Jean Philippe Béja, sinologo, laureatosi all’Università di Liaonning in Letteratura Cinese, ha conseguito un PhD di Studi Asiatici all’Università Paris VII; è stato Direttore Scientifico del Centro Studi francesi sulla Cina Contemporanea a Hong Kong dal 1993 al 1997, e membro dell’Editorial Board di China Perspectives and Perspectives chinoises. Oggi lavora presso il Ceri, a Parigi. Recentemente ha pubblicato A la recherche d’une ombre chinoise: Le mouvement pour la démocratie en Chine (1919-2004).

In Cina, a fronte dell’apparente apertura di nuovi spazi per la libertà d’espressione, restano tuttavia frequenti episodi di censura…
In effetti oggi la situazione è piuttosto confusa. La censura continua a funzionare ma ha cambiato le proprie modalità: una volta mandavano documenti, per comunicare che qualcosa non si poteva dire; adesso telefonano al caporedattore del giornale o lo convocano alla polizia, cercando di spiegargli cosa non va o incutendogli timore, però non osano più lasciare documenti scritti.
Ogni tanto licenziano la gente, è successo anche di recente in due settimanali abbastanza critici. Ad agosto poi hanno chiuso improvvisamente una delle più interessanti riviste accademiche, “Strategy on management”. Insomma siamo ben lontani da una vera libertà d’espressione. Tra l’altro quando il controllo interviene è molto efficace: quando, nel 2003, è stato deciso di non lasciar trapelare informazioni sullo stilista ventisettenne Sun Zhigang, picchiato a morte in centro a Canton, la vicenda è scomparsa da tutti i mezzi d’informazione.
Quello che si può dire è che oggi la censura è meno centralizzata e spesso scatta a posteriori, quindi i giornali possono permettersi di essere più audaci. Ciò però, lo ripeto, non vuol dire che non ci sia controllo sui mezzi d’informazione, è solo che, a volte, sfuggono i motivi di certe azioni di censura.
Ad esempio, proprio in seguito alla morte di Sun Zhigang, è emerso che i giornali non possono muovere critiche alle proprie autorità provinciali, ma a un’altra provincia cinese sì, per cui i media di Canton sono molto coraggiosi nel criticare Pechino, e viceversa. E questo, seppur in maniera controversa, lascia un po’ di spazio all’informazione.
Le stesse autorità politiche mostrano spesso un atteggiamento contraddittorio: nella loro lotta contro la corruzione e contro gli abusi di potere dei quadri usano la stampa per denunciare certi scandali che, diversamente, non verrebbero mai resi pubblici a causa dell’omertà e dei sistemi di protezione interna. D’altronde, lasciando troppo spazio alla libertà di informazione, c’è però anche il rischio di far emergere una marea di problemi che si preferirebbe invece celare, problemi legati all’esercizio del potere, ai vari livelli del Partito. Prevale quindi un atteggiamento di “tira e molla”: ogni tanto allentano la pressione ma poi, quando la corda si tira troppo, riprendono il controllo della situazione.
Un’altra condizione che sicuramente ha contribuito a promuovere una relativa, molto relativa, libertà della stampa negli ultimi due anni, era la presenza in contemporanea di due leader: fra il novembre 2002 e il settembre 2004 hanno governato insieme Yang Zemin e Hu Jintao, in una coabitazione non priva di conflitti.
Adesso Hu Jintao si è finalmente sbarazzato di Yang Zemin e il controllo infatti ha avuto una stretta. Al plenum del Partito, è stato rilasciato un comunicato in cui si chiedeva di rinsaldarne l’unità, di migliorarne la direzione, di fortificarne l’ideologia, tutti aspetti che sicuramente non vanno verso la concessione di maggiore libertà d’opinione. Mentre quando è in atto un cambio di potere, si aprono spazi di libertà prima inaccessibili, l’insediamento di una nuova direzione invece coincide spesso, almeno in Cina, con una rimessa in carreggiata dell’intero apparato. Ora siamo proprio in questo periodo.
In queste pieghe di relativa libertà è sorto un movimento di riscrittura in qualche modo del passato. Ce ne puoi parlare?
Uno degli ultimi esempi di repressione si è verificato a ottobre, proprio in seguito alla premiazione di Zhang Yihe, il cui libro è stato apprezzato da intellettuali dissidenti, liberali e persone eterodosse. Il suo libro, uscito all’inizio del 2004, racconta la storia del padre, Zhang Bojun, ex esponente della “terza forza” durante gli anni fra il 1945 e il 1949, frazione politica ostile al Kuomingtang e al contempo al Partito Comunista. Con la costituzione del Fronte Unito, Zhang Bojun era stato no ...[continua]

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