che non si parlasse, alla fine è stata violentemente messa in minoranza dalla generazione del ‘68 che ha cominciato ad accusare i padri, a pretendere invece che del nazismo si parlasse.
Un altro nodo che secondo me andrebbe sciolto è che non si può chiedere costantemente ai comunisti italiani di farsi carico delle colpe del comunismo internazionale, magari mentre si abbraccia e si tratta da amicone un Putin. Come invece talvolta avviene. Il nazismo in Germania è stata un’esperienza specificamente nazionale, infatti i tedeschi la sentono come colpa collettiva, come un fardello della storia del proprio paese. Ma il comunismo, pur con tutte le distorsioni di cui abbiamo detto, è stata un’esperienza diversa, molto più articolata e complessa.
Insomma io non credo che i comunisti italiani debbano sentirsi per forza ancora e continuamente colpevoli per Stalin, anche se ormai dovrebbero essere un po’ più laici e autocritici col proprio passato.
Questa infatti è un’ulteriore specificità italica, forse dovuta al fatto che la sinistra comunista e post-comunista ha avuto un peso e un’egemonia maggiori che in altri Paesi.
In Francia in fondo sono rimasti una minoranza; lo erano nello stesso governo di sinistra di Mitterand, e quindi nessuno si è mai preoccupato di chiedere ai comunisti francesi un’autocritica radicale: sono un piccolo rimasuglio della storia.
In Italia invece sono la forza centrale nella sinistra. Allora, se da una parte è troppo comodo difendere il comunismo italiano rivendicando la sua “diversità” rispetto al comunismo sovietico, dall’altra parte è altrettanto scorretto imputargli le colpe di Mosca, o almeno farlo nei confronti di tutti, da Togliatti all’ultimo dei militanti.
Credo che se finalmente si abbandonassero queste illusorie e un po’ inutili dichiarazioni di memoria condivisa e ciascuna delle parti si assumesse fino in fondo le proprie responsabilità storiche e politiche avviando un percorso autonomo; se per dire qualcuno avesse il coraggio di proporre: “Da adesso e per i prossimi tre anni ognuno parla solo della propria storia in modo critico”, forse anche il livello del dibattito, e quindi della comprensione, ne beneficerebbe.