Wang Hui dal 1996 è direttore della rivista culturale cinese “Dushu” nonché professore di Storia Intellettuale presso l’Università Qinghua di Pechino. Ha pubblicato China’s New Order. Society, Politics and Economy in Transition, Harward University Press, 2003.

C’era e c’è chi sostiene, e prevede, che un’apertura a un’economia di mercato della Cina sia la premessa di un’inevitabile affermazione del processo democratico. E’ così?
Nel rapporto fra economia di mercato e democrazia, direi che la prima considerazione da fare è che non c’è nulla di scontato.
Per certi versi lo Stato ha acquisito un’influenza maggiore proprio con l’avvento di un’economia di mercato. Lo scenario è molto complesso: rispetto alla fine degli anni ’80, l’economia di mercato si è decisamente consolidata (ovviamente tenendo presenti gli standard cinesi e non quelli europei o nordamericani), eppure questo non ha comportato affatto concreti passi avanti verso la democrazia. Non si può però neanche affermare che vi sia stata una crescita di autoritarismo. Il panorama è veramente ingarbugliato. Di certo possiamo dire che non c’è una relazione causa/effetto. L’economia di mercato non porta spontaneamente, fisiologicamente alla democrazia, restano due ambiti distinti.
Poi c’è da dire questo: se vogliamo discutere di democrazia dobbiamo per forza discutere anche di crisi della democrazia. Se, ad esempio, confrontiamo le idee che circolavano in Cina a fine anni ’80 con quelle che circolano oggi, ci rendiamo conto come allora, al tempo dei grandi movimenti sociali, noi vedevamo l’America come l’ideale da imitare, eravamo ottimisti e sicuri del nostro futuro e sapevamo che quest’ultimo era rappresentato dal raggiungimento della democrazia.
Ora, invece, abbiamo perso il modello da imitare. Adesso le risposte che daremmo alle stesse domande sarebbero molto più complesse, non abbiamo più dei modelli chiari da seguire, non sappiamo più qual è il nostro orientamento, il telos della nostra storia. Da un lato tutto ciò crea parecchi problemi ma, d’altro canto, una simile insicurezza non è del tutto negativa perché ci costringe a riflettere, a pensare, a non dare le cose per scontate. Per esempio, quando parliamo di democrazia, c’è sempre da far coincidere la nostra concezione di una tale forma di governo con le condizioni sociali in cui essa vorrebbe essere attuata. Ci dobbiamo chiedere che tipo di sistema democratico vogliamo creare e quali sono i valori che esso deve rappresentare o per cui noi dobbiamo lottare. Questo è il punto centrale del problema ed è strettamente interconnesso, soprattutto nell’era della globalizzazione, con una profonda riflessione sulla crisi della democrazia.
C’è chi dice che la cultura cinese non sarebbe adatta per la democrazia. Altri sostengono che ci sarebbe invece una “via cinese” fondata su una propria tradizione...
Negli ultimi decenni, specialmente a livello locale, di villaggi, paesini o piccole città, si sono tenute elezioni, anche su larga scala. In un primo momento un tale fenomeno è stato criticato da parecchi intellettuali perché non consideravano queste elezioni veramente democratiche. Alla fine degli anni ’80 e all’inizio dei ’90, l’unico modello di democrazia che si prendeva in esame era quello occidentale. In parte le critiche erano fondate: in alcune regioni si verificavano brogli, i capi villaggio erano molto corrotti, si compravano i voti. D’altra parte, tuttavia, c’erano aree in cui i contadini si organizzavano molto bene e le elezioni funzionavano. Parliamo soprattutto di tutte le terre devastate dalla costruzione delle dighe per l’energia elettrica: in quelle zone si è sviluppato il movimento contro le dighe. Questo ha provocato un fenomeno interessante: in queste aree si è raggiunto un buon grado di organizzazione dell’elettorato, perché grazie all’alta partecipazione alle elezioni, il movimento si è decisamente rafforzato in quanto i leader eletti hanno potuto far sentire con più forza la loro voce nella campagna contro le dighe. Al contrario, in molte delle aree in cui non si sono mai tenute elezioni, è stato più difficile organizzarsi per reclamare i propri diritti. Considerando tutto ciò, credo che le elezioni locali rappresentino un fenomeno positivo. Spero non si fermi a quel livello, ma interessi anche i livelli superiori, e che non si fermi al processo elettorale. C’è bisogno di un cambiamento radicale nelle strutture di potere.
Quando parliamo di trasformazioni della struttura di potere dobbiamo anche t ...[continua]

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