Marta Petrusewicz è docente di Storia moderna presso l’Università della Calabria e alla City University of New York.

E’ difficile dire in due parole cosa rappresenti per me Jacek Kuron. Credo che Jacek sia la persona che più si avvicina alla figura del santo laico, o del profeta, tra tutte quelle che ho conosciuto. Lo conobbi quando avevo otto anni. Frequentavo la seconda o la terza elementare, ed entrai a far parte dei Walterowcy, una specie di organizzazione scoutistica che aveva creato Jacek e che rispecchiava la sua impostazione pedagogica. Per lui l’impostazione pedagogica e quella politico-sociale erano una cosa sola. I Walterowcy sorsero nel 1956, ed io vi entrai quasi subito. Era il momento del disgelo -c’era già stato l’ottobre polacco- e anche di un processo di riappacificazione tra il potere e la Chiesa. Vi era stato una specie di patto tra Gomulka ed il cardinale Wyszynski che aveva ricondotto le organizzazioni scoutistiche polacche alla tradizione patriottica e religiosa e le aveva allontanate da quella pionieristica, che veniva vista, invece, come imposta dai sovietici.
Jacek, in qualche modo, portò avanti per tutta la vita il sistema educativo dei Walterowcy. Secondo lui i bambini avevano certamente dei diritti, ma anche dei doveri. Avevano il diritto di autogestirsi, di percepire la giustizia e l’ingiustizia, e di organizzarsi in maniera giusta. E la maniera giusta era quella della protezione del più debole, sempre e comunque; era dividere tutte le cose che si hanno. Non vi era alcun richiamo cristiano in questa impostazione, che si basava, invece, sulla sua concezione delle attitudini naturali della persona. Successivamente Jacek trovò supporto a queste sue concezioni pedagogiche intuitive nelle letture di Piaget e nelle scuole linguistiche di impostazione desaussuriana.
Secondo lui, i bambini vogliono agire in gruppo, vogliono condividere, vogliono proteggere più che prevalere perché questo è un bisogno naturale della persona umana. La prepotenza non è naturale. Ciò che nel bambino è naturale è la voglia di fare. Se il bambino è prepotente, quindi, lo è per ragioni dettate dalla frustrazione o dall’infelicità, e queste vanno capite. Per lui era naturale anche che i bambini potessero assumersi delle responsabilità. Io entrai nei Walterowcy da piccolissima, ma a dieci-undici anni ero già responsabile dei più piccoli. Mi ricordo, ad esempio, che quando partivamo per dei bivacchi o per le vacanze, i genitori venivano da me -che avevo undici anni- per raccomandarsi che i loro figli, che magari ne avevano otto, prendessero delle pillole. Mi affidavano la responsabilità totale dei loro figli. Jacek pensava, infatti, che nelle persone fosse naturale anche usare il potere in maniera responsabile. Di nuovo, per lui la prepotenza era una devianza, non un istinto. Ovviamente, però, era compito dell’educatore tirare fuori queste attitudini naturali. Mi ricordo un episodio che avvenne durante una di queste vacanze. Al campo c’erano delle grandi tende, ma era nostro compito costruire i letti dove avremmo dormito la notte. Noi dovevamo costruire i letti per un altro gruppo, che a sua volta doveva farlo per noi. Quando finimmo, Jacek ci disse di andare a dormire. Durante la notte le brande crollarono e ci è sempre rimasto il dubbio di non aver fatto abbastanza bene il nostro lavoro a causa del fatto che nei letti che avevamo costruito non avremmo dormito noi. Fu proprio Jacek ad insinuarci questo dubbio… In questi campi noi trascorrevamo le vacanze. Spesso si trovavano in mezzo alle foreste, anche se sempre relativamente vicini ad un villaggio, dove poi andavamo a lavorare. L’idea era di dare una mano ai contadini durante i raccolti. Non si trattava tanto di partecipare ai raccolti, perché eravamo troppo piccoli, ma piuttosto di accudire i bambini in modo tale da permettere alle madri di andare a lavorare.
Era bello quando la sera ci mettevamo attorno al fuoco a raccontare. Jacek, che scriveva male, era invece bravissimo a raccontare. Era un leader orale, e raccontava cose, raccontava storie, talvolta della sua vita, talvolta della vita di altri. Io parlo sempre di noi piccoli, ma in realtà i Walterowcy non erano composti solamente da ragazzini. C’erano persone di tutte le età, giovani comunque. I più grandi avevano l’età di Jacek, o qualche anno in più. Per loro i Walterowcy rappresentavano un progetto politico-educativo. Erano anche un modo di pensare alla politica dopo il 1956. Per quelli che allora avevano dodici-tre ...[continua]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.

Se sei un abbonato online, clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento online.
Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento online gratuito!