Francesco Longo è professore di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (Ipas) dell’Università Bocconi. Già direttore del Cergas (Centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale dell’Università Bocconi), ha pubblicato, tra l’altro, I costi della vecchiaia (con Tanzi E.), Egea 2010; La sanità futura. Come cambieranno gli utenti, le istituzioni, i servizi e le tecnologie (con Del Vecchio M., Lega F.), Università Bocconi 2010.

Di fronte a una popolazione che invecchia e a un quadro epidemiologico che vede un aumento delle malattie croniche, tre regioni, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, da qualche anno stanno sperimentando dei nuovi modelli di cura. Può raccontare?
La vera novità nei sistemi sanitari è il fatto che il 35-40% della popolazione ha una patologia cronica. Ovviamente questa incidenza cresce con il crescere dell’età, ma già dopo i 45 anni una quota importante di persone ha una patologia cronica che può durare tranquillamente venti, trenta, quarant’anni: uno si scopre iperteso a quarant’anni e si porta dietro l’ipertensione tutta la vita. Le stime ci dicono che i malati cronici consumano il 70% delle risorse del sistema sanitario. E qui veniamo subito al punto: affrontare un malato cronico con un posto letto ospedaliero è un po’ come andare al mare d’estate con la giacca a vento e gli sci, nel senso che allocare le risorse della sanità in posti letto davanti a patologie croniche è veramente sbagliare lo strumento rispetto all’obiettivo.
Di fronte a un quadro epidemiologico di questo tipo, i sistemi sanitari sono dunque chiamati a ristrutturarsi profondamente.
La patologia cronica può essere curata bene a tre condizioni. La prima è che venga intercettata per tempo. Se, per esempio, un inizio di diabete viene curato da subito, con l’alimentazione e lo stile di vita, io posso vivere tranquillamente con questa piccola patologia senza altre complicazioni. Se invece la patologia non viene intercettata per tempo, si complica e a quel punto c’è bisogno dell’ospedale.
La seconda condizione, la più difficile da ottenere, è la "compliance”, cioè l’aderenza del paziente alla terapia. Cioè la qualità della cura non dipende dalla qualità prescrittiva ma dalla convinzione con cui il paziente accetta la terapia. Nel caso del diabetico, come dicevo, serve un certo tipo di alimentazione, fare sport, prendere regolarmente i farmaci. È evidente che tutto questo non si ottiene con i mezzi tradizionali della sanità e soprattutto non si ottiene con i posti letto ospedalieri.
Il terzo punto è che la patologia cronica interroga un’interdipendenza organizzativa, ovvero la qualità della cura dipende da quanto sono ben organizzati i meccanismi di coordinamento tra i diversi attori sanitari che agiscono su quel paziente, quindi il medico di medicina generale, l’infermiera, lo specialista, il laboratorio diagnostico che intervengono con frequenze profondamente diverse. Già da queste poche osservazioni si capisce che la geografia dei servizi come siamo abituati a conoscerla è sbagliata. Pertanto il sindaco che difende il suo ospedaletto fa male alla sua comunità perché difende una struttura di cura che è incoerente ai bisogni della popolazione. Lo fa perché nell’immaginario l’ospedale è un presidio che tutela la popolazione locale, ma in realtà non è assolutamente più così. Un piccolo ospedale di periferia oggi è un posto potenzialmente dannoso perché non ha le casistiche necessarie per le prestazioni specialistiche (cioè i chirurghi non operano abbastanza) e quindi sulle alte specialità è addirittura pericoloso. Invece per le patologie leggere, proprio per le cose che dicevo, l’ospedale non serve.
Quindi, sostanzialmente, il nostro paese è davanti a un bivio importante: o lasciamo la geografia dei servizi com’è e facciamo dei grandi tagli lineari. In questo caso risolviamo il problema economico ma non quello dell’incongruenza dei servizi rispetto ai bisogni delle persone. Oppure ripensiamo radicalmente il modello.
Come si trasforma il sistema attuale per renderlo più adeguato ai bisogni dei cittadini?
Io vedo fondamentalmente quattro mosse. La prima è un taglio secco dei posti letto che può avvenire prevalentemente chiudendo tutti i piccoli ospedali. Ci deve essere l’ospedale ogni 100.000 abitanti e attorno non ci devono essere altri ospedali.
La seconda mossa è trasformare i posti letto che abbiamo tagliato in poliambulatori specialistici, ...[continua]

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